venerdì 31 dicembre 2010

target


La sezione statistiche della libreria di aNobii mette delle buffe fantasie, col suo conteggio dei libri e delle pagine che hai letto in un anno.
Da un po' mi dicevo che sarebbe stato divertente arrivare a quota 52 libri letti nell'anno, libri "nonlavorativi", s'intende, ma SENZA barare, nel senso che scegliere cinquantadue librini facili, tipo 52 gialli o noir o fantasy da cento e rotti pagine ciascuno non vale. Bisogna leggersi il Bach di Buscaroli se quell'anno il fato ci ha condotti al Bach di Buscaroli (2010), o Godel, Escher, Bach di Hofstadter (2009), o le vite del Vasari appena uscite in edizione integrale economica, che mi aspetta per il 2011.
Infine, si tratta di un giochetto. Ma comunque non ci sono arrivata. Mi sono fermata a 51. Non intendo barare, neppure portandomi dietro un libro facile al cenone di capodanno. Sarà per il 2011.
Buon nuovo anno a tutti.
Caps

giovedì 30 dicembre 2010

dormire, sognare...

Da qualche giorno arrivata alle ventidue o al massimo alle ventitrè, mi prende un sonno delizioso e invincibile. In compenso mi sveglio fresca alle sei e cinquantasei (sette e quindici durante queste vacanze).
Per una che ha avuto lunghi periodo di insonnia, vi garantisco, non è niente male!

mercoledì 29 dicembre 2010

un giorno per volta

oh, è una citazione asimoviana, mi pare. Il segreto di una vita lunga e felice è di viverla un giorno per volta.
Io così faccio in questi giorni, senza aspettarmi nulla, prendendo nota di quel che accade e ascoltando il mio cuore, la mia pelle, il mio sangue e i pensieri della mia mente. 
per sapere come va a finire è  necessario, sempre, aspettare.

domenica 26 dicembre 2010

crema di zucca

tritare finemente una costa di sedano e una carota e mettere a rosolare in olio extravergine d'oliva, a fuoco basso. A parte mettere a bollire dell'acqua o del brodo vegetale; pelare due patate medie o una grande, lavarle e tagliarle in pezzetti molto piccoli: pelare e tagliare in tocchetti piccoli uno spicchio di zucca che sia in quantità approssimativamente il doppio o il triplo rispetto alle patate.
aggiungere patate e zucca al soffritto e coprire con brodo bollente (o acqua bollente). Lasciare cuocere fino a che la zucca e le patate non si disfano, aggiustare di sale, aggiungere una bella presa di noce moscata e passare al frullatore omogeneizzando la crema.
Si può condire con parmigiano oppure guarnire con una spolverata di prezzemolo tritato a polvere.

sabato 25 dicembre 2010

perché no?

a  volte splinder si mangia i post. L'ho sempre presa come l'occasione per riflettere se quel post fosse veramente importante scriverlo. questo lo è. 
divido tante cose con i lettori del blog, ma sono sempre restia a espormi troppo da quando ho capito che queste informazioni possono essere, per dirla con ottonieri, giocate su un piano personale, a tu per tu.
ma questo non è un segreto, ha una dimensione pubblica, per così dire, e presto dovrò dire ai miei pazienti che ho cambiato numero di telefono e loro si chiederanno perché e non ci sarà motivo di mentire.
a maggior ragione è giusto dirlo qui.
Vivo in una nuova casa, da circa un mese. Sono venuta qui per allontanarmi da mio marito e dalle sofferenze che , seppure inconsapevolmente,  infliggeva a me e ai nostri figli e sono certa di aver fatto bene. Lo sono tanto più adesso che mi rendo conto che lui cerca ancora di farci soffrire per alleviare la sua, di sofferenza, senza riguardi ora come prima e senza consapevolezza ora come prima. La cosa difficile  non è andarsene. La cosa difficile è sentirlo chiedere aiuto e riuscire a rispondere no.

domenica 19 dicembre 2010

pensiero e potere

Ho cercato di ricordare cosa mi raccontò mio padre del nonno fascista. Il nonno oerì che ero ancora fanciulla. Precoce, molto, ma il tempo non si dilata a volontà e il nonno, che negli ultimi anni era depresso, non fece a tempo a raccontarsi a me al punto da soddisfare la mia curiosità.
Così la sua figura è completata dai resoconti di seconda mano di mio padre e di mio zio.

La faccenda dell'essere l'unica ad avere avuto un nonno fascista "spontaneo", per così dire, mi colpiva molto. Mi chiedevo intanto se fosse vero, se molti rinnegassero il passato, vergognandosi a posteriori delle loro scelte, o anche per mere ragioni di convenienza, lo stesso tipo di scelta che li aveva portati ad aderire al fascismo, se non con entusiasmo certo con convinzione.

Il mio era l'unico nonno fascista, l'unico ad aver partecipato ai moti di Genova, come fascista, provocatore e bastonatore, s'intende.
Ero giovane e facevo domande giovani e semplici. Perché, chiedevo, il nonno e gli altri volevano che tutti la pensassero come loro?
No, diceva mio padre, non hai capito.

Al nonno e ai suoi camerati, così si chiamavano, non interessava affatto come la pensasse la gente. La gente poteva pensare come voleva, poteva odiarli, sai come dicevano? molti nemici, molto onore. A loro non premeva il consenso di tutti, premeva che il dissenso non fosse manifestato.

Se non la pensi come me devi stare zitto, ecco cosa dicevano, Se parli contro di me o agisci contro di me DEVI SAPERE che ti aggredirò in ogni modo, non con lo scopo di ucciderti, ma con quello di farti tacere. Perché, dicevano, vorresti morire? o ritrovarti al confino, o farti male, trovarti col naso rotto o pieno di lividi? Tanto, noi vinceremo.
Era, diceva mio padre, una questione di potere, non di consenso.

Oggi, diceva ( e si era negli anni 70, ricordiamocelo) oggi i politici cercano il consenso della maggioranza, allora cercavano il potere. Se tu non la pensi come me e stai zitto, questo non mi cambia nulla. Io parlo, invece, e convinco il gregge. Il concetto di gregge, diceva mio padre, è fondamentale. Hai presente la folla del Manzoni? Avevo presente.

Adoravo Manzoni. Mio padre me lo aveva messo in mano, per disperazione, a nove anni, quando avevo consumato ogni libro vagamente adatto ad una ragazzina che fosse presente in casa. Li consumavo con una velocità esasperante. Il poveretto era arrivato a chiedermi un sunto verbale del libro precedente prima di fornirmene uno nuovo. 
Non lo faceva a scopo didattico, no, era proprio un deterrente, non ne poteva più. Mia madre aveva vietato libri anche solo vagamente scabrosi, includendovi per esempio Italo Svevo, e persino Dumas, così mio padre prese una edizione economica, ma integrale, con copertina di cartoncino, dei Promessi Sposi e me la mise in mano ingiungendomi di non saltare neppure una pagina. Una questione di rispetto per l'autore, disse, se vuoi conoscere il suo pensiero devi leggere ogni pagina, non puoi saltarne dei pezzi. Tra parentesi, dopo i Promessi Sposi era talmente disperato che mi fornì una Bibbia, con la stessa raccomandazione. Ho letto persino le genealogie, parola per parola, e tutti i resoconti di battaglie e le profezie, tutto.

Tornando alla folla del Manzoni, mi spiegava il concetto di gregge secondo il nonno. Noi siamo i pastori, diceva, conduciamo il gregge, lo pascoliamo e in cambio ne traiamo lana e latte. Non uccidiamo le nostre pecore, a meno che non sia indispensabile, perché ogni pecora uccisa diminuisce il nostro gregge. Noi abbiamo i nostri cani, lasciamo che loro abbaino per noi, che mordano per noi. Il nonno non amava sporcarsi le mani, l'ho già detto, e anche nei tafferugli il suo ruolo era più di gestione della provocazione che di picchiatore, era troppo un signore per sporcarsi le mani. Noi abbiamo i nostri cani, diceva.

Se una pecora non è d'accordo, ci pensano i cani a convincerla.
Il nonno era molto metaforico, temo di aver imparato da lui.
Ma se uno non la pensa come me e parla, allora le pecore possono ascoltarlo, e resistere ai cani. E' come se un nuovo montone le affascinasse e si facesse seguire. Mi porta via le mie pecore, e non importa che me ne porti via solo due o tre, mi leva una frazione del potere, il potere, diceva il nonno, il VERO potere DEVE  essere COMPLETO. E' come avere una donna, diceva il nonno, o è soltanto tua oppure sei cornuto.

Così, diceva mio padre, pensava il nonno e pensavano i suoi, per questo intimidivano, picchiavano, confinavano, censuravano giornali e radio, controllavano la stampa, l'editoria, il teatro, i locali pubblici,persino i capannelli per strada, per zittire ogni voce di dissenso. E' vero, diceva mio padre, che non partivano con l'intento di uccidere, ma se altri metodi fallivano l'assassinio non era escluso.  Matteotti? chiedevo io, che avevo ascoltato altri racconti, su un altro nonno. Matteotti, sì, rispondeva mio padre, ma non solo Matteotti, sai? Il metodo era il metodo e pervadeva tutto.

Ora, questo post è troppo lungo, lo so, ma riflettiamoci bene. Gli uomini coi caschi che si insinuano nelle manifestazioni pacifiche e quasi gioiose dei nostri figlioli, che picchiano, bastonano, insanguinano, che girano indisturbati mentre la polizia si accanisce sugli inermi, così, tanto per avere qualcuno da arrestare, cosa vogliono?

