domenica 24 gennaio 2010

scrivo poco, lo so

scrivo poco sul blog, è vero. Ma faccio molte cose. Embè, se fai tante cose scrivile, no?
Non è facile. Intanto tenere un blog per la bellezza di sei anni e rotti costruisce, è vero, una forte abitudine, questa pagina virtuale è davvero una parte di me come un dito del piede, o venti centimetri di intestino. non una grande parte, forse, ma inscindibile.
però rimane il fatto che in certi momenti il contenuto di questo blog mi rende più vulnerabile. Parlare di sé, seppure in modo limitato come faccio io, e orientato a sviscerare certi argomenti piuttosto che altri, presuppone integrità, nel senso che non posso essere diversa qui da come sono nel resto del mondo, quello reale, di tutti i giorni, e con tutte le persone che fanno parte della mia vita, da mio fratello ai miei pazienti, mio figlio, alcuni amici che, e di questo sono stupita e grata, mi leggono più o meno regolarmente.
Insomma, bisogna non dire mai bugie. Peggio, bisogna cercare di tacere meno verità possibile. Sì, perché è lecito, io credo, tenere per sé delle cose, nella propria intimità, nella propria privacy. Se in genere io sostengo che tacere parte della verità è una forma di menzogna, questo non significa che, nel momento in cui si entra nel proprio privatissimo privato, si sia tenuti a mettersi in piazza senza neppure una foglia di fico. Tacere qualcosa di sé può semplicemente essere riserbo, questo volevo sottolineare.
Ecco, qui mi farebbe comodo potermi di nuovo proteggere nel relativo anonimato del mio nickname; anonimato che ho, per mia scelta, perso tre anni fa. pensai, a suo tempo, di ricominciare con un altro blog ed un altro nick, ma amo le sfide, e non volevo lasciare gli amici che mi seguivano.
E quindi mi corre l'obbligo (copio l'espressione da un amico che non credo mi legga, ma non si sa mai, nel futuro potrebbe farlo), mi corre l'obbligo, dicevo, della sincerità. Che non mi pesa, no. Dico volentieri la mia verità, che però, messa per iscritto su una pagina virtuale, da un lato è necessariamente parziale, dall'altro è la verità vista dal MIO punto di osservazione e fissata NEL MOMENTO in cui scrivo. La verità intesa come resoconto dell'esperienza e reportage sulle opinioni ed i sentimenti, è non solo interpretabile, ma in certo grado soggetta a mutamento.
Uno legge il blog, è difficile rendersi conto degli anni trascorsi da un post, e dice: allora la pensi così? EH, nel 2004 la pensavo esattamente così; oggi forse il mio pensiero è cambiato.

Sapete, io mi guardo intorno quando giro in rete, e quasi tutti quelli che c'erano nel 2002 e nel 2003 non ci sono più, oppure ci sono ma non scrivono quasi mai.

Questo della sovraesposizione personale e della necessità dì avere una vita trasparente è uno dei motivi che rendono più difficile tenere un blog così a lungo.
Ok, riflessioni. Dicono che sono criptica, quelli che hanno modo di sentirmi parlare a ruota libera. Altri si azzardano a dire che forse lo faccio apposta. Ma la verità, nella concezione di espressione del reale, è per me difficile da afferrare, difficilissima da descrivere, e tanto mutevole che conservarla come una marmellata di tempo nel barattolo del mio blog pare uno dei pochi modi di ritrovarla, a distanza, e di confrontare la Capsicum 2003 con quella 2005 o con quella, che si va dipanando, 2010.
quasi mai rileggo i post, per via che splinder a volte se li mangia mentre li rileggo, chiedo venia quindi se risulterò criptica, misteriosa, oscura. Prometto di tornare a rileggere e a modificare, domani.
Buonanotte da Caps

