sabato 29 maggio 2010

LA RETE MI SEMBRA VUOTA

Giro e rigiro e la rete mi sembra vuota, le maglie strappate, i nodi smarriti, i percorsi senza meta. giro per la rete che da tanti anni percorro con elggerezza, con curiosità, e mi pare tutto inconsistente, troppo diafano.


Forse è il momento, forse è la mia personale insoddisfazione, forse l'avidità ci concretezza.....


...ma la rete mi pare una tela di ragno, pronta ad arricciarsi e raggrinzirsi in un solo istante, col primo colpo di vento.


Ah, homo natus de muliere brevis vivens tempore, repletur multis miseriis, quasi flos egreditur et conteritur, et fugit velut umbra et numquam in eodem statu permanet.


Numquam in eodem statu permanet.


Varrà nelle deu direzioni, si spera. Speriamo, quindi.


mercoledì 26 maggio 2010

COME SI FA

- Dormo. Vediamo. Quando sono in guardia, cioè continuità assistenziale, ma insomma, guardia. Quando sono in guardia mi metto a letto vestito, poi mi copro col k-way, e resto coi piedi fuori, come un barbone. Un barbone, ecco, e metto una mano vicino al telefono. E sono così, una mano vicino al telefono e nell'altra mano il cellulare, e dormo. Ma non dormo. Perché aspetti la chiamata e allora cosa dormi. Non dormo neppure se la chiamata non arriva, sto teso, chiudo gli occhi ma sono teso ad aspettare la chiamata, coi miei piedi di fuori e tutto. Poi magari la chiamata non arriva. Ma arriva. Stanotte, per esempio, arriva e vado a vedere questo tizio, più giovane di me, e metastasi vertebrali e gli hano dato da farsi questa fiala di morfina. Cioè lui fa l'emmeessecontin di base, ma per il dolore intercorrente gli hanno dato da farsi questa fiala. E lui se la fa. Ma poi è ipoteso e mi chiama. E io sono lì e cerco di fare. Ma che cerco di fare. Non c'è mica nulla da fare, se non restare lì. E io resto lì. Fin che non sta meglio. E poi lui sta meglio e io me ne vado alle quattro del mattino e torno a sdraiarmi come un barbone coi telefoni e tutto e dopo un po' riparto.


-Ma tu soffri per loro.


- Certo! Certo, poveretti che ci soffro,e come fai. Li guardo e farei qualunque cosa per levargli il dolore, e poi pensi la loro morte non è diversa dalla mia e pensi che quando toccherà a me chissà se ci sarà qualcuno che verrà. Certo, come si fa a non soffrire.Sì.....

martedì 25 maggio 2010

UN POST

Un post è solo un accenno, una sintesi, è lo stretto indispensabile di ciò che è "necessario" scrivere.
Un post è il minimo sindacale della scrittura.
Parliamo tutti di "post", ma chi li ha definiti? Un post è il singolo brano postato in un blog. Tutto ciò, e solo ciò, che è postato in un blog è "un post". Una frase singola. Una foto. Una poesia, un'animazione composta di immagine filmata, musica, parole sovrascritte.
Tutto quanto si riesca a pubblicare in un blog costituisce un post.
Mi chiedo se qualcuno li abbia già classificati. Le mille forme dell'esperienza bloggher.

lunedì 24 maggio 2010

CRISI

Pare, se dobbiamo credere ai professionisti del mutamento, gli psicoterapeuti della più varia formazione, che solo attraverso una crisi con relativa sofferenza si possa raggiungere un vero e durevole cambiamento. Parlo del cambiamento di sè, della rottura significativa di una delle nostre coazioni a ripetere.


Non è mica facile, perché tanto per cominciare bisogna desiderare di cambiare, avere dentro la spinta, la bramosia di raggiungere un "più", un gradino di maggiore approssimazione alla perfezione o, come preferisco io, il desiderio di portare dentro a questa realtà un pochino più di quella particolare perfezione che ci interessa.


Poi desiderarlo non basta, bisogna metterci la disponibilità a pagare il relativo prezzo in termini di lacrime e sangue, unica moneta corrente con cui il costo del cambiamento può essere saldato.


E neppure basta ancora, perché necessita la continua fatica, l'impegno costante, l'ossessione quasi, di verificare scelta per scelta la corrispondenza della stessa allo scopo prefisso, e ricontrollare ancora, perché ogni giorno che passa lo scenario cambia, lo "spazio morale", per così dire, in cui si configurano le azioni e le decisioni muta inesorabilmente e le valutazioni vanno rifatte e poi rifatte e poi rifatte.