Vogliono farci sapere che se vediamo dei caschi in giro dobbiamo tornare a casa, dobbiamo smettere di manifestare il nostro pensiero. Possiamo pensare quel che vogliamo, ma dobbiamo tenere i nostri pensieri per noi, non dobbiamo esprimerli con parole o con azioni.

Quando camminare per strada equivale a dire NO, dobbiamo essere spinti a fermarci e a rientrare in casa. Nell'ovile, da brave pecore. Davanti alla televisione da cui ci giunge l'unica parola consentita, quella dei cani, quella del consenso.

sabato 18 dicembre 2010

Filippo su FB

Anche l'amico mio Ottonieri, quello dell'Incompetente, come Nadia Cartocci è su Feisbuc, ma lui vale la pena di leggerlo, anche lì. 
Dovete sapere che un comune giovane amico s'è trovato massacrato di botte a Roma, mentre manifestava. 

Manifestava, sì! Sarebbe come a dice che camminava per strada insieme ad altre decine di migliaia di studenti e professori per dire: non mi piace quello che state facendo. Manifestava il proprio pensiero. Dice qualcuno, ma quando vedeva la gente coi caschi doveva capire che si metteva male e rintanarsi a casa. Uh, sì, infatti, ricordo bene come funziona.

Diceva mio nonno che quando loro scendevano in strada vestiti di nero, menavano duro perché la gente imparasse a rintanarsene in casa e lasciare a loro le piazze, le strade, le città e le campagne.Menavano duro perché la gente riconoscesse di non avere il diritto neppure di uscire, se non quando loro lo concedevano. Per questo menavano. Non per fare del male, diceva lui. E lui non dava neppure pugni, diceva, perché lui era un signore ed usava solo dare schiaffoni. Lo schiaffo è più umiliante, diceva, con lo schiaffo o con la bastonata arrivano due messaggi: il primo è che io sono più forte di te, il secondo è che tu sei un villano o addirittura un somaro e come un villano e un somaro ti meno, non come un mio pari.

Questo per dare un contesto storico ed insieme domestico e vissuto alla definizione "fascista". Perché mio nonno era fascista.

Sì, lo so, che i nonni delle persone perbene erano tutti partigiani, lo so. Immagino che tra chi mi legge non ci siano nipoti e pronipoti di fascisti, ma soprattutto non ci siano pronipoti di fascisti veri. Insomma, a parte mio nonno, erano tutti fascisti per forza, si sa.

E allora leggetevi Ottonieri, pensando a mio nonno, e al giovane amico romano, giovanilmente convinto di avere non solo la libertà di pensiero, ma anche quella di manifestarlo, parlando, vivendo, camminando per strada.

Ah, io in qualcosa mi dissocio da Ottonieri, attenzione:  se sono in un campo di nudisti io i vestiti me li levo. Per via che amo confondermi tra la folla, tutto qui 



Prima premessa: quando succedono cose simili, chi le commenta deve misurare le parole. Questo non vuol dire tacere, o edulcorare le proprie affermazioni:misurare significa usare parole né troppo grandi, né troppo piccole. In questo, applicherò un mio personale metro di giudizio.



 



Seconda premessa: in questo post userò spesso il termine "fascista". Sarà inteso non nel generico senso di "estremista di destra", né in senso direi "filologico". Lo userò nel senso di "fautore di uno Stato e una società totalitari, illiberali e violenti, con una ideologia di sfondo di destra". In altri contesti si potrebbe usare "stalinista", intendendo la stessa cosa con un'ideologia di sfondo di sinistra.



 



Quello che è successo a Roma non credo onestamente riguardi i Black Bloc (come qualcuno ha detto), a meno che usiamo questo termine come etichetta impropria; credo che chi ha partecipato alle manifestazioni armato, col casco, e tutto il resto, fosse italiano ed appartenesse a gruppi che io non conosco, ma che sono sicuramente criminali, antidemocratici e deficienti. In quella situazione, qualunque "ragionevole" rappresaglia diretta contro uno di questi tizi sarebbe stata per me giustificata. Io penso, tanto per dire, che Carlo Giuliani fosse appunto un criminale, antidemocratico e deficiente, e, sebbene io non creda che meritasse la pena di morte, quando si è preso una pallottola mentre cercava di sfondare una camionetta e far del male a un poliziotto, non ho versato lacrime. Ne trovo assurda e ridicola la beatificazione.



 



Ciò detto, è un fatto (per i miei parametri) documentato che la polizia a Roma non se l'è presa (prevalentemente) con questi. Se l'è presa con coloro che, manifestando, non indossavano caschi né impugnavano bastoni, ma avevano la colpa sostanziale di avversare gli stessi governanti contro i quali i criminali di cui sopra facevano mostra di compiere i propri atti violenti. Bene, molto semplicemente, chi assimila le due cose e dice con una certa malcelata soddisfazione che "gli sta bene" è un "fascista". Analogamente, ritengo che il motivo per cui accadono ricorrentemente fatti del genere è che nella polizia è diffusa e incentivata una forma mentis "fascista".



 



Chi manifesta per dissentire dal Governo (e, en passant, potremmo dire chequesto tipo di manifestazioni è uno dei pochi mezzi di pubblica protesta che sia applicabile in un Paese dove la politica è bloccata e i media sono monopolizzati dagli stessi soggetti che governano) esercita una forma di democrazia esattamente come chi pubblica un



giornale indipendente e come chi va a votare. Proprio come manganellare chi pubblica un giornale indipendente o chi va a votare per qualcuno che non sia El Conducador è "fascista", lo è manganellare chi manifesta per strada senza violare, soggettivamente, la legge. E chi manifesta non ha nessun dovere, per poter godere dei propri diritti civili, di dissociarsi da chicchessia, così come non ne ho bisogno io, visto che nessuno ha il diritto di "associarmi" ad altro che non siano i miei personali atti e parole; e non ne ha bisogno chi rappresenta partiti e posizioni politici contrari all'operato del Governo. Una simile pretesa è,ipso facto, totalitaria.



 



In questi giorni sono state espresse diverse opinioni che a mio modo di vedere sono "fasciste". Parole "fasciste" sono venute da membri del Governo e della maggioranza politica, e dai giornali che a questa maggioranza fanno riferimento. Non c'è da sorprendersi, perché tutti costoro agiscono abitualmente da "fascisti". L'idea, espressa più o meno scopertamente, che chi esprime pubblicamente una radicale contestazione al Governo è un eversore "fino a prova contraria", un criminale o fomentatore o fiancheggiatore di criminali, è paradigmaticamente "fascista" (o, a seconda dei contesti, "stalinista"). Non c'è da sorprendersi troppo, ripeto: l'Italia e' un Paese illiberale nel profondo, dove a seconda delle fasi storiche la Destra, la Sinistra, la Chiesa, fanno il possibile per negare i diritti civili che una Costituzione inopinatamente democratica afferma. L'ostilità per le libertà civili è un sentimento che si percepisce in molte espressioni di tanta gente, e nei tempi recenti è meno sotterraneo perché è stato sdoganato da un'intera parte politica, che rifiuta anche la tradizionale foglia di fico e dice apertamente che chi sale sul tetto di una scuola per protestare contro El Magnifico è un eversore.



 



Io a costoro non dico (come Bersani) "vergognatevi", come non direi "rivestitevi" a una colonia di nudisti. Dico che io i miei vestiti li tengo addosso, e non per caso: li ho scelti uno ad uno, so benissimo perché e a che cosa servono, e non mi perito di ricordare che significa non indossarli.

lunedì 29 novembre 2010

casa

Dove si trova la mia casa?
Una volta conoscevo un punto geografico e quel punto era la mia casa. 
Poi quella casa è diventata un luogo irraggiungibile, e da allora ogni giorno della mia vita ho cercato un nuovo punto sulla terra che fosse la mia casa. 
Mi sono seduta su un punto nella terra e ho detto a me stessa: questa sarà la mia casa. Ma non era vero. 
L'ho sospettato a lungo, poi mi sono allontanata da quel punto ed ho scoperto che nulla mi legava ad esso. In tanti anni non ne avevo fatto la mia casa.
Dove è il mio cuore, lì è la mia casa.

speranze

Guardo la mia generazione e so che abbiamo fallito. Siamo giunti oltre il secolo senza prendere il potere dalle mani della generazione precedente, e passi. Ma li abbiamo lasciati lì a sopravvivere al loro equilibrio mentale, alla loro saggezza, li lasciamo ancora lì mentre indementiscono al potere.
Guardo la mia generazione e temo che ancora abbiamo fallito lasciando divenire adulti i nostri figli senza consegnare loro l’amore per la vita.
Ma, insomma, a volte un trentenne coraggioso e sapiente mi restituisce la speranza.

venerdì 12 novembre 2010

imparare

mi ritrovo a imparare un sacco di cose nuove, anche se non me lo aspettavo, in questo corso che ho dovuto fare "per forza". Sono davvero soddisfatta.
ah, avere tempo! studiare alla mia età diventa un lusso ambito e costoso...

lunedì 8 novembre 2010

... e Benigni

E' un pazzo, quel Benigni lì, ma è anche un poeta. L'avete sentito deridere questi ginnasti da camera, questi che a decine e a centinaia per volta, sembra che vogliano possedere più donne possibile per affermare il proprio potere sul mondo. E sul futuro del mondo che senza la donna non è.

Quel poeta pazzo ha detto: ma basta amare davvero una donna per possedere tutte le donne del mondo, per amarle tutte atraverso di lei. Mi pare molto bella ed evidente la differenza.

