lunedì 27 giugno 2011

giugno e le ali di pollo

ecco, finisce giugno ed io mi sento di tornare.
ho passato un meraviglioso pomeriggio nel favoloso giardino dell'Ape, una amica deliziosa, e nella sua piscina.
poi sono stata a milano, sempre col mio figliolo, ed infine ci siamo cibati di quel paradisiaco nettare chiamato golden wings, venduto a caro rpesso presso trappole gastronomiche di basso livello piazzate strategicamente lungo le autostrade. 
Così, richiesta dal figlio, ho replicato domi.

ali di pollo: quante se ne vuole, tanto finiscono.
tabasco
salsa worchester (Lea Perrins, che Iddio li rimuneri)
sale (macinato là per là)
pepe (come il sale)
un pochetto di curry (masala)
succo di mezzo limone di sorrento (ameircani fino a un certo punto, non so se mi spiego)
farina

procedere come segue:

accendere la friggitrice a 180 gradi col suo bell'olio di semi (nessuno vieta di usare lo strutto all'americana, ma io non lo fo', vedete voi)
mettere a marinare le alucce, debitamente suddivise all'altezza di gomito e polso, ovverosia alle pieghe, in modo da avere delle singole sbarrette, all'americana, appunto, nella marinata fatta con tutta quella roba lì escluso la farina (le due salse, il sale, il pepe, il succo di limone e un cucchiaino di masala)
Quando la friggitrice è a temperatura infarinare le alucce marinate, scuopterle leggermente e friggerle fino a che non diventano uniformemente scurettine (se necessario fgirarle a metà cottura, dipende da che friggitrice avete),

Noi ce le siamo mangiate con una bella insalata mista, i ragazzi ci hanno bevuto sopra un bel succo misto di ananas, mango o maracuia o che so , io invece ho aperto un morellino di scansano....

buon solstizio!

mercoledì 15 giugno 2011

AngelusNovus a notte fonda racconta quanto segue:



Ed io penso che in tanti non hanno nessuno a cui parlare... ma ve lo presento, in questa notte di fine primavera. Vostra Caps


Tornando in topic, mi è venuto in mente dopo un'altra serata "sigh-sob" (come le chiamo io), un efficace contro argomento rispetto al fatto che riportava denisov: quando si sta male bisogna riflettere e pensare e non bere.