E non c'è, ripeto non c'è nessuna garanzia di non sbagliare di più, cambiando, invece che di meno.....


Insomma, è assai più facile assestarsi in una confortante continuità, legarsi di consuetudine ai nostri rassicuranti errori, restringere il nostro ambito mentale, e sociale, e morale, e attendere.


Mi chiedo perché io non ci riesca, da dove mi provenga questa specie di claustrofobia dell'animo, questa insofferenza, l'angustia, il continuo chiedermi se.


E il quantificare i miei sbagli e il trovarli troppi, troppo grandi, e sentirmene sommersa e dover continuamente scavare, e scavare.


Oltre certi limiti credo che configuri una vera patologia. L'intolleranza di sè.

PARTITA DOPPIA

La nonna, la solita, aveva una citazione buffa: "Anima candida, non macchiarti in computisteria" La citazione era buffa solo se riferita alla sua adolescenza.


Al liceo "fisico-matematico" (così allora quello che poi sarebbe stato lo Scientifico) tra le altre cose si studiava computisteria. Con pennini e inchiostro, anzi vari colori d'inchiostro, rosso e nero credo. Rosso per il dare e nero per l'avere, penso. E carte assorbenti e grembiule nero e mezze maniche, e tutto aveva un senso, dato che sotto al grembiule c'erano deliziosi abiti "anni dieci" che rischiavano di macchiarsi terribilmente in computisteria.


Ma era tutto un doppio senso, diceva. Una metafora. Siamo tutte anime candide, diceva, al principio. E vorremmo restarlo. Restare anime candide, fiduciose. Donare la fiducia e che tutto vada bene così. Neppure contemplare un "se" oppure un "ma" e nemmeno un "e poi". Donare anche noi stesse e che tutto vada bene così.


Poi ti fidanzi, per esempio, diceva, con un giovane e bell'ufficiale, ti fidanzi ufficialmente, in casa, con tanto di festa e anello e invitati eccetera eccetera. Poi si parla della data delle nozze, e lui un po' resta sul vago. tua madre insiste, e lui resta ancora sul vago, ma insomma si parla sempre di queste nozze, e insomma, tu resti incinta. E lui è per mare quando lo scopri e ne parli con tua madre e lei lo avvisa e gli scrive, adesso mio caro genero, bisogna proprio fissare la data di queste nozze, e lui le risponde, le manda un telegramma, a tua madre, non a te, a tua madre, e il telegramma comprende solo quattro parole: "Spiacente, sono già sposato".


Allora, improvvisamente, non sei più candida. Vorresti, è vero, ma un maledetto schizzo d'inchiostro ha oltrepassato la stoffa del grembiule, insomma, ti tocca pensare in fretta. Molto in fretta. Due mesi dopo sei sposata. Il tuo bel marito si convincerà che il vostro primogenito è nato settimino. Per fare le cose per bene alla seconda gravidanza lo informerai con un paio di mesi di ritardo, così anche il vostro secondo figlio nascerà settimino. Ci sono donne a cui capita. Anima candida, costretta alla computisteria, a fare i conti, a calcolare, a decidere di non fidarsi, di manipolare, a proteggersi.


Proteggersi va bene, ma il candore dell'abito è ormai solo apparente. Nel tenere la contabilità ci si macchia per forza, si perde il candore, si impara a farsi i propri conti, a decidere dove mettere il dare, in rosso, e dove l'avere, in nero. a tirare delle righe e calcolare l'avanzo o il disavanzo in partita doppia. E' una storia vera, mi diceva, accaduta alla mia amica del cuore. Ma vedi che non accada anche a te, bambina mia.


Noi abbiamo la pillola. Per fortuna. Persino l'aborto. E comunque non siamo costrette a sposarci a tutti i costi, a costo di mentire, ingannare, a costo di portarci dentro per tutta la vita l'amarezza di quel perduto candore.


Ma ci sono altri candori che si perdono nel momento in cui si comincia a fare i conti, e io non so dare istruzioni su cosa sarebbe meglio fare: se farsi i conti sempre, prima di capitare in mezzo ai guai, oppure se non farseli, e arrivare allo stremo, al momento di portare i registri in tribunale prima di mettersi a registrare, con inchiostro nero e rosso, la partita del dare e quella dell'avere.


Rischiare, di queso si tratterebbe, infine. Rischiare, perché potrebbe anche capitarti che il tuo candore trovi protezione nella lealtà della persona a cui ti leghi, e trovi risposta, accoglienza.