Saviano a Vieni via con me

Signori, se non l'avete ascoltato avete fatto molto male. 

venerdì 5 novembre 2010

perché la comunicazione non arriva

Ehi, quelli che mi leggono spesso (qualcuno c'è) saranno stufi di sentirmi parlare di comunicazione, ma la comunicazione è alla base di tutto in medicina come in ogni altra attività umana, onanismo a parte.

ora sono qui, ad un bell'incontro in cui, fra le altre cose e all'interno di un percorso logico, si parla di responsabilità professionale del medico.
ma questo è marginale, anche la bravura del relatore e la chiarezza e interesse dell'esposizione è marginale.
Quello di cui vorrei parlare è il percorso logico e la comunicazione che dovrebbe veicolare.
Su una paltea di una trentina di medici, ce ne sono almeno una mezza dozzina, ma forse di più, a cui la comunicazione non arriva.

Ora sono qui e mi chiedo perché.
la comunicazione è chiara. Le cose che vengono dette sono evidenti. Ma le conseguenze sarebbero troppo dolorose per l'ego di alcuni colleghi. Così, semplicemente, si frappone un ostacolo insormontabile e la comunicazione non arriva.
Ecco, non escludo che il clima politico attuale stia aggiungendo la sua negativa influenza, ma la cosa che mi preme sottolineare è questa: la comunicazione irricevibile, cioè quella troppo dolorosa per essere accettata, non riguarda solo i pazienti messi difronte ad una cattiva notizia, riguarda anche noi medici, riguarda tutti.
Viene poco studiato, questo meccanismo. Troppo poco. 
Se non comprendiamo abbastanza bene uesto meccanismo è inutile che poi stiamo a parlare di consenso informato.

E' un discorso che mi piacerebbe essere abbastanza brava da riprendere e ampliare. intanto possiamo pensarci tutti un po'.
Saluti romani da Caps

giovedì 4 novembre 2010

ancora sulla cucina

Riflettendosull'attu di preparare il cibo,mi sono resa conto che quasi mai io cucino per me stessa e che quando lo faccio preparo cose assurdaente semplici.Carne alla brace, brodo, patate lesse,uova strapazzate, verdura cotta,gamberi saltati in padella coi pomodorini;oppure coseappena assemblate,come la ricotta fresca col miele.
E tutto quello che ho imparato sul cucinare? Mah.

lunedì 1 novembre 2010

La bellezza

La bellezza non è dunque un ornamento. E' una forma di salvezza e insieme una categoria morale. E' il sintomo, o forse, più precisamente, il farsi visibile e concreto del bene morale. (...) l'ingiustizia, il comportamento immorale, il male sono sempre, anche, violazioni di un codice profondo di bellezza. I contrari di bellezza sono, quasi sempre, parole che pertengono alla sfera etica quanto alla sfera estetica-. bruttezza, orrore, grossolanità, sgradevolezza, sconcezza; soprattutto il concetto vasto, e applicabile a molti campi dell'agire umano, di squallore.


Ecco, se volete continuare a leggere, si tratta di "La manomissione delle parole" di Gianrico Carofiglio, Edito da Rizzoli




domenica 31 ottobre 2010

vergogna e dignità

Stasera basta internet. Sto leggendo un libro di Carofiglio che non è un romanzo. Il contrario di vergogna, non ci avevo mai pensato, ma è proprio dignità.

sabato 30 ottobre 2010

il controllo politico della conoscenza

Mettere sotto controllo la conoscenza e la ricerca è l'atto gravissimo e liberticida per eccellenza. 
Quandoi si vede accadere questo è necessario parlare, a prescindere dal costo che ciò comporti..
Dal mio canto vorrei che diffondeste le parole di un amico che trovate qui: http://www.dm.unibo.it/~ferri/hm/pol.htm

giovedì 28 ottobre 2010

tempo di vaccini


ok,e'arrivato il periodo infuocato dei vaccini, che stavoltacoincide con il periodo infuocato di fine corso triennale dei medici di famiglia in formazione.
Se riesco a tenere botta fino a meta' novembre, e' fatta!
Incrociate le dita.

venerdì 22 ottobre 2010

il cibo rassicura

Mio figlio maggiore guardava un delizioso cartone animato, anni fa, con due anziani coniugi e un cane come protagonisti. Il cane amava la vecchia signora e la proteggeva da terribili pericoli, in genere senza che nessuno si accorgesse di dovergli la vita e l'incolumità fisica. Il vecchiaccio era un vero stronzo e non si capiva come mai la buona signora se lo tenesse, lo sopportasse e se ne prendesse cura. Ma, insomma, l'episodio che mi colpì per la sua perfetta aderenza psicologica fu quello in cui la vecchia signora si rendeva conto di essere in gravissimo pericolo e sapete cosa si metteva a fare? cucinava! a velocità supersonica preparava cibi di ogni genere, con immensa torta finale...

Il cibo rassicura. Mangiare rassicura, ma cucinare rassicura dieci volte di più.


giovedì 21 ottobre 2010

ricerca

Ecco, ci siamo riuniti, e abbiamo parlato tre ore e rotti (io no, stavolta), e dopo molte chiacchiere ce ne siamo andati, e tutto per dirci una cosa facile facile che è questa: siamo teoricamente in più di cento nella nostra provincia, ma alla fine ci ritroviamo la solita ventina, lavoriamo ogni giorno per raccgliere dati reali, significativi, aggregabili e confrontabili, e ci troviamo  in difficoltà quando si tratta di partorire finalmente i lavori. Vogliamo darci una mossa? ci vogliamo organizzare in un gruppo di ricerca serio con un impegno esplicito a collaborare, un referente e un minimo di coordinamento? 

Oh, la risposta era scontata, almeno così pare, soprattutto perché nessuno ha il coraggio di dire no. Ma la ricerca noi dobbiamo farla  1- in primis senza fondi, e va bene, ognuno di noi ha un lavoro che gli dà da vivere più che decorosamente, e 2- soprattutto osteggiati da azienda usl che ci preferisce culturalmente piccoli e strutturalmente amorfi, da università che ci disprezza, salvo cercare di uccellare i nostri dati faticosamente raccolti e organizzati, 3- da comitati etici che ci sputazzano e ci infamano "a priori" bocciando tutti i progetti di ricerca che provengano dai medici di medicina generale ( i "generici marchettari", già...).

Ma che mi aspetto? Che mi meraviglio a fare? sono quasi tre decenni che le cose scivolano in questa direzione.
La ricerca non frega più a nessuno, e (a parte la sanità dove si guarda al governo clinico, che nella testa dei politici vuol dire solo spendere meno e comunque come meglio conviene loro, che tanto la ricerca la fanno le multinazionali del farmaco), pensano tutti di comprare i risultati che ci servono già pronti  e brevettati da giapponesi, americani, chiunque, perché spendere per la ricerca? pensano che sia come andare al mercato ortofrutticolo invece che coltivare l'orto: più conveniente e "finalizzato". Compri solo quel che serve e quando serve, sono gli stessi genii che hanno inventato la finanza "creativa".
Io non aggiungerei altro, ma capisco che così lascio il discorso a mezzo. Ci sono due-tre conti che non tornano in questo,per così dire, ragionamento: così facendo spenderemo lo stesso per le scoperte brevettate e saranno soldi che usciranno senza rientrare, i nostri giovani non faranno ricerca, o comunque non in italia, e le nostre università avranno docenti del piffero, di seconda o terza qualità, così se un domani si volesse invertire la tendenza non sarebbe più possibile farlo.
C'è dell'altro, per esempio le ricerche epidemiologiche e anche cliniche svolte su popolazioni diverse dalla nostra, più le popolazioni sono diverse dalla nostra e più ci sono inutili, non ce ne facciamo nulla; immaginate di andare a comprare da mangiare per il gatto in un negozio di cibo per pesci d'acquario: che se ne fa il vostro gatto?. Dice ma sono animali domestici entrambi. Oh, sì, e pure i canarini, le tartarughe, alcuni serpenti, e i criceti e le cavie che sono più o meno topi.

E se fosse solo la medicina generale a trovarsi in queste condizioni!! magari! una sola branca di una sola scienza, ci metterei la firma!

qua sotto vi metto un link. 
buonanotte, va'.

www.radiopopolareroma.it/150  andate a 19 ottobre, intervista a patrizio frosini. Una vera sfortuna che sia tutto vero.

martedì 19 ottobre 2010

cose che cambiano

Io conosco una psicologa tosca. Simpaticissima e talvolta tagliente.
E' delizioso sentirla parlare col suo accento esotico eppure così nostrano, trovarla allegra ogni volta, pure nel pianto. L'è un pianto, dice ridendo, e sembra che la cosa che "è un pianto" sia la migliore occasione per farcisi una risata. Dovrei ricamarle un motto: ridendo curans.
 
Ecco, mi ha detto una cosa interessante, buttata lì senza parere, a cui continuo a ripensare. Le scelte, anche se quando le fai ti sembrano per sempre, quando si tratta di qualcosa da "sopportare" può essere che non siano per sempre. E' normale che si possano cambiare.

Questa cosa me la devo segnare, e quale posto migliore delle mie "radici" per pigliarsi un appunto!

Me la devo segnare e ricordarla tutte le volte che un care giver va in crisi perché non riesce più ad assistere la mamma/zia/nonna/babbo/zio/nonno che si era preso l'impegno di assistere "per sempre" o "sino alla fine". Me la devo segnare e ricordarmene ogni volta che un ragazzo/ragazza scopre che un legame che pensava "serio" non lo è più abbastanza da giustificare un matrimonio e va in crisi al punto da non riuscire più a mangiare o da non dormire la notte, al punto da chiedere un farmaco al suo medico pur di non "cambiare scelta".
Me la devo segnare anche per me stessa, tutte le volte che mi carico di responsabilità e mi fermo ansimante e una parte di me chiede"cosa possiamo delegare? e l'altra parte di me le risponde: "delegare? cos'è?".