Dal mio punto di vista la riflessione personale è utile ma se rimane personale e non viene condivisa con qualcuno è sterile. Come diceva Gaber "la libertà è partecipazione" e quindi anche il pensiero (libero per definizione) deve essere partecipazione e condivisione. Quando ti accorgi che non hai nessuno con cui condividerlo, specialmente dopo che credi di aver trovato qualcuno con cui poterlo fare (e sappiamo tutti quanto siano intime certe cose. potrei sciorinare senza battere ciglio alcuni dettagli veramente raccapriccianti della mia vita ma non condividerei mai con chiunque certi pensieri o certe cose all'apparenza normali e comuni ma a cui assegno una valenza talmente intima che non so sino a che punto loro appartengano a me o quanto piuttosto io appartenga a loro) è veramente una batosta allucinante. Perché dovrei pensare se i miei pensieri rimangono solo miei? Vorrei qualcuno con cui condividerli che sia più di una "morosa". Io voglio una complice. Una persona che mi capisce, ma che non necessariamente mi asseconda o si trova d'accordo con quello che dico. Voglio una persona che riesca a comprendere come sono fatto meglio di come lo comprendo io, e che mi faccia finalmente pensare che non siamo solo io e gli altri, ma che siamo Io, Tu e gli altri. Voglio una persona che riesca a capire quando e perché sono stronzo. Ma soprattutto una persona che mi creda quando dico che le voglio bene come non ho mai voluto bene a nessun'altra e che comprenda come sia necessario alle volte coprire l'amore. Non nasconderlo, ma celarlo ai più. Non sprecarlo, ma conservarlo. Perché se lo dai troppo spesso rischi di diventare freddo, apparentemente distaccato per conservare un briciolo di dignità che in realtà, quando sei innamorato, getteresti al vento. Ed è difficile, ve lo assicuro, provare ad essere freddo e distaccato quando in realtà dentro esplodi e t'incendi come benzina sul fuoco. E ti spaccheresti le nocche su tutti i muri di questo mondo se servisse a cambiare qualcosa che invece non puoi cambiare. Perché è vero che "l'amore che manca è l'amore che fa male". E allora perché dovrei pensare? Solo per convincermi che così facendo starei meglio? In questo senso l'atto del pensare non avrebbe niente di differente dall'atto del bere. Stare meglio. Se fosse solo una questione di "rimorchiare" non sarebbe un problema, e la cosa triste è che ho rimorchiato di più da completo sbronzo schifoso e becero che da sano e perfetto. E questa è un'altra cosa che non mi spiego dannazione, mi fa proprio incazzare! Calvino diceva che le nostre città sono così e per sopravvivere bisogna, in mezzo all'inferno, trovare qualcosa che non sia inferno e dagli spazio, farlo respirare. Ma cosa succede se, quando lo trovi, non vuole respirare e non vuole, anzi non gli interessa proprio, il tuo spazio? Usiamo una espresione tecnica: sono cazzi. La cosa divertente è che dopo aver provato un sentimento così forte come l'interesse per qualcuna (comunemente chiamato amore? non voglio sprecare ancora questa parola) che non riesco nemmeno a descriverlo a parole ed essermi sentito dire nuovamente che non è il caso perché non è possibile che io provassi certe cose, come uno stronzo seguendo proprio il consiglio della persona che mi interessava, ho rimosso tutto. Ve lo dico con sincerità, è una sensazione strana. E' come se io avessi preso un bisturi da chirurgo, mi fossi aperto il petto e la scatola cranica, e con gesto freddo come solo un gesto scientifico può essere avessi cautamente sezionato questo qualcosa-che-non-riesco-a-descrivere, lo avessi gettato dentro una cazzo di scodella di metallo e poi avessi ripulito il buco che è rimasto cucendo il tutto. Le ferite che non vede nessuno e che non sanguinano mai. Il risultato è strano quasi quanto l'operazione. Ora (com'è successo stasera) vedo quella persona e quello è provo è... niente. niente. niente. già non ho assolutamente nessun sentimento. Dell'incendio che c'era prima non è rimasto nulla. Non è rimasto l'interesse o l'amore. Non è rimasta l'incazzatura o la rabbia. Solo un buco disinfettato e asettico. Privo di qualsiasi forma di vita. E pare strano dover ammettere che è rimasta una assenza. Concetto ossimorico e paradossale che però descrive perfettamente ciò che accade. Ma il gesto, l'asportazione, richiede veramente un tale maledetto sacrificio che alla fine sei stanco, spossato. Richiede anche una lucidità (o una follia, che spesso l'accompagna e non sempre le è antitetica) passata la quale lo status "normale" pare annebbiato. Sei come rintronato. Se ci ripensi, poi, ti accorgi di come il tutto sia stato fulmineo. Secco e preciso, per non lasciarsi dentro niente che ti possa far tornare indietro. Non è nemmeno vero che poi ci fai l'abitudine. Quello che sto descrivendo ha parecchi tratti in comune con la morte, che è l'evento per eccellenza e che è "ogni volta unica la fine del mondo". Si muore ogni volta come volta unica e quindi ogni volta con lo stesso dolore della prima. Qual'è il senso del pensare se poi ti ritrovi a farlo fissando, sdraiato da solo nel tuo letto, il soffitto bianco della tua stanza. In un silenzio non condivisibile se non con te stesso. Io sono stufo di me stesso, è una compagnia che frequento da quando sono nato. Gli voglio bene, ma uscirci assieme sempre da 25 anni comincia ad essere un po' troppo. Voglio qualcun'altro. E soprattutto sono stanco delle parole che sono solo parole. Voglio le parole che già sono, o già sono state, azioni prima ancora di essere parole.



come se si dicesse per capire 
quel che si dice 
invece che per capire ciò che si è 
o che l’un l’altro ci si parli 
per dire che pioverà 
invece che per dire che siamo qua 
ad aspettare l’uno dall’altro 
che l’uno all’altro in questo tempo 
che condividiamo 
dica “so che tu ci sei”. 
O come se si scrivesse per raccontare 
qualcosa a qualcuno! 
Si scrive per qualcuno che ci accompagni 
per una strada che dobbiamo attraversare 
senza sapere la strada 
e imparando, camminando, a camminare.



Io guardo 
te - tu 
mi guardi. 
Indovino la mia bocca 
dalla tua bocca, 
e i tuoi occhi mi raccontano 
come sono i miei occhi. 
Non vale a nulla guardarsi 
nello specchio 
sapendo di essere proprio noi 
gli stessi che ci guardiamo. 
Né mi sono mai visto 
con gli occhi chiusi - 
ma, se pure so bene 
che è tutta un’altra cosa, 
ho visto te 
ed è abbastanza.



scusatemi.