Ma anche no. Potrebbe anche darsi che dopo molti anni tu debba scoprire che è ora di portare i libri in tribunale, o potrebbe darsi che tu lo scopra appena in tempo, e che la pratica della computisteria ti salvi dalla bancarotta, come la virata cinica salvò l'amica del cuore della nonna disincantata, e neppure lei più candida, il candore intaccato da qualche spruzzo preso di rimbalzo.


Rischiare, senza neppure poter sperare di avere ragione, perchè alla fine, nel mondo in cui viviamo, la peggiore delle colpe è il candore.




Ora questo che c'entra col post precendete? Niente. Soltanto mi girava per la mente quella frase, perché nel pomeriggio ho visitato un cimitero molto particolare e c'era la tomba di una signora morta alla stessa età a cui morì la nonna, e non ero sicura di aver mai raccontato questa storia a nessuno, ho pensato magari così va persa e forse neppure l'ha raccontata ad altri, la nonna, e se l'ha fatto magari nessuno più si ricorda, così ho pensato di raccontarlo qui, le tracce che lasciamo nel web restano a lungo come la bava argentata di lumache scomparse nelle loro tane. Buonanotte. Anime candide tutte. Perché, e questo mi piacerebbe averlo saputo allora ed averlo detto alla nonna, si può essere anime candide per sempre, seppure  ad honorem. 


 

giovedì 20 maggio 2010

difficile e quasi disperata

Una giornata così, con un finale così, con le gambe che mi tremano al ritorno a casa, a parlare della morte con un collega, e lui che mi diceva no, non sono in depressione, ma la fiducia, in cosa possiamo aver fiducia adesso? adesso che passiamo alla sesta linea di chemio, adesso che sono passati quattro anni e il mezzo fegato rimasto è già colonizzato, adesso che c'è un nodulo nel polmone, adesso che non tiriamo il fiato? ma noi l'abbiamo sempre saputo, vero? solo tra noi ne possiamo parlare, coi miei familiari cosa vuoi che dica? Non sono in depressione, no. E neppure voglio morire. Se volessi morire, che dici? Se avessi mai voluto morire in questi quattro anni non saremmo più insieme a parlare, qui. Perché quante fiale ci sono in giro e quanto sarebbe facile mettersi sù una piccola flebo. Quattro anni, e non sono stato neppure male. Certo non bene come avrei voluto, ma neppure tanto male.

E ci siamo stretti la mano, e sono tornata a casa e ho detto "che giornata ho passato, le ultime due ore, poi, sono state tanto difficili".
e il maschio, la cui priorità non è mai stata affrontare la verità, ha risposto: "quanto dado ci va messo nel brodo?"

lunedì 17 maggio 2010

"LO FACCIO PER TE, ANZI PER ME"

Sono vittima di una marea di carità pelosa, come la chiamava mia madre. Quella che fai, infine, per il tuo interesse, non per quello altrui, fosse pure per guadagnarti il Paradiso. E la carità pelosa non vale nulla, diceva lei, perché è solo egoismo, alla fine. Un punto di vista morale, non utilitaristico, un punto di vista da cui le intenzioni modellano le azioni andando ben oltre il risultato materiale, ma spingendosi nel terreno del riconoscimento della libertà della persona in favore della quale agiamo e della preminenza del suo interesse rispetto al nostro.


Io sono sua figlia, non posso farci nulla. Uno dei miei terapeuti mi disse una volta che avevo imparato tanto da mia madre e nulla da mio padre. suo padre sa benissimo come difendersi, diceva, e lei non ha mai voluto imparare a farlo. Aveva ragione, naturalmente. Almeno dovevo imparare come farlo, non ero poi obbligata a mettere in atto quelle cometenze se non mi sembrava giusto farlo. Ok, sto imparando adesso, e lo faccio attraverso il filtro di ciò che ho imparato da mia madre.


 Ecco, mettiamo per esempio il fatto di andare in giro nel fine settimana. Da alcune decine d'anni chiedo a mio marito di farmi compagnia, di andare in giro con me, a zonzo. Amo moltissimo vedere posti e persone, guardare le vetrine per capire cosa la gente cerca, ascoltare lingue diverse, respirare diversi colori di cielo. E soprattutto uscire per un po' dalla mia realtà ristretta per vedere le cose da una prospettiva leggermente differente.


 Ho collezionato alcune decine d'anni di rifiuti; peggio che rifiutarsi, il marito si sottrae. La differenza tra rifiutare e sottrarsi è sottile, ma fondamentale. Chi si rifiuta si assume la responsabilità del no, chi si sottrae te la scarica. Così mi dovevo anche sentire in colpa perché non capivo che era stanco, perché gli volevo levare i suoi pochi interessi, perché non mi curavo abbastanza della casa, perché perché, perché e perché. Mai una volta un sincero: perché non mi va e, cazzo, io faccio quello che mi va e tu ti arrangi, mia cara, visto che lo sai fare tanto bene.