sabato 16 gennaio 2010

IL MIO NUOVO LIBRAIO GUADAGNA PUNTI

Un amico mi dice, qualche settimana fa: dovresti leggere Thomas Bernhard, e me lo dice perché, lascia intendere, quel che sto cercando di fare scrivendo va nella direzione in cui si trova lui. Regalatelo per Natale, mi dice. Ed io vado nella pausa pranzo nella nuova libreria davanti al mio studio, e trovo un paio di libri interessanti e poi mi fermo alla cassa; vorrei parlare col libraio che mi ha suggerito "I migliori anni della nostra vita", ma è impegnato in un lavoro che sembra avere a che fare con l'inventario di inizio anno, così mi rivolgo alla ragazza e le chiedo se hanno qualcosa del Nostro. Ora guardo, dice lei, e cerca nel PC e chiede al libraio come si scriva Bernhard, allora lui alza lo sguardo, aveva chiaramente ascoltato tutto, e dice dovrei avere parecchia roba, e neppure guarda me o lei, ma gli occhi si voltano verso uno scaffale, e si dirige lì, e a colpo sicuro allunga la mano, la destra, verso destra e tira fuori un libro, e intanto allunga anche la sinistra, verso sinistra (un altro ambidestro vero, caspita, affinità inattese!), e tasta una fila di libri, poi con entrambe le mani ne tira fuori almeno sette o otto, tutti in fila e dice: ecco, Bernhard, scelga quello che vuole, e io dico sono tanti, non so, non lo conosco, non ho mai letto nulla di lui, lei con cosa comincerebbe? e lui senza esitare tira fuori Il soccombente e dice: questo, certamente questo. Poi aggiunge: è un po' peso (nel gergo locale vuol dire angosciante, o anche difficile da digerire, da capire), è un po' peso, è vero, ma è enormemente significativo. Io ne vorrei scegliere anche un altro e lui ride e dice li prenda tutti. Io rispondo no, ho almeno venti libri da leggere a casa, e lui, io ne ho degli scaffali interi, ma non importa, se porta a casa dei libri porta comunque della ricchezza, i libri che io non ho letto forse li leggeranno i miei figli, o forse lo farò io, avere in casa libri da leggere è come avere cibo da mangiare, e poi parliamo ancora un momento e lo ringrazio per l'altro libro, e parliamo ancora un po' e io mi porto a casa Il soccombente ed eccomi qui. Sono debitrice al mio amico, che si chiama Francesco Tacconi e che trovate al link sopra, ma anche qui (ma non mi seccate se lo trovate esplicito, vi avverto qui ed ora, è esplicito), che mi ha consigliato l'autore e al libraio che mi ha suggerito il titolo. Quel che fa Bernhard con questo libro è straordinario, è proustiano ma è di più, ritaglia un pezzo della sua anima, del suo passato e del suo presente, uno scorcio di tempospazio lasciandone i brodi scabri e taglienti, vivi, senza cosmesi, lo ritaglia, appunto, e lo ripiega elegantemente e ce lo mette davanti, come una comunione cartacea, carta e inchiostro come pane e vino, e alla fine mi prudono le dita per il desiderio dei tasti d'avorio ed ebano, io che non so più suonare, e non ascolterò mai più Glenn Gould suonare le Variazioni Goldberg senza pensare a lui che abbatte un frassino dal tronco largo mezzo metro, in una giornata inclemente, e non ascolterò mai più le Variazioni suonate da nessuno senza "vedere" Wertheimer impietrito sulla porta di uno studio, mentre piovono fuori le note di uno Steinway animato da Gould e ad una ad una gli uccidono l'anima. Buona lettura, non ve lo lasciate scappare.

sabato 9 gennaio 2010

un ripiano

ieri ero nervosa, angosciata, scazzata, così ho assoldato il filius minor e insieme abbiamo inserito un ripiano di scaffale di libri in aNobii. Ce ne stanno dei libri, su un ripiano! Abbiamo tirato fuori roba che neppure mi ricordavo di aver letto. però, magicamente, basta un titolo e una copertina a riportare tutto alla mente. Se avessi avuto il tempo avrei potuto scrivere trenta recensioni a memoria. Ma a che pro? Così ho messo solo le stelline. E vai.
Però è carino avere l'opportunità di reinventariare la propria memoria....

venerdì 8 gennaio 2010

c'era una volta

C'era una volta un tempo in cui l'amicizia era più importante dell'amore. Chissà perché. Poi l'amore è diventato più importante. Per anni non abbiamo desiderato altro. E abbiamo preso un certo numero di fregature.


Era meglio se non la cambiavamo quella scala di priorità. Forse.


Ma comunque allora, in quel tempo lì, questa canzone, ma non solo questa canzone, anche altre canzoni, sembrava che dicessero qualcosa di noi. Che ci rappresentassero.


Bene, a me continua a piacere. E anche a dirmi qualcosa.


http://www.youtube.com/watch?v=GYKJuDxYr3I


When you're weary, feeling small,
When tears are in your eyes, I will dry them all;
I'm on your side. when times get rough
And friends just cant be found,
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.

When you're down and out,
When you're on the street,
When evening falls so hard
I will comfort you.
Ill take your part.
When darkness comes
And pains is all around,
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.