Segnatevela anche voi. Le scelte, soprattutto la scelta di sopportare qualcosa di gravoso o doloroso,  si possono cambiare.

domenica 17 ottobre 2010

I "CASI" DELLA VITA

L'attività di un medico non si riduce alla messa in pratica delle nozioni apprese tre decenni prima sui banchi di scuola, decorate qui e là dalle più o meno inattendibili informazioni dell'industria.

Un medico, se riesce a mantenere il cervello vivo, trae dalla sua quotidiana esperienza tante domande senza risposta che lo conducono a studiare, a leggere, a frugare nella rete, a partecipare a congressi e corsi di vario genere.

Nessuno ha "LE" risposte, se non qualche storta sillaba e secca come un ramo, ma sillaba dopo sillaba cerchiamo di decifrare il messaggio in bottiglia della condizione umana, della malattia, della salute.

Una delle cose che mi capita di fare è portare dei "casi clinici" ai vari eventi formativi, a partire dai quali esemplificare l'applicazione del sapere medico alla clinica. Un lavoro di piccolo cabotaggio, eppure molto, molto interessante. 

Vedete, cercare l'unicità e insieme l'universalità di una singola vicenda, analizzare le scelte giuste e, soprattutto, quelle sbagliate, è uno stimolo a non rimuovere nulla dalla propria memoria professionale, a continuare a esaminare problemi anche dopo che il paziente è uscito dallo studio, anche dopo che le sue richieste hanno avuto, apparentemente, una risposta, quando nessuno, a parte la nostra coscienza, ci sollecita a continuare a pensare.

Ma la cosa importante, quella che cerco SEMPRE di mettere in evidenza, è la presenza di una PERSONA dietro ogni caso che espongo, una persona a cui ho chiesto il consenso, ho spiegato il motivo e l'utilità, ho richiesto collaborazione con la condivisione di referti clinici che le appartengono. e quando la persona di cui parlo è nel frattempo, sfortunatamente, morta, dentro di me c'è la consapevolezza che i miei colleghi ed io continuiamo a godere della sua generosità nel donarci il suo "caso clinico" e questo mi fa sentire meno sconfitta.

Così anche l'ultima volta il mio caso non si intitolava "femmina, 72 anni, diabetica", ma "la buona cuoca e il contrasto indigesto". Ridicolo? Scientificamente inappropriato? ora che si torna, in nome della privacy, a chiamare i pazienti con un numero anziché col loro nome, sono forse controcorrente, ma fedele a quel che ho sempre pensato: siamo tutti i pazienti di qualcuno e i curanti di qualcun altro, senza eccezione.

SONO ANCORA QUI

Dopo una pausa piuttosto lunga, sono qui.
Succedono molte cose e ricomincio ad aver voglia di raccontarle. Belle, brutte, così così. Fra una settimana si comincia con le vaccinazioni per l'influenza, la gente col cambio di stagione si è ammalata, i figli crescono, i problemi si risolvono e ne nascono altri. Insomma, io sono ancora viva, e voi?

venerdì 24 settembre 2010

torta gialla

ok, è un po' sostanziosa.
Dosi per il bimby: due misurini di farina per polenta, due misurini di farina doppio zero, cinque cucchiai di zucchero, due misurini di latte, un uovo, una bustina di lievito vanigliato. Mettere tutto nel bimby, impastare a velocità quattro per quattro minuti. Infornare per circa quaranta minuti a 160 gradi in forno statico.
Credo che la buccia di limone ci starebbe bene.

venerdì 10 settembre 2010

Penelope, o della vita fermata.

La mia anima vuole appoggiarsi a te
Come il mio viso desidera il tuo petto,
La mia guancia  la tua spalla e il naso
Raggiungere l'incavo del tuo collo;
La mia schiena vuole sentire il tuo braccio
Che mi circonda e mi sostiene. L’ attesa
Del tuo ritorno mi è già pace, Odisseo. 
 

giovedì 9 settembre 2010

frollini di mais

FROLLA MONTATA DI MAIS

Di tanto in tanto riesco a trovare al supermercato la farina sottile di mais, la cosiddetta polenta fine, quella che, se un0o facesse le cose come si deve, dovrebbe essere usata alla fine per rendere la polenta omogenea e soda. La vende anche Lo Conte sotto il nome fantasioso/indiano di Arepa. La compro sempre per fare queesti frollini che sono deliziosi. Per i celiaci si possono fare con sola farina di mais. E' una rielaborazione mia a partire da una vecchia ricetta dell'Artusi (i Gialletti II, per chi volesse andare a vedere di persona)
.

burro gr. 220
zucchero macinato gr 200
uova 2
la buccia grattata di un grosso limone
400 gr di farina fioretto di mais (sottile)
200 gr di farina doppio zero


Montare il burro morbido, lo zucchero e le uova nel kenwood o nel bimby o con una frusta. Quando ilk composto è schiarito e gonfio aggiungere poco a poco la buccia di limone, e la farina di mais, continuando a lavorare con al frusta, nel kenwood con la frusta K. Infine aggiungere la farina doppio zero.
mettere nella tasca da pasticcere e formare delle palline sulla placca da forno foderata con l'apposita coarta o, se preferite una cosa  chick, nei pirottini piccoli da pasticcere.
Infornare a circa 180 gradi se ventilato, o più se statico per un quarto d'ora circa, fino a che i bordi non saranno scuriti.
potete decorare prima della <cottiura con una nocciola o una mandorla.

mercoledì 1 settembre 2010

ISTRUZIONI - ATTENZIONE

CHI DESIDERI ESSERE INVITATO AD ACCEDERE AL BLOG PUO' CONTATTARMI PRIVATAMENTE SU SPLINDER. RIPETO LE ISTRUZIONI: REGISTRARSI SU SPLINDER CON UN NICK O COL PROPRIO NOME, INDI ACCEDERE COME UTENTE SPLINDER E MANDARE UN MESSAGGIO PRIVATO A CAPSICUM.
NON CONTROLLO I MP TUTTI I GIORNI, QUINDI SIATE PAZIENTI. TUTTI COLORO CHE AVEVANO GIA' ACCESSO AL BLOG QUANDO ERA PRIVATO, DUE ANNI FA, AVRANNO ACCESSO DI DEFAULT. UN CARO SALUTO. CAPSICUM.

conflitto d'interesse

- Dottoressa, prego sempre Gesù che mi faccia morire...


- ma come, io faccio del mio meglio e lei me lo mette a lavorare contro?

mercoledì 18 agosto 2010

un bel tacer

Racconterei delle cose sulle mie vacanze, se non sapessi d'essere spiacevolmente spiata da qualcuno che, dopo aver letto qui, cerca di giocarsi, come dice Ottonieri, le notizie che ha trovato in pubblico su un piano personale. Il che è scorretto, ma come si fa a chiedere correttezza a chi crede di esserne un campione, ma non ne comprende il concetto?
Così sto meditando di riportare il blog ad una condizione di accesso regolamentato. I miei lettori storici ricorderanno che è già accaduto un paio d'anni fa, a seguito di un altro spiacevole episodio. Mi dispiace per le persone che giungono qui in cerca di aiuto per qualche problema inusuale, si tratti di pidocchi, endometriosi, orticaria o altro. Ho cercato in ogni modo di evitare di dover prendere ancora una volta questo provvedimento, ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Nel frattempo agli amici di allora si è aggiunto qualcun altro, che verrà certamente contattato da me e a cui darò le istruzioni per accedere. Chi mi conosce personalmente può farsi sentire prima della metà di settembre per avere le stesse indicazioni. Nel frattempo statemi bene e continuate a passare un buon mese di agosto.

venerdì 13 agosto 2010

vacanza

sono in vacanza e per la maggior parte del tempo dormo, quindi non mi resta tempo per fare molto, neppure per il blog.
Anzi, vi saluto e torno a dormire.

martedì 10 agosto 2010

Termoli - Molise

Era il nome dell'uscita sull'autostrada, molti anni fa. Si va al mare. Sono sempre particolarmente contenta di tornare in questa piccola cittadina. Anche se con gli anni è diventata molto meno piccola, un poco più caotica, e anche se le spiagge intorno non sono più così selvagge e deserte, continua ad essere una località accogliente, ospitale, fedele alle tradizioni e soprattutto abitata da gente semplice e solare.
Si va a Termoli e ci si sta quanto possibile. La mia vicina di laggiù mi ha chiesto: ma, potendo, fra quanto ripartirebbe? E io, in un accesso di sincerità pericoloso, le ho risposto: potendo, probabilmente mai.

domenica 1 agosto 2010

settimane sottotono

da parecchie settimane scrivo sottotono, senza garbo nè contenuto.on ho desiderio di raccontare, benché abbia molte cose che meriterebbero di essere dette, diffuse, conosciute.


 Ci sarebbe da raccontare della gente maleducata.


