mercoledì 24 febbraio 2016

i bambini a testa in giù

Mettiamo che voi siate una giovane maestra d'asilo. Mettiamo che stare coi bambini vi piaccia molto. Mettiamo che ci giochiate prendendoli in braccio e facendoli volteggiare, come si fa coi bambini piccoli.
Ecco e mettiamo che vi arrivi un richiamo scritto per maltrattamento e che veniate convocati dal dirigente. E mettiamo che scopriate che la vostra vicenda derivi dal fatto che una madre vi ha accusato per iscritto di aver messo "i bambini a  testa in giù".
ecco, a parte piangere per tre giorni, cosa fareste?

venerdì 19 febbraio 2016

la sofferenza psichica.

stamattina un parente  di un anziano ragazzo psicotico ormai abbandonato dagli specialisti.
un parente di una bipolare che al moneto vira in fase depressiva
un parente di una anziana signora sola che non può, probabilmente , più vivere da sola. 
un signore depresso per una sindrome dolorosa che gli impedisce di lavorare
e infine la solita chiacchierata con un astinente.

Pensare che ho smesso di fare la psicoterapeuta per passare alla medicina generale.... 



mercoledì 10 febbraio 2016

Dilemmi a risposta multipla

Corre la necessità di segnalare il fatto che una certa persona non riesce a fare il lavoro che le è stato assegnato. E a me dispiace da morire. Nel senso che non vorrei mai suscitare problemi sul lavoro a nessuno, preferirei aiutare, insegnare, cercare soluzioni. Rimane il fatto che la persona in questione si trova in un ruolo strategico e sta paralizzando diverse cose, per giunta è una che non sa chiedere aiuto, che si ritrova all'ultimo istante nei casini e li contempla attonita e paralizzata.

Quindi. Domanda a risposta multipla: che faccio adesso?

Mi rassegno e firmo la segnalazione.
Mi rassegno, firmo, ma nella segnalazione aggiungo la mia personale valutazione del problema.
Non mi rassegno e chiedo tempo per parlarne con la persona in questione.  


sabato 6 febbraio 2016

Anche se ancora non è Marzo



In questa fin d'inverno bolognese
un'aria calda, timida s'affaccia ,
l'asfalto sporco attende qualche goccia,
mentre scroscia, nei pressi dell'Agnese,
sciogliendo neve sporca e diaccia ,
la fontana ....
Io che ti sfioro quasi di nascosto,
i passi sul selciato, un po' di sole ,
tra un muro e il marciapiede quattro viole;
nella tua mano vorrebbe avere un posto
la mano solitaria e triste: è marzo.


lunedì 1 febbraio 2016

e come va con la letteratura?

Questo m'ha chiesto ieri un vecchio amico. Ok, lo faceva per sviare il discorso, visto che io puntavo dritto su cose di cui sgradiva parlare. Ma intanto ci ho pensato.
Scrivo poco e lavoro molto, ma scrivo, sì. Però in questa benedetta Italia la gente non fa che scrivere e autopubblicarsi.

Tutti vogliono dire qualcosa, pure chi non avrebbe nulla da dire, così onestamente occorre chiedersi se queste poesie, questi racconti, aggiungerebbero qualcosa a qualcuno  o sarebbero solo un'alternativa ad altra letteratura di pronta beva, letteratura dell'effimero, integrazione alla settimana enigmistica, accessorio da ombrellone o da sala d'attesa.
Io me lo chiedo e nel frattempo, visto che la carta e i cassetti sono passati di moda, riempio Google Drive.

venerdì 29 gennaio 2016

lavare o non lavare?

Ero così contenta di aver finito in orario! Così, dico, vado a casa, mando la lavatrice, mangio, stendo e torno in studio. E invece ho tre domiciliari da fare. La lavatrice può attendere....