Sail on silver girl,
Sail on by.
Your time has come to shine.
All your dreams are on their way.
See how they shine.
If you need a friend
Im sailing right behind.
Like a bridge over troubled water
I will ease your mind.
Like a bridge over troubled water
I will ease your mind.

mercoledì 6 gennaio 2010

dimmi perché

il problema della razionalità delle decisioni è un falso problema e deriva da un erroneo inquadramento della decisione stessa. Ogni decisione umana è assolutamente razionale se rapportata alla finalità per cui è stata presa. oh, porcaccia la miseria, non ho mica voglia di mettere per iscritto tutta la faccenda. posso richiamare il nostro amico ottonieri quando parla (qui: http://www.incompetente.splinder.com/post/21980446/Ma+dove+siamo+andati+a+parare%3F) di cervello superficiale e cervello profondo. Mi sta bene come divisione. I due hanno finalità differenti e pertanto le loro decisioni, pur essendo invariabilmente razionali, non lo sembrano se vengono avulse dalle proprie finalità e messe in rapporto con finalità altre. Per esempio.


 Se mi voglio proteggere del freddo e stare comoda, mi metto un paio di pantaloni morbidi di lana che non stringano in vita, meglio ancora un paio di pantaloni da sci, maglione o pile, pure morbido e comodo, scarpe adatte alla situazione in cui mi devo muovere (casa, neve ecc) e questo abbigliamento è del tutto razionale. se invece la mia finalità è quella di ingolosire il mio amante, mi metterò calze velate, autoreggenti se prevedo una situazione in cui possano tornare più adatte, gonna aderente, eventualmente con uno spacchetto che stimoli la curiosità senza soddisfarla, una maglia o una camicia con una scollatura dalla forma e profondità adatte a valorizzare il mio davanzale, sempre nell'ottica di cui sopra: un vestito che chieda di essere levato, insomma.


Si tratta di una scelta razionale in entrambi i casi, ma solo se rapportata alla finalità corrispondente. il cervello profondo ha come primo scopo quello di salvaguardare l'integrità del sistema (corpo&psiche) e sulla base di ciò opera scelte assolutamente rigorose: quella di farsi curare da un omeopata, quella di restare con un uomo che ti picchia, quella di continuare a fare un lavoro che odii, eccetera eccetera eccetera.


Stessa cosa quando parliamo della scelta di una massa di persone. Le finalità del gruppo sono totalmente diverse da quelle dell'individuo. la massa sceglierà un prodotto griffato perché questa scelta soddisfa le finalità di inserimento nel gruppo del singolo e di mantenimento dell'unità del gruppo e del reciproco riconoscimento, pertanto passerà in ultimo piano la qualità del capo o la sua utilità per altri fini. Se cerchiamo viceversa di giudicare la scelta di una massa con le finalità del singolo, la giudichiamo irrazionale, ma ci sbagliamo.


Orientare le finalità della massa è un lavoro potenzialmente bellissimo, assolutamente interessante, peccato che venga pagato da chi ne può trarre denaro, per la propria utilità, e che quindi abbia in ultima analisi il risultato di deviare le scelte della massa dalla propria utilità alla utilità del singolo o del gruppo minoritario committente il lavoro di influenzamento della massa stessa.


La massa non è altruista, il singolo non è altruista, le comunicazioni di massa in ultima analisi compromettono la "sanità mentale" delle scelte della massa distogliendole dalle proprie finalità per costringerle, con vari tipi di inganno, a lavorare per fini di singoli o minoranze. Non vedo modo di intervenire per evitare ciò.


Comunque bene o male un po' di quello che penso l'ho messo giù, così fra qualche anno me lo ricorderò, e potrò dire a me stessa che non avevo ancora capito bene come funziona la faccenda. almeno spero. mi spiacerebbe fosse il contrario.

domenica 3 gennaio 2010

mi sento triste. e brutta. e grassa. l'inizio dell'anno mi mette sempre un po' di depressione. la gente dà il peggio di sé, oroscopi e tutto il resto. un popolo di idioti. come dice alex: che ti aspetti, mamma, non veniamo dalle scimmie?
ok. non ho neppure voglia di vedere un film, e non mi pare che ci siano libri interessanti da leggere. non ho voglia di scrivere, ho fatto indigestione di lavori mediocri per oggi, e l'idea di rimettermi a cucinare per il pranzo di domani mi disgusta.

gennaio. che brutta roba. e ha pure 31 giorni.
questo gennaio, poi, si annuncia molto difficile.