Io l'ho detto molte volte, lo dico sempre, ho la fortuna di avere dei pazienti che sono gente educata, onesta, corretta, un migliaio di bravissime persone, io ho un culo spaventoso in questo, e così a volte mi dimentico del panorama usuale che offre l'umanità. Poi succede che un mio vecchio paziente finisce in una struttura e che io mi ritrovo ad avere a che fare coi suoi parenti, che non sono miei pazienti, e li trovo disgustosamente maleducati, prepotenti, stronzi, e un giorno dopo l'altro ad ogni contatto mi scopro a trattarli male, e funziona, sapete? gli stronzi vano trattati male, subito fanno un passo indietro. Ma se fossero miei pazienti credo che cambierebbero medico. Non importa, io sono in queste cose un po' come ziacris, una rompiballe davvero mostruosa, e la pago, va bene, se non lo fossi avrei millecinquecento pazienti e dopo i primi settecento il resto è tutto guadagno, perché le spese rimangono uguali, le spese di gestione dello studio, gli impiegati, i sostituti, noi siamo pagati a paziente. La pago, ma rompiballe sono e rimango. In compenso, se uno riesce a sopportarmi, c'è che lavoro piuttosto bene.


Comunque nel caso specifico sono stata secca secca col collega che mandava avanti e indietro i parenti del paziente, gli ho detto se hai bisogno di qualcosa, invece di farli girare tanto, perché non mi chiami? e lui ha detto ma io sai non avevo questo numero, è un cellulare, certamente privato, e io gli ho risposto è il cellulare di lavoro, è pubblico, registrato presso l'azienda usl, viene dato ad ogni paziente quando mi sceglie, rischi solo che ti risponda il mio impiegato ( a volte mentre visito lascio il tel all'impiegata, che risponde al mio posto, altrimenti non riesco a visitare). E lui ha risposto, eh, ma, io sono un ospedaliero, queste cose non le so.


Così, succede così che una povera donna ottiene il paradiso, credo. Tacendo in questi casi qui.


 Lui è un ospedaliero e queste cose di aziende usl, medici di famiglia, orari, telefoni, scelte, lui non le sa, e forse crede di non essere tenuto a saperle, mentre io, che ospedaliera non sono, devo conoscere le loro gerarchie, i loro orari, sapere chi è il primario di chi e di dove e a quali orari e condizioni li si può contattare in reparto. Ecco.


Non è mica maleducato, il collega. Non lo è, è solo stronzetto e spocchioso.


Uno di voi, anzi parecchi di voi mi fanno spesso notare come alcuni miei colleghi siano spocchiosi. Io sempre cerco di giustificarli, e il burnout di qui, e lo stress di là, e il troppo lavoro, ma un po' di spocchia ce l'hanno, non c'è che dire.


Mi batto il petto. Cenere sul capo. Pure io, per dire, tante volte un po' di spocchia ce l'ho.


Buon agosto, e andatevene al mare, se potete, con i figli o con i vecchi o con gli amanti, o con qualcuno che vi vuole bene.

giovedì 29 luglio 2010

strozzapreti ai fiori di zucca di capsicum

In questa stagione abbondano, ma presto spariranno. me ne hanno regalati una quantità, consigliandomi di congelarli, però una volta fatto non li si può più friggere, ma solo usare per fare delle frittelle. Oppure per questa deliziosa ricetta.

occorrono: almeno cinque fiori a persona (anche sette/otto), due foglie di basilico a persona, un mazzetto di menta piperita fresca. Burro una grossa noce a persona, un filo d'olio d'oliva, 80 grammi di strozzapreti a persona. Parmigiano se gradito (ma anche no)

Tagliare il fiore all'altezza del calice, levare il pistillo amaro, tagliare e tenere da un lato a pezzetti calice e gambo, dall'altro fare a striscioline le corolle. Tritare finemente il basilico e la menta, tenere tutto separato.
mentre cuociono gli strozzapreti in acqua bollente salata, mettere in un saltapasta il burro, un filo d'olio extravergine d'oliva e i gambi e i calici dei fiori tagliati in pezzetti. Fare rosolare e ammorbidire. Aggiungere le corolle e il basilico. Appassire. Scolare la pasta e metterla nel saltapasta sopra i fiori, insaporire velocemente e cospargere di menta tritata. Un'ultima girata e servire bollente. Se gradito aggiungere una spolverata di parmigiano.

mercoledì 28 luglio 2010

dolore pelvico

un povero MMG a volte deve andare girando per consulenti per scoprire perché e percome nessuno gli cura i pazienti.
Insomma, alla fine oltre la terapia che ho messo io nessuno è andato, si sono stretti nelle spalle ed hanno consigliato un pellegrinaggio estero, ma la cosa mi fa rabbia, perché la mia è una terapia sintomatica, palliativa, e solo ala lunga forse "curativa" e mi ruga tanto lasciare senza risposta la mia personale curiosità. Lo so, lo so, direte chi se ne frega della tua personale curiosità, non dovresti aspirare al bene del paziente?
Uh, ma io ve l'ho detto mille volte che non sono buona, che non occorre essere buoni per essere un buon medico, basta essere patologicamente curiosi. A me le domande senza risposta mettono prurito ai neuroni. Il fatto che questo vada a vantaggio anche del paziente ne fa la cosa migliore, infatti il mio impegno è indipendente dal fatto che il paziente sia buono, cattivo, giovane, vecchio, simpatico o antipatico, e in certa misura anche dall'entità del mio guadagno economico.
Io non resisto ad una domanda senza risposta. Così oggi ho lungamente spremuto uno dei migliori consulenti della regione e gli ho estirpato tutte le notizie possibili, compresa la sua personale opinione.
Le notizie non sono soddisfacenti. Ma probabilmente la cura che ho intrapreso è la più efficace in assoluto. Stando così le cose credo che sconsiglierò il "viaggio della disperanza" a Ginevra per consultare specialisti a pagamento che probabilmente non ne sanno molto di più.
Se deve tentare dei blocchi anestetici selettivi su tronchi nervosi, tanto vale che lo faccia qui, con la mutua, da uno specialista non solo competente ma anche onesto.
Per chi fosse curioso, i dolori pelvici non sempre sono dovuti a endometriosi, a volte sono di natura ignota, legati a non meglio identificate infiammazioni dei tessuti nervosi periferici, e quindi la domanda "perché" non ha ancora risposta.
Come ho scritto qualche post fa, la medicina, come tutte le altre scienze, é ancora "da fare"

domenica 25 luglio 2010

I tuoi occhi mi percorrono il sonno


Faccio grandi respiri di tempo
e vedo le geografie della pelle
solchi, colline, pianure, mani
e i capelli annodarsi ai ricordi.


Ogni volta che la notte mi ingoia
i tuoi occhi mi percorrono il sonno.


Musaerato



Trovata in rete. Vi piace?


le belle recensioni di Candido Altrove

http://www.anobii.com/candidoaltrove/comments?itemIdFade=01a278b361debf6745

ANICIOTTI DI MAIS ALLA CAPSICUM

Trattasi di riedizione di una vecchia ricetta dell'Artusi, adattata al bimby e ai tempi moderni. Vi piacerà se vi piaccioni gli anicini e le pannocchie del mulino....


Farina di mais gr 200


farina autolievitante gr 150


zucchero gr 150


burro morbido gr 150


semi d'anice un cucchiaio colmo


un uovo


Mettere nel boccale del bimby lo zucchero e polverizzarlo per 40 sec vel turbo.


Vuotare il boccale e mettervi la farina di mais, polverizzarla per 45 secondi a vel turbo, ripetere per altri 45 sec dopo aver lascaito raffreddare.


Aggiungere nel boccale tutti gli ingredienti e impastare a vel spiga per due minuti e mezzo. all'inizio pare che faccia fatica ad impastarsi, ma successivamente monta. Se fa fatica aggiungere qualche goccio d'acqua calda.


Preriscaldare il forno statico a 180 gradi, ventilato a 150,  disporre a cucchiaini ben distanziati (crescono) su placca da forno coperta di carta oleata, cuocere fino a che i bordi diventano dorati. Attenzione: non devono diventare duri.

RITORNO

Domani rientro in studio, ma non ho mai perso i contatti, grazie al mio amico e sostituto che si è occupato in questi giorni dei miei pazienti.
Domani riprendo a pieno ritmo, con una lista di cose da fare lunghissima.
oggi ancora cose rilassanti: lavatrici da fare e poi da stendere, cassetti da riordinare, e poi aggiornare lo scaffale di anobii (è incredibile, ma non riesco a fare in tempo reale neppure questo!) e guardare un po' di televisione, e ripensare ad un vecchio signore che ha fatto parte della mia giovinezza e che è morto alla soglia dei novant'anni.
Mi accompagna un velo di tristezza, ma il mio corpo sta piuttosto bene.
E' un pomeriggio fresco, forse dovremmo fare un giro in bici.
Buon proseguimento d'estate a tutti

lunedì 12 luglio 2010

ferie

Io da domani sarei in ferie, il che significa che finalmente posso farmi le visite domiciliari ai poveri vecchi che lascio sempre indietro, visite che sono praticamente di conforto, non hanno una vera motivazione medica. Non c'è nulla da diagnosticare e nessuna nuova terapia da prescrivere, ma magari sono un po' meno estetici e te ne vogliono informare, oppure c'hanno un reuma che s'è arispigliato, dottorè, oppure ti debbono dire che non ti sei fatta vedere da un pezzo, ti sei dimenticata che sono al mondo? o magari un loro parente si chiede come sia possibile che in tre mesi nessuno abbia visitato il povero fratello/sorella/cognato/genitore/nonno che in realtà passa le sue giornate al cosiddetto "diurno", una specie di scuola materna per vecchi, sta benissimo, non s'è preso neppure il raffreddore e ti informa compiaciuto che la vita gli va assai bene grazie e mi scusi che mi chiamano per il pranzo.
Ok, sono le visite che faccio quando non ho altro da fare; in una di queste piccole case ci sono un tot di tortellini che mi aspettano, confezionati da una splendida utranovantenne che m'ha insegnato anche alcuni interessanti trucchi per fare le marmellate.
I primi due o tre giorni di ferie me li passo così, come in una specie di decelerazione, guai a fermarsi di botto, poi comincerò a leggere i lavori dei miei "specializzandi" che, debbo dire, si vanno facendo interessanti. Uh, il bello dell'insegnare è che si impara un casino facendolo.

domenica 11 luglio 2010

ho letto....