 Adesso ha cambiato idea. Mi propone delle gite. Ma non sono quelle che vorrei io, sono quelle che vuole lui, che si sovrappongono alle mie, che le sostituiscono, che tentano ancora di isolarmi dal resto del mondo, perché il marito non è preso da improvvisa dedizione per me, ha solo realizzato che potrebbe perdermi, che non intendo più "arrangiarmi", e allora corre ai ripari. Protegge i suoi diritti su di me, e se per farlo deve fare qualcosa per me, ebbene è disposto persino a questo.


Ma non è abituato a farlo, così lo fa in modo maldestro. Non viene incontro ai miei desideri, ma cerca di mimarli, costruendo di suo qualcosa di simile. Tanta fatica invece di chiedermi semplicemente cosa voglio, direte voi. Eh, ma se mi chiedesse cosa voglio dovrebbe rischiare di fare qualcosa che non è sotto il suo completo controllo. Può accettare di trascorrere qualche fine settimana con me, soprattutto ora che il campionato è finito, ma non arriva a pensare di trascorrerlo facendo qualcosa che piaccia anche a me, a tal punto è abituato a fare solo quello che piace a lui.


Sarebbe stato così facile aprire gli occhi e "vedere" la persona che gli stava vicino, lo sarebbe anche adesso, ma proprio non è abituato. Proprio non è nelle sue corde. Per giunta, adesso, dovrei anche sentirmi grata perché fa qualcosa per me. Nel senso che lo fa per trattenere me. Cioè lo fa per sé. Che vecchia novità.....


Per chi se lo chiedesse, un invito alla riflessione: attenti, il 99% della gente che vi ama, vi ama esattamente così, anche se non lo sa. QUESTO è l'amore come va.

martedì 11 maggio 2010

stasera

stasera pizza! incredibile strappo alle mie regole alimentari. Non vedo l'ora...

lunedì 10 maggio 2010

La sete dei vecchi

Un giovanotto che conosco da anni ha aperto con alcuni soci/colleghi una Casa Alloggio per anziani.
Lui è un assistente di base. In realtà studiava per diventare infermiere, ma all'epoca era un ragazzaccio scapestrato, così ha lasciato, ripreso, e infine ha fatto uno di quei corsi che negli ultimi anni hanno cambiato nome diverse volte ed ha cominciato a lavorare in RSA, che sono le case di riposo protette. Che sono brutte, è vero. E a lui non piacciono. così ha raccolto le forze, ha trovato un grande appartamento e insieme a due amici, una fisioterapista e un infermiere, sta cominciando questa strana avventura.
Così ho ricominciato a fare il medico da casa di riposo. Aggratis stavolta, perché cose così bisogna non solo approvarle a chiacchiere, ma metterci anche una piccola mano.
Una piccola Casa Famiglia, con solo sei posti, di cui quattro già pieni a meno di un mese dall'apertura, e rivolta soprattutto a soggiorni temporanei, di cosiddetto "sollievo" per i parenti, o di convalescenza per anziani che vivono da soli. Ha già avuto una signora che si era rotta due vertebre, ed è tornata a casa dopo due settimane, e ora una che ha un braccio ingessato, ma che, ho scoperto, è etilista cronica, il che verosimilmente condiziona/causa la sua demenza e le cui figlie pensano, forse di lasciare più a lungo.
La povera donna si alza ogni notte per frugare ogni stipetto della cucina. Cerca, cerca, non sa dire cosa, ma è una cosa a forma di bottiglia. Allora la persona che è di turno la notte le dà qualche goccia di ansiolitico e la riaccompagna a dormire. Povera nonna disperata...

Ma la cosa interessante è che ha accolto un anzianissimo signore, classificato come "demenza vascolare" dal servizio specialistico per le demenze di un vicino paesone, presso cui sarebbe, come dire, "seguito" da circa tre anni.
Una accurata anamnesi, fatta da una povera dottoressa di famiglia, ha fatto reindirizzare la diagnosi verso un delirio di Korsakoff. Naturalmente anche al vecchio signore farà un gran bene la eliminazione dell'alcol etilico dalla dieta.
Uh, il delirio di Korsakoff è una patologia tipica dell'etilista cronico, praticamente voglio dire che il signore in questione non ha per nulla una demenza vascolare, ma una demenza degenerativa/tossica da etilismo cronico, il che a voi non dirà nulla, ma a me ha spiegato come mai le terapie effettuate non abbiano dato risultati. E mi ha permesso di formulare un giudizio per nulla lusinghiero sullo specialista che percepisce uno stipendio per seguire gli anziani nel vicino paesone di cui sopra.

