sabato 26 dicembre 2015

inverno, fioriscono i tirocinanti

Avere un tirocinante, spesso giovane, che visita con me, mi mette alla prova e mi spinge a controllare la qualità del mio lavoro. Verso la fine del mese di frequenza accade di parlare di "metamedicina": i ragazzi si chiedono alcune cose, in genere sempre le stesse, quelle problematiche.
Perché non sempre viene detta la verità ai pazienti? (Domanda a cui io aggiungo la seconda parte:perché quando gli viene detta i pazienti non ci credono? )
Come si fa a sopportare certi pazienti?
Quali sono i nostro obblighi e quali sono i nostri diritti di curante?
Perché il paziente non vuole curarsi? Cosa fare se un paziente non vuole curarsi?
Cosa dire a un paziente che "è andato su internet" e ne è tornato con un bottino  di bufale?
Come conciliare la libertà di cura con le note Aifa? (Sono quelle che limitano le prescrizioni)
E se il paziente sta morendo?
E se il paziente non è ammalato e pretende dei farmaci?
E se invece è ammalato ma pensa di usare "gli esami" al posto dei farmaci come se fossero una cura? (Es: se rifaccio l'esame ancora una volta (la terza, la sesta, la ventesima... ) forse il risultato sarà andato a posto)
Ce ne sono  altre, e parlerò di tutte,  ma per oggi parto dall'ultima.

Gli esami.  Si fanno per tre motivi: per individuare un problema, per vedere se un problema già noto sta beneficiando della terapia farmacologica o no, per capire se un problema è chirurgico o no. Al di fuori da questi tre motivi sono tempo, fatica e soldi buttati. Soldi nostri, non soldi fantasma. Quelli che mancano dalla nostra tredicesima, per esempio.
Se il paziente, alto cm 174 e pesante 110 chili, ha un colesterolo totale 270 e una glicemia di 110, è perfettamente inutile che voglia ripetere subito gli esami "perché non è possibile che siano così alti, forse la sera prima avevo mangiato lo zampone e il panettone": il suo problema di stile di vita è chiaro e rimane.
Se la signora ultraottantenne artrosica e cardiopatica ha una lombalgia, una "risonanza alla schiena" non ha alcuna ricaduta utile sulle cure da fare, perché se pure avesse una discopatia non potrebbe sottoporsi ad alcun intervento chirurgico e la scelta della terapia medica è legata alle sue condizioni di età e salute e non alle immagini della risonanza.
Peggio ancora la quarantenne che: "dottoressa, ho male qui e là e lì, vorrei fare una tac a tutto il corpo" (se anche tecnicamente possibile, sarebbe peggio che inutile, per la quantità di radiazioni assorbite in assenza di alcun beneficio).
 O la donna in gravidanza senza problemi, perfettamente sana che va da una famosa ginecologa privata che le prescrive una inverosimile quantità di esami ogni mese, ben al di là del necessario.
Il tirocinante esclama: "basta dirgli di no! Non è utile, non si prescrive." In senso strettamente medico ha ragione, però occorre fermarsi un attimo e chiedersi perché questo esame sarebbe importante per il paziente, capire che problema "vero" c'è dietro a queste richieste. La rabbia per una restrizione dietetica che appare ingiusta e intollerabile a fronte di una soggettiva mancanza di sintomi. La paura di avere un cancro, difficile da formulare in parole, ma pervasiva.  La ricerca di una agilità e di una forza perdute per sempre e che si spera di riottenere con una cura miracolosa, e insieme la paura di morire del vecchio che sa di avere un futuro sempre più corto. La paura della futura mamma per la salute del nascituro, forse inconsapevolmente alimentata dall'eccesso di zelo di una collega peraltro capace. L'eccesso di zelo della collega peraltro capace, che non ha bisogno di aumentare le proprie entrate e la propria clientela, ma forse ha lei stessa una qualche angoscia da sedare.
E quindi che facciamo, caro giovane collega? Ci può bastare dirgli di no e non prescrivere o possiamo (o dobbiamo) spendere qualche manciata di minuti per capire e per aiutare il paziente a capire?
io ci provo. Con un sorriso e senza preconcetti: a volte scopro persino che l'esame in questione può servire, altre volte scopro un problema che non sospettavo. Infine il paziente è il miglior esperto di se stesso. 

domenica 20 dicembre 2015

BENTORNATA A ME

E’ passato un sacco di tempo  da quando scrivevo regolarmente su questo blog.
Ho cominciato quasi tredici anni fa, nella Casa dell’Ozio, parlando di pazienti, del loro coraggio, del loro eroismo di ogni giorno. Poi sono passata alle Radici dell’Ozio e qui ho parlato dei care givers e dei medici e  di me stessa e del mio dolore nell’affrontare la morte e la sconfitta. Ho cercato di raccontare cosa voleva dire stare da questo lato del fonendo, misurarsi con la sfida e con l’impotenza. Nel frattempo molto è cambiato nella mia vita. Il blog era sempre presente, sempre importante, fino a che un giorno  ho avuto bisogno di tacere.  Pensare.
Dieci anni fa parlare di condivisione delle proprie esperienze di medico coi pazienti era una cosa incomprensibile per molti colleghi, anzi probabilmente per tutti. Oggi apro facebook e trovo una quantità di pezzi di colleghi che esplorano la propria impotenza.
Però sono passati dieci anni. Dieci. C’è facebook. Splinder non esiste più. I blog li ospiitano sui quotidiani on line, li scrivono i giornalisti, i programmi radiofonici, gli scrittori che vogliono lanciare i loro libri. Si moltiplicano le pagine a non finire, eravamo 600 bloggers su Splinder, ancora meno su Clarence, ci sono 25 milioni di utenti attivi ogni mese su facebook, solo in Italia, e sembra che in un così grande volume gli stessi contenuti si siano diluiti fino a diventare acqua, spesso acqua sporca.
La gente si è affacciata in massa  alla ribalta della comunicazione, il web 2.0 è arrivato ed è marcito, pieno di bufale, di miraggi, di fandonie, di cose facili da credere e appetibili ma false. Per capire come questo influisca sul rapporto tra medici e pazienti basta leggere Medbunker.
La medicina in quanto scienza corre, vola. La medicina in quanto pratica affronta nuovi problemi.
I colleghi anziani non li vedono questi problemi, continuano a vivere nel mondo che conoscevano, continuano a pensare di avere la fiducia dei pazienti, di avere lo stesso ruolo di mentori, guide, oracoli, e non capiscono.E i giovani? Quelli come mio figlio, come i miei molti tirocinanti, bravi, capaci, quelli che cureranno presto anche me? Tutti noi diventiamo pazienti, tutti noi possiamo immaginare come vorremmo, come vorremo essere curati.
Così , da alcuni mesi, sento il bisogno di ricominciare a scrivere: della medicna, dei medici giovani e vecchi, dei pazienti, di me.
So bene che presto il blog tornerà ad essere il mio tallone d’achille, ok, vorrà dire che cercherò di stare attenta.

Intanto bentornata a me. E bentornati a voi, miei vecchi amici, se ci siete.