....la più bella descrizione dell'amore che mi sia mai capitato di trovare. Eccola: "Vorrei girare la testa e vederti, sentire la tua chiave nella serratura, allungare una mano e toccarti, sapere che sei solo nell'altra stanza, chiamare e sentirti rispondere."

venerdì 9 luglio 2010

riflessioni oziose sulla vita, l'universo e quasi tutto quanto

orbene, leggevo tempo fa che spazio e tempo sarebbero qualità emergenti, cioè non esisterebbero indipendentemente, ma emergerebbero dalla materia come è.
oggi pomeriggio mi veniva da pensare che, se accettiamo questa cosa, allora tornando alla faccenda dell'indeterminazione, della funzione d'onda delle particelle, insomma tutto ciò appare assolutamente , ecco, logico non è la parola adatta, la parola adatta non la so, ma è chiaro che deve essere così. Ora io lo so che qualcuno mi dirà: scusa, caps, chiaro un accidenti, queste sono le tue solite cazzate presuntuose, va bene, insomma a me è parso così.
E visto ciò, mi allargo sulla espressione "io E la mia vita". Che fa il paio con "il mio corpo E la mia anima", "il mio cervello E la mia mente" e via di questo passo. Non c'è un "io" che si accompagna ma si distingue dalla "mia vita". nel momento in cui la vita è l'insieme dello spazio e del tempo in cui "io" si trova, è chiaro che uno non può dire, per esempio: io ti appartengo, ma la mia vita è altrove. Appartenersi significa intrecciare le proprie vite nel medesimo tempo e, per quanto possibile, in spazi strettamente confinanti. Quell'altra cosa è "desiderarsi", ma NON E' appartenersi.
Ancora: se il mio spazio e il mio tempo emergono da me, questo spiegherebbe molto bene come il tempo di alcuni sia più veloce e quello di altri più lento, il tempo di alcuni sia più "spesso" e quello di altri più "esile".
Altre cose. Ecco, la presenza fisica di una persona influisce sullo spazio e sul tempo che la contengono?
Ok, ok, sto scrivendo delle cazzate. Però sono carine, vero?

martedì 6 luglio 2010

venerdì 2 luglio 2010

verrà a cena il frater?

gli converrebbe: sto cucinando....

pedro salinas- la voz a ti debida, III

Sì, por detràs de las gentes


te busco.


No en tu nombre, si lo dicen,


no en tu imagen, si la pintan.


Detràs, detràs, màs allà.


 


Por detràs de ti te busco.


No en tu espejo, no en tu letra,


ni en tu alma.


Detràs, detràs, màs allà.


 


También detràs, màs atràs


de mì te busco. No eres


lo que yo siento de ti.


No eres


lo que me està palpitando


con sangre mìa en las venas,


sin ser yo.


Detràs, màs allà te busco.


 


Por encontrarte, dejar


de vivir en ti, y en mì,


y en los otros.


Vivir ya detràs de todo


al otro lado de todo,


- por encontrarte -,


como si fuese morir.

mercoledì 30 giugno 2010

semestre alla fine

Oggi ultimo seminario de semestre. Vengo sommersa dai lavori da leggere ed è solo l'inizio: la vera resa dei conti ci sarà nelle prossime due settimane.
Intanto alle ventiquattro di oggi scade il termine per la consegna del titolo della tesi. Oh, l'hanno preso sul serio questo termine. Noi volevamo solo verificare che fossero riusciti tutti a trovarne uno in tempo utile per lavorarci con calma. Ho aperto la posta e ne ho trovato una decina nuovi, e sono solo le otto di sera... eheheheh! Divertentissimo! Starò alzata sino a mezzanotte per fare i conti!
Insomma, sono passati due anni e mezzo e mi sembra ieri. Alcuni di loro sono proprio cresciuti. Sono arrivati neolaureati e adesso sono cambiati: autonomi, sicuri di sé quanto possono esserlo dei medici onesti, attenti, interessati, curiosi.
Insomma, chi fra qualche anno li incontrerà sulla sua strada sarà fortunato, credetemi. I nostri nuovi medici di famiglia.

sabato 26 giugno 2010

cena col fratello

quando la famiglia è in vacanza al mare mio fratello mi telefona e mi informa che si riterrà invitato a cena da me il tal giorno. Io, se fosse per me, lo riterrei invitato ogni sera, ma mi rendo conto che un povero marito può volersi godere la pace della propria casa deserta, semel in anno.
Comunque ne ho approfittato per aprire un molto decoroso Perrier Jouet, fare delle fettine alla pizzaiola più o meno decenti e una montagna di chiacchiere.
Ah, i miei vicini del piano di sopra alle sei e quaranta decretano che io debba svegliarmi: è mattino, Capsicum, che aspetti? e giù bussi ritmici che fanno vibrare e scuotere il povero lampadario e il soffitto intero.
Questo si aggiunge ai molti lati negativi della mia sistemazione abitativa. Vabbè, tanto per dire una delle cose che ho raccontato al frater minor....

venerdì 25 giugno 2010

la macchina negra ( o di colore?)

Insomma, la mia nuova macchinina è tutta negra, con gli interni grigi. Ma negro dice che non è politicamente corretto quindi si dice di colore. Però quando ero giovane io di colore non esisteva, l'hanno copiato dagli americani perché loro usavano negro come un epiteto ingiurioso invece che come una definizione e allora noialtri, che copiamo tutto ma soprattutto le schifezze abbiamo copiato, sia l'uso ingiurioso che la necessità di utilizzare un sinonimo.
Ok, di colore ma di che colore?
Mio figlio è scurettino, come lo era mia madre. Siamo di colore? Pezza niedda brodu saburiu. Ma si può sapere chi se ne frega e che importanza ha? Pare ormai che avere la pelle scura sia un vanto. Ma vanto di che?
In ogni caso la mia macchina è tutta negra, ed è nbellina da matti e penso che ci starebbero bene dei peperoncini rossi sul fianco, vicino alla maniglia della portiera, magari, peperoncini rossi con le foglioline verdi, insomma se qualcuno di voi trova una decalcomania o un adesivo che li raffiguri mi faccia un fischio.
Caps

martedì 22 giugno 2010

endometriosi: fa male, sapete?

una noticina minuscola, nata dal fatto  che oggi ho rivisto una paziente con una brutta endometriosi.


L'endometriosi è una malattia che si manifesta, tra l'altro, con un male boia. I ginecologi la curanto, a volte con grande successo e altre volte senza, con terapie chirurgiche e ormonali. Raramente però, anzi in tutta sincerità MAI  ho visto dare una terapia per il dolore.


Così se ti va fatta bene guarisce la malattia e guarisce il dolore, che nelfrattempo ti sei goduto intero. Se invece bene non ti va ti consigliano il solito moment o analoghi, e questo è quanto, purtroppo non molto efficace e per giunta nefrolesivo alla lunga (oltre al danno renale che localizzazioni endometriosiche a tal livello possono provocare).


La paziente di oggi, per esempio, me la mandano in svizzera, per disperazione, visto che nè la chirurgia nè l'enantone hanno potuto levare il dolore, ma un po' di terapia del dolore fatta bene, quella no. Non è nelle loro corde. E mi fa rabbia perché sono anche bravi, e tanto. E anche perché qualche motivazione l'avrebbero, ma est modus in rebus eccheccaspita!


L'ho data io, oggi, con calma, dopo aver raccolto le lacrime e la disperazione di chi non ne può VERAMENTE più.


 

lunedì 21 giugno 2010

raccontare un pezzo di vita

Ecco, non è facile, soprattutto se questo pezzo di vita lo devi ricostruire da indizi, presupposti, condizioni esterne, conseguenze. Ognuno di noi potrebbe raccontare un pezzo della SUA vita, in modo più o meno dettagliato, è vero, e dal proprio punto di vista, ma se si tratta di raccontare una vita non tua, ecco, è molto più difficile. La gente pensa che scrivere significhi inventare una storia, ma se la storia non è VERA, credetemi, non è interessante, non piace, non avvince davvero. Ogni buon romanzo è profondamente vero.
Che fatica.

domenica 20 giugno 2010

puff

Vivo l'inquietudine. Ah, perché con me non funzionano le fiabe?

sto scrivendo

Per questo mi leggete così poco. Faccio una fatica immane, sono mal concentrata, dispersiva, ma sto scrivendo. un abbraccio.

martedì 8 giugno 2010

non sempre si può

in questi giorni diverse situazioni mi hanno portato a spiegare a diverse persone perché e percome non sempre si possa rispodere ad una domanda o risolvere un problema.



Il primo caso riguarda una signora, il cui marito è morto qualche mese fa e, nonostante l'autopsia, nessuno dei periti, neppure quello nominato dalla stessa signora, ha saputo dire perché. La signora è rimasta sconvolta dal fatto che in molti casi il meccanismo della morte sdia chiaro,  ma il motivo per cui si sia innescato non si conosca. Eppure ancora tante malattie sono "idiopatiche", cioè dovute ad una causa sconosciuta. Prendete il cancro al polmone. Tutti vi sarete sentiti dire la mia parente/il mio parente è morto col cancro al polmone e non ha mai fumato una sigaretta in vita sua. E' vero. Certamente la stragrande maggioranza delle neoplasie polmonari è dovuta al fumo, ma non tutte: alcune non si sa perchè.