giovedì 28 gennaio 2016

corrono le settimane

Sì, le settimane corrono. Lunedì era l'ultimo giorno di frequenza dell'ultima tirocinante pre abilitazione. Fra pochi giorno anche lei sosterrà l'ultima parte dell'esame di abilitazione (che supererà, sono certa, in modo brillante) e sarà ufficialmente una collega.
Intanto ho apprezzato la solitudine in ambulatorio. Non la solitudine nel senso stretto, ma il lavorare da sola, senza nessuno a fianco. La velocità ne guadagna; avere un tirocinante è un impegno rilevante e allunga i tempi di almeno un'ora al giorno; inoltre ti costringe ad avere due punti di concentrazione: il paziente e il tirocinante. Lavorare da sola mi permette di focalizzare l'intera attenzione sul paziente. Non è né meglio né peggio, è diverso.
Sono in studio, da sola, fuori orario, con la porta aperta, il corridoio quasi vuoto e vorrei riflettere sulle ultime cose accadute. Ieri è morto un paziente mio coetaneo. L'altro ieri un tentativo di aggancio di un paziente con dipendenza da sostanze è fallito. Queste due consapevolezze mi stazionano nella mente, ma non riesco ad approfondirle. Invece continuo a pensare alla biancheria da stirare, alla lavatrice da fare, all'opportunità di passare subito dal cinese per lavare i capelli. E alle fatture da portare alla commercialista entro stasera.
Urge una piccola vacanza dalla medicina.

lunedì 18 gennaio 2016

ma il lunedì...

... deve proprio cominciare con nausea e gastroenterite?. Qui mi prendono in giro, pare che un medico che si ammala sia uno spettacolo tra il ridicolo e lo scandaloso. :D

venerdì 15 gennaio 2016

Scintille

Lunghe discussioni con la tirocinante. Un sacco di metamedicina!
Oggi mi ha detto - giuro, senza che io lo suggerissi in nessun modo - che alcuni comportamenti dei pazienti, secondo lei, configurano una forma di patologia sociale.
È vero. La società ha un comportamento patologico nei confronti del lutto: lo nega e lo rimuove. Ha un comportamento patologico nei confronti delle donne, dei bambini, della sessualità, della fede. Noi, dal nostro lato della scrivania, ci troviamo a fronteggiare gli effetti, ovvero i sintomi e le manifestazione concrete di queste malattie sociali. E con me lei le vede ogni giorno, almeno una o più di una. Oggi una tossicodipendenza, ieri o il giorno prima due donne maltrattate, una coppia omosessuale costretta a nascondersi - che cosa profondamente umiliante dover nascondere l'amore - , una terapia del dolore difficile da accettare, una fobia patologica del farmaco, un altro emotivamente stroncato dal confronto con l'impotenza medica di fronte ad alcune patologie, infine uno affranto per non poter vivere con la persona che ama...
Noi siamo qui, alcuni giorni per dodici ore di fila, altri solo per cinque o sei, e qualche volta l'impatto è duro e lei chiede: come si fa a sopportare questo ogni giorno? E io provo a risponderle. Le dico le stesse cose che ho già detto ad altri, che ho già scritto qui e altrove. Partecipare umanamente al dolore altrui è commozione, è riconoscimento della comune umanità, non è una sofferenza. Può essere un dolore se evoca un dolore tuo, ma quel dolore tuo è già tuo, non te lo porta il paziente, semmai ti stimola ad elaborarlo, a crescere e a guarire.
Siamo sempre in viaggio, noi medici, le dico, e lei ne conviene: ho già capito, dice, che occorre non fermarsi mai. Siamo viaggiatori, la meta è la strada o il sentiero, o il bosco o il deserto, e non sempre siamo soli.

Peccato che il suo prof se la sia già accaparrata, e del resto l'università ha molto di più da offrire della medicina di famiglia.
Ma con medici come questa ragazza ci si scambia qualcosa di più delle nozionI e delle competenze. Ci si consegna a vicenda una scintilla di entusiasmo che potrebbe accendere un falò.