Intanto il vecchio signore sta meglio, è sereno e dorme, con un pochetto di aloperidolo e soprattutto senza prosecco e caffè corretto.

Ecco. Piccole cose da fare. E bravo Davide, ex ragazzaccio scapestrato.

mercoledì 5 maggio 2010

Mannaggia

Domani nuovo interessante seminario di Francesco Campione, ma non ho il sostituto, quindi non posso ascoltarlo. Ah, che peccato! Parlerà della morte e del morire....

ho rotto il ghiaccio

Ebbene, ho avuto i miei motivi per stare lontana dal blog per tutto questo tempo.
Credo di essere finalmente venuta a patti con la consapevolezza di essere osservata in maniera non disinteressata.
stare in rete è un'attività molto interessante e fino a qualche mese fa non mi ero mia sentita pressata dall'attenzione di nessuno dei miei compagni di navigazione. Poi è accaduto invece il contrario.
in parte la persona in questione va scusata perché non conosce nè comprende la blogosfera. Non è vero che noi qui si sia semplicemente in pubblico. Siamo in un pubblico "reciproco"
La maggior parte dei lettori sono anche bloggers, vi è uno scambio, una relazione almeno bidirezionale. la blogosfera è una vera comunità.
Se capita, come è accaduto a me, che un utente diventi tale solo per osservare un blogger, ecco, questo sguardo è necessariamente "diverso". Non è reciproco. Non paga in nessun modo il debito di ascolto che contrae.
Questo mi ha messo molto a disagio per parecchio tempo, al punto che non sono riuscita a scrivere.
Dovevo digerire il problema e trovare una soluzione.
Ecco la soluzione.
Non appartengo a chi mi legge. Non ha nessuna importanza con quanta assiduità o con quanta intenzione mi si legga, io non appartengo a qualcuno solo perché questo qualcuno si prende la briga di leggermi. Ma appartengo, per esempio, in qualche modo a ziacris, a epi, a mare, a ottonieri, a giorgi, e insomma non mi fate fare il lungo elenco delle persone che leggo e a cui sono debitrice di qualcosa. Non dimentico nessuno dentro di me, credetemi, solo siete troppi per un solo post.
Appartengo a loro non perché mi leggono, ma perché mi restituiscono, di tasca loro, qualcosa attraverso la rete.
Una volta, quando ero giovane, mi trovai senza denaro. Non mi accadde una sola volta, ma io ricordo molto bene quella volta lì. In quella occasione un tale, di cui non ho mai conosciuto il nome, mi diede diecimila lire. Io avevo una ventina d'anni e lui forse una cinquantina. Volevo il suo indirizzo per restituirgli il prestito, ma non l'ho avuto. Mi disse invece che ero molto giovane e che certamente negli anni a venire avrei avuto modo di restituire le diecimila lire o una parte di esse, secondo le mie possibilità, a qualcuno che ne avesse bisogno, a nome suo.
L'ho fatto un certo numero di volte, l'ultima pochi giorni fa, non per generosità o per altruismo, ma per correttezza: i prestiti si restituiscono.
La stessa cosa accade in rete: si restituisce.
Chi non comprende questo è fuori dai miei interessi.
Scusatemi per la lunga assenza. Un abbraccio. Capsicum.

Sentimentaaaaal

Una cosa che non ho mai voluto essere è "sentimentale".

In realtà lo sono. Un sacco. Così, visto che lo considero un grave fattore di vulnerabilità, lo tengo molto nascosto.

Se si accorgono che sei facilmente commovibile, che ti lasci intenerire dalle commedie strappalacrime, che ti impressionano le scene di violenza, che non tolleri la brutalità, e per giunta sei una donna, tutte le tue qualità non ti salveranno da sorrisini di compatimento, da pacche sulla spalla, dall'essere sminuita in tutto ciò che fai, per via che tutto sommato non sei altro che una donnetta.

Così io non mi commuovo. Non ufficialmente e neppure ufficiosamente. "Cazzate" è un ottimo commento.

Naturalmente la mia amica Alberta, molto più pragmatica di me (sì, è possibile) se ne frega e legge apertamente romanzetti rosa, e me li presta, anche. Io ringrazio, leggo, mi commuovo, e passo sotto silenzio la cosa. Ora, che devo fare con il libercolo della
Sophie Kinsella, alias Madeleine Wickham, titolo La compagna di scuola, su cui ho appena finito di versare calde lacrime? Lo metto su aNobii, ma mica lo recensisco......