Prendete la Miastenia. Una percentuale, minoritaria,k di casi è dovuta ad una neoplasia del timo, ma gli altri? Non si sa.


Prendete l'artrite reumatoide: sappiamo come si produce, quali sono i meccanismi autoimmuni che la cartatterizzano, ma perché si inneschino, questo non lo sapppiamo, nè abbiamo modo di prevederli o prevenirli. Prendete le malattie infiammatorie croniche intestinali: sappiamo un sacco di cose su di esse, ma il motivo per cui compaiono in Tizio piuttosto che in Caio e oggi piuttosto che fra cinque anni, no, non lo sappiamo.


La signora ha detto: non potevo rederci che oggi la medicina non sapesse tutto, non potevo crederci quando me l'hanno detto e ora che lei me lo conferma sono sbalordita.


Signora, le ho rispostyo, se la medicina fosse già tutta scoperta, nessuno di noi morirebbe mai o si ammalerebbe mai, si rende conto? La medicina è ancora quasi tutta da fare, quasi tutta da scoprire.


Qualche settimana fa ho assisitito alla presentazione di un libro e uno degli intervenuti diceva la stessa cosa a proposito della matematica. La gente chiede: ricerca? ma la matematica non è già tutta fatta? Non è già tutta lì?


No, nessuna scienza umana è "già finita", nessuna scienza umana ha prodotto la compiutezza del sapere, ma come, mi chiedo, COME SI PUO' PENSARE UNA CAZZATA SIMILE?


Bene, torniamo alla medicina. Prendiamo una terapia, qualunque terapia. Prendiamo una tonsillite. Prendiamo uno dei miei figli. Ha la tonsillite. Casino. Perché è allergico all'augmentin, alle cefalosporine, a tutte le penicilline, non può prendere i chinolonici perché è piccolo, restano i macrolidi. Ok, ma mica posso dargliene spesso, perché se si allergizza anche a quelli, addio! Quindi la tonsillite di mio figlio è un casino.


Prendiamo un paziente con un dolore post traumatico. Mettiamo che igli antinfiammatori non gli facciano più effetto e mettiamo che anche piccolissime dosi di oppiacei, a partire dalla morfina, gli diano effetti collaterali insopportabili. Allora, mi chiedono, ma possibile che anche usando i farmaci ad alòte dosi non si possa levare il dolore?


Ma  se NON PUOI usare il farmaco perchè non è tollerato, allora NON PUOI  curare il paziente. Allora siamo di nuovo all'età della pietra farmacologica, per quel che riguarda quel paziente lì.


Ok, sono pochi, ma mica tanto. Parliamo di un dieci per cento, forse 15% dei pazienti. Ecco: per quei pazienti spesso non si può risolvere il problema. Si cercano altri approcci, la terapia fisica, per esempio, ma non si tratta di approcci di scarso impegno. Prendere una pillola, ci vogliono trenta secondi e un goccio d'acqua. Fare una riabilitazione fisica come si deve ci vogliono almeno, dico almeno, tre mesi di sedute bi o trisettimanali da due ore e mezza ciascuna.


Il cosdto economico è una cazzata, rispetto al costo in impegno e soprattutto in sofferenza. POerchè le prime sedute sono dolorose.


Io sno una personcina fatta come una casa di mattoni, solida e che non si romep mai, ma anni fa mi sono fatta una piccola frattura ad una caviglia. Robetta, ma avevo sempre male nel fare le scale e non correvo più. Ebbene, le prime quattro o cinque sedute di terapia mi sarei messa a strillare durante il massaggio. Un male cane. Ed era solo una banalissima caviglia.


Sofferenza, impegno, direte voi, ma almeno il risultato è garantito, no?


Eh, no. No. Le garanzie non ci sono, in medicna.


Si garantisce di fare tutto ilk possibile, senza negligenze4 e cercando di lavorare ai livelli migliori oggi conosciuti, ma altre garanzie non ce ne sono. I magistrati pretenderebbero che si desse garanzia del risultato, ma è VERAMENTE UNA IDIOZIA. La garanzia del risultato in medicina non c'è, perché lavoriamo sull'essere umano, la struttura forse più copmplessa del creato a noi noto, e non la conosciamo perfettamente e non la controlliamo perfettamente e spesso, molto spesso, la sua imprevedibilità (e anche la sua fragilità) ha la meglio sui nostri sforzi.


Ecco, non sempre si può. Alla fine il medico perde sempre, vince la morte, vince la vecchiaia, vince la malattia. Tutto quel che possiamo fare è del nostro meglio, medici e pazienti, e sperare di migliorare ancora. Perché la medicina, come le altre scienze, è ancora "da fare".

sabato 5 giugno 2010

reminiscenze classiche, direttori di lancio e schiavi armati

Di questi temi si parla tanto di suicidio assistito.Ci sono stati in USA in cui è ammesso, si può fare in Olanda, in Svizzera, e se ne discute in GB. Ne parla persino un episodio di greisanatomi.


E io mi sono messa a pensare ai romani antichi che si gettavano sulla propria spada, sorretta da uno schiavo.


Che poi lo schiavo aveva molteplici funzioni: quella di sorreggere la spada, ok, ma anche quella di darle una spinta ben fatta se la ferita non fosse stata rapidamente mortale. Ma, non ultimo, una grande funzione: quella di assicurazione contro la viltà della carne. Lo spirito è forte, ma la carne è debole. E con l'appressarsi della morte non sappiamo quanto e quando potrebbe diventare troppo debole per sostenere la nostra volontà.


Ma oltre alla spada dell'antico romano, e lasciando da parte il suicidio assistito o no, spesso ci troviamo a chiedere aiuto per attuare le nostre decisioni.


L'ho raccontato tante volte questo, ma diventando vecchi si ripetono sempre le stesse cose. Al mio primo lancio, per via del fatto che ero una ragazza e fisicamente non all'altezza dei maschi, ma tignosa e orgogliosa più di tutti, presi da parte il mio istruttore, che si chiamava Lupo, e gli dissi: guarda, ho sentito le storielle delle ragazze dell'anno scorso che sono tornate giù con l'aereo invece che col paracadute. Io una figura del genere non la voglio fare, non sono qui da mesi per tornare giù con l'aereo, quindi mi devi fare una cortesia. Mettimi in cima alla fila, così sono già lì con le gambe pronte. Se vedi che, dopo che mi hai toccato la spalla, io esito, non aspettare, metti due mani sulle spalle con la massima naturalezza e spingimi.


Lui non si mise a ridere. Mi guardò dritto e mi disse: sei sicura? non preferisci che ti tenga per ultima? O in mezzo alla fila? E io gli dissi, no, sono sicura, e non aspettare più di tanto a spingere, perché preferirei che non se ne accorgesse nessuno, se avrò bisogno del tuo aiuto.


Farmi posizionare in cima alla fila, con le gambe già fuori dal portellone prima del segnale di lancio, significava obbligarlo a spingermi, perché da quella posizione non mi potevo spostare in nessun modo per far saltare gli altri, in nessun modo se non saltando io, e in caso contrario avrei impedito il lancio a tutti. Lui sapeva cosa gli stavo chiedendo e io sapevo pure. Nel caso che.


Lupo non mi avrebbe solo segnalato il lancio, o spinto per aiutarmi a saltare, Lupo rappresentava per me la mia assicurazione contro la possibilità di cambiare idea su una decisione che avevo lungamente meditato. Perché attuare una decisione sofferta può essere facile o difficilissimo.


Ci sono molte occasioni in cui ci comportiamo così. Non è una vergogna, io credo, chiedere aiuto.


Questo perché oggi ho dovuto fare una cosa per una persona, che la voleva fare, era decisissimo a farla, ma è entrato in agonia prima di poterla fare. Ho dovuto parlare con la persona a lui più cara, al suo posto, e dire le cose che lui aveva intenzione di dirle, e cercare di farlo come avrebbe fatto lui.


Non è forse la stessa cosa, ma insomma. Un lancio è incredibilmente più facile di così.

venerdì 4 giugno 2010

non ho nulla da dire

nulla che possa essere scritto. Ah, dormire. Senza sognare, grazie. Che di incubi ne ho abbastanza di giorno.

martedì 1 giugno 2010

UN GIRETTO VIRTUALE

IN UN POSTO STRAORDINARIO: http://www.lascaux.culture.fr/#/fr/00.xml


Non avevo idea che fossero così maestosi questi dipinti.l Li vediamo sempre piccolini piccolini sulle pagine dei libri, modesti cavallini, piccoli buoi rossi e neri, e invece.... Invece sono dipinti grandiosi. Buon viaggio nel tempo. Caps


 


P.S. trentamila anni fa, eh?

sabato 29 maggio 2010

LA RETE MI SEMBRA VUOTA

Giro e rigiro e la rete mi sembra vuota, le maglie strappate, i nodi smarriti, i percorsi senza meta. giro per la rete che da tanti anni percorro con elggerezza, con curiosità, e mi pare tutto inconsistente, troppo diafano.


Forse è il momento, forse è la mia personale insoddisfazione, forse l'avidità ci concretezza.....


...ma la rete mi pare una tela di ragno, pronta ad arricciarsi e raggrinzirsi in un solo istante, col primo colpo di vento.


Ah, homo natus de muliere brevis vivens tempore, repletur multis miseriis, quasi flos egreditur et conteritur, et fugit velut umbra et numquam in eodem statu permanet.