giovedì 7 gennaio 2016

paure

Anche il medico ha una famiglia, composta di normalissime persone con vite normali e paure normali, che si pongono le stesse domande, guardano gli stessi programmi televisivi, ricevono la stessa disinformazione di tutte le altre persone.
Così questo medico, io,  ha una giovane parente incinta e la madre della giovane ha visto la televisione ed è terrorizzata. Mi ha chiamato comprensibilmente nervosa.
Mi sono così resa conto che la bassa incidenza, bassissima in Italia, di morti per parto della madre o di morti perinatali del neonato ha convinto la gente che la morte per parto non esiste, non deve esistere, è impossibile in un Paese Civile. Questa convinzione è, allo stato attuale della medicina, falsa.
Ecco, vi cito un articolo del Sole 24 ore di meno di due mesi fa . Come potrete notare leggendolo, si parla di una Italia nella top ten mondiale dei paesi con minore mortalità da parto. Se poi andiamo a spulciare un rapporto governativo di una decina d'anni fa, scopriamo che anche solo negli anni 90 la mortalità per parto in Italia era di 13 donne ogni centomila parti con neonato vivo. Il triplo di quella attuale.
In conclusione, ho detto alla mia familiare, donna di grande intelligenza e a cui voglio molto bene: di parto si muore. Poco rispetto a quando sono nate le tue figlie, pochissimo rispetto a quando sei nata tu, ma si muore. La mortalità zero è per ora il sogno da raggiungere. Avere figli è, e resterà ancora per molti anni, una scelta che comporta un grande impegno certo e dei rischi, tra cui quello di morire.
Per questo avere figli  non può essere un obbligo, per nessuna donna, con buona pace degli antiabortisti. Per questo deve essere garantita la libertà di scelta per ogni donna.
Poi ci siamo dette altre cose, che però non sono di interesse altrettanto generale.
Ok, allora aspetto che qualcuno mi chieda come mai una campagna mediatica di questo genere. Non ho nessuna prova, solo degli indizi e dei sospetti che non bastano per fare delle affermazioni, quindi non le farò. Solo, controllate le informazioni scandalistiche della Stampa: potreste facilmente scoprire che sono ingigantite o addirittura infondate.

lunedì 4 gennaio 2016

finito

Finito: Il computer sta facendo il riallineamento dati, pochi minuti e posso tornare a casa. Tutto sommato è andata bene anche oggi. Se mi volto a guardare la giornata trascorsa so di non poter ricordare tutti i nomi dei pazienti visti, ma l'impressione generale è che sia andata bene, sì. Adesso posso pensare a cosa mangeremo per cena.

domenica 3 gennaio 2016

Lunedì, si riparte di corsa.


Mi aspetto una giornata molto intensa, al rientro da quattro giorni festivi. Per fortuna non ci sarà il nuovo tirocinante, così potrò lavorare e basta. Intanto continuo a riflettere sulle domande del giovane collega che da lunedì bazzicherà in altro reparto.
La verità.
Dire la verità è sempre imperativo, secondo me. Dirla tutta, anche. Dirla senza dare per sicure cose che non lo sono, pure. Dirla quando ti viene chiesta, perché ti viene chiesta, e non per scaricarsi la responsabilità di una ricerca della diagnosi, non per sbarazzarsi di un paziente scomodo, non per mettersi al riparo da problemi medico legali.
Essere sicuri di quel che si sta dicendo e in caso contrario non parlare a vanvera, riservarsi la diagnosi e/o la prognosi piuttosto che fornire informazioni non sufficientemente fondate.

Dicevo al tirocinante, che viene da un altro Paese e da una cultura differente, che in Italia l'ambiguità  è talmente radicata nel costume da non essere più riconosciuta come una forma di bugia. Venduta sotto il nome di tatto, diplomazia, buona educazione, avrebbe con queste tre cose dei confini ben precisi. Avrebbe. Ma è così comodo non prendersi mai delle responsabilità che quei confini vengono spostati, aggirati.
Un esempio: un reparto di oncologia che fissa la "data del prossimo controllo" al paziente terminale, con una aspettativa di vita di due o tre mesi, a sei mesi di distanza. E intanto lo manda a casa affidandolo all'ANT "che per il momento provvederà a curarla a domicilio".
Un altro esempio. La signora con un esaurimento della funzione ovarica che viene risottoposta ad un nuovo ciclo di stimolazione per la Fivet, pur sapendo che al 98% non funzionerà, invece di esortarla a trovare altre strade. (e questo è pure uno spreco, a parte il costo emotivo per la donna)
Ancora uno. I numerosi farmacisti che chiedono la ricetta per la pillola del giorno dopo (dei 5 giorni, in effetti) Ellaone, pur sapendo benissimo di essere tenuti a venderla senza ricetta alla donna maggiorenne, cercando di far passare per obbligatoria una ricetta che invece per le maggiorenni è facoltativa (più info qui)
Sono certa che ognuno di voi potrà trovare nel proprio ambito lavorativo dei comportamenti simili. Non credo che medici e farmacisti siano gli unici a cercare rifugio nella ambiguità allo scopo di sfuggire al duro compito di dare informazioni scomode  o per sottrarsi a obblighi professionali sgraditi..
Quindi: buoni propositi per l'anno nuovo. Riduciamo lo spazio alla ambiguità e promuoviamo la sincerità. Cerchiamo di raccontare anche a noi stessi meno bugie, accettiamo di vederci in una luce più chiara, anche se meno favorevole. È un lavoro difficile, quindi molti auguri a tutti noi.