Numquam in eodem statu permanet.


Varrà nelle deu direzioni, si spera. Speriamo, quindi.


mercoledì 26 maggio 2010

COME SI FA

- Dormo. Vediamo. Quando sono in guardia, cioè continuità assistenziale, ma insomma, guardia. Quando sono in guardia mi metto a letto vestito, poi mi copro col k-way, e resto coi piedi fuori, come un barbone. Un barbone, ecco, e metto una mano vicino al telefono. E sono così, una mano vicino al telefono e nell'altra mano il cellulare, e dormo. Ma non dormo. Perché aspetti la chiamata e allora cosa dormi. Non dormo neppure se la chiamata non arriva, sto teso, chiudo gli occhi ma sono teso ad aspettare la chiamata, coi miei piedi di fuori e tutto. Poi magari la chiamata non arriva. Ma arriva. Stanotte, per esempio, arriva e vado a vedere questo tizio, più giovane di me, e metastasi vertebrali e gli hano dato da farsi questa fiala di morfina. Cioè lui fa l'emmeessecontin di base, ma per il dolore intercorrente gli hanno dato da farsi questa fiala. E lui se la fa. Ma poi è ipoteso e mi chiama. E io sono lì e cerco di fare. Ma che cerco di fare. Non c'è mica nulla da fare, se non restare lì. E io resto lì. Fin che non sta meglio. E poi lui sta meglio e io me ne vado alle quattro del mattino e torno a sdraiarmi come un barbone coi telefoni e tutto e dopo un po' riparto.


-Ma tu soffri per loro.


- Certo! Certo, poveretti che ci soffro,e come fai. Li guardo e farei qualunque cosa per levargli il dolore, e poi pensi la loro morte non è diversa dalla mia e pensi che quando toccherà a me chissà se ci sarà qualcuno che verrà. Certo, come si fa a non soffrire.Sì.....

martedì 25 maggio 2010

UN POST

Un post è solo un accenno, una sintesi, è lo stretto indispensabile di ciò che è "necessario" scrivere.
Un post è il minimo sindacale della scrittura.
Parliamo tutti di "post", ma chi li ha definiti? Un post è il singolo brano postato in un blog. Tutto ciò, e solo ciò, che è postato in un blog è "un post". Una frase singola. Una foto. Una poesia, un'animazione composta di immagine filmata, musica, parole sovrascritte.
Tutto quanto si riesca a pubblicare in un blog costituisce un post.
Mi chiedo se qualcuno li abbia già classificati. Le mille forme dell'esperienza bloggher.

lunedì 24 maggio 2010

CRISI

Pare, se dobbiamo credere ai professionisti del mutamento, gli psicoterapeuti della più varia formazione, che solo attraverso una crisi con relativa sofferenza si possa raggiungere un vero e durevole cambiamento. Parlo del cambiamento di sè, della rottura significativa di una delle nostre coazioni a ripetere.


Non è mica facile, perché tanto per cominciare bisogna desiderare di cambiare, avere dentro la spinta, la bramosia di raggiungere un "più", un gradino di maggiore approssimazione alla perfezione o, come preferisco io, il desiderio di portare dentro a questa realtà un pochino più di quella particolare perfezione che ci interessa.


Poi desiderarlo non basta, bisogna metterci la disponibilità a pagare il relativo prezzo in termini di lacrime e sangue, unica moneta corrente con cui il costo del cambiamento può essere saldato.


E neppure basta ancora, perché necessita la continua fatica, l'impegno costante, l'ossessione quasi, di verificare scelta per scelta la corrispondenza della stessa allo scopo prefisso, e ricontrollare ancora, perché ogni giorno che passa lo scenario cambia, lo "spazio morale", per così dire, in cui si configurano le azioni e le decisioni muta inesorabilmente e le valutazioni vanno rifatte e poi rifatte e poi rifatte.


E non c'è, ripeto non c'è nessuna garanzia di non sbagliare di più, cambiando, invece che di meno.....


Insomma, è assai più facile assestarsi in una confortante continuità, legarsi di consuetudine ai nostri rassicuranti errori, restringere il nostro ambito mentale, e sociale, e morale, e attendere.


Mi chiedo perché io non ci riesca, da dove mi provenga questa specie di claustrofobia dell'animo, questa insofferenza, l'angustia, il continuo chiedermi se.


E il quantificare i miei sbagli e il trovarli troppi, troppo grandi, e sentirmene sommersa e dover continuamente scavare, e scavare.


Oltre certi limiti credo che configuri una vera patologia. L'intolleranza di sè.

PARTITA DOPPIA

La nonna, la solita, aveva una citazione buffa: "Anima candida, non macchiarti in computisteria" La citazione era buffa solo se riferita alla sua adolescenza.


Al liceo "fisico-matematico" (così allora quello che poi sarebbe stato lo Scientifico) tra le altre cose si studiava computisteria. Con pennini e inchiostro, anzi vari colori d'inchiostro, rosso e nero credo. Rosso per il dare e nero per l'avere, penso. E carte assorbenti e grembiule nero e mezze maniche, e tutto aveva un senso, dato che sotto al grembiule c'erano deliziosi abiti "anni dieci" che rischiavano di macchiarsi terribilmente in computisteria.


Ma era tutto un doppio senso, diceva. Una metafora. Siamo tutte anime candide, diceva, al principio. E vorremmo restarlo. Restare anime candide, fiduciose. Donare la fiducia e che tutto vada bene così. Neppure contemplare un "se" oppure un "ma" e nemmeno un "e poi". Donare anche noi stesse e che tutto vada bene così.


Poi ti fidanzi, per esempio, diceva, con un giovane e bell'ufficiale, ti fidanzi ufficialmente, in casa, con tanto di festa e anello e invitati eccetera eccetera. Poi si parla della data delle nozze, e lui un po' resta sul vago. tua madre insiste, e lui resta ancora sul vago, ma insomma si parla sempre di queste nozze, e insomma, tu resti incinta. E lui è per mare quando lo scopri e ne parli con tua madre e lei lo avvisa e gli scrive, adesso mio caro genero, bisogna proprio fissare la data di queste nozze, e lui le risponde, le manda un telegramma, a tua madre, non a te, a tua madre, e il telegramma comprende solo quattro parole: "Spiacente, sono già sposato".


Allora, improvvisamente, non sei più candida. Vorresti, è vero, ma un maledetto schizzo d'inchiostro ha oltrepassato la stoffa del grembiule, insomma, ti tocca pensare in fretta. Molto in fretta. Due mesi dopo sei sposata. Il tuo bel marito si convincerà che il vostro primogenito è nato settimino. Per fare le cose per bene alla seconda gravidanza lo informerai con un paio di mesi di ritardo, così anche il vostro secondo figlio nascerà settimino. Ci sono donne a cui capita. Anima candida, costretta alla computisteria, a fare i conti, a calcolare, a decidere di non fidarsi, di manipolare, a proteggersi.


Proteggersi va bene, ma il candore dell'abito è ormai solo apparente. Nel tenere la contabilità ci si macchia per forza, si perde il candore, si impara a farsi i propri conti, a decidere dove mettere il dare, in rosso, e dove l'avere, in nero. a tirare delle righe e calcolare l'avanzo o il disavanzo in partita doppia. E' una storia vera, mi diceva, accaduta alla mia amica del cuore. Ma vedi che non accada anche a te, bambina mia.


Noi abbiamo la pillola. Per fortuna. Persino l'aborto. E comunque non siamo costrette a sposarci a tutti i costi, a costo di mentire, ingannare, a costo di portarci dentro per tutta la vita l'amarezza di quel perduto candore.


Ma ci sono altri candori che si perdono nel momento in cui si comincia a fare i conti, e io non so dare istruzioni su cosa sarebbe meglio fare: se farsi i conti sempre, prima di capitare in mezzo ai guai, oppure se non farseli, e arrivare allo stremo, al momento di portare i registri in tribunale prima di mettersi a registrare, con inchiostro nero e rosso, la partita del dare e quella dell'avere.


Rischiare, di queso si tratterebbe, infine. Rischiare, perché potrebbe anche capitarti che il tuo candore trovi protezione nella lealtà della persona a cui ti leghi, e trovi risposta, accoglienza.


Ma anche no. Potrebbe anche darsi che dopo molti anni tu debba scoprire che è ora di portare i libri in tribunale, o potrebbe darsi che tu lo scopra appena in tempo, e che la pratica della computisteria ti salvi dalla bancarotta, come la virata cinica salvò l'amica del cuore della nonna disincantata, e neppure lei più candida, il candore intaccato da qualche spruzzo preso di rimbalzo.


Rischiare, senza neppure poter sperare di avere ragione, perchè alla fine, nel mondo in cui viviamo, la peggiore delle colpe è il candore.




Ora questo che c'entra col post precendete? Niente. Soltanto mi girava per la mente quella frase, perché nel pomeriggio ho visitato un cimitero molto particolare e c'era la tomba di una signora morta alla stessa età a cui morì la nonna, e non ero sicura di aver mai raccontato questa storia a nessuno, ho pensato magari così va persa e forse neppure l'ha raccontata ad altri, la nonna, e se l'ha fatto magari nessuno più si ricorda, così ho pensato di raccontarlo qui, le tracce che lasciamo nel web restano a lungo come la bava argentata di lumache scomparse nelle loro tane. Buonanotte. Anime candide tutte. Perché, e questo mi piacerebbe averlo saputo allora ed averlo detto alla nonna, si può essere anime candide per sempre, seppure  ad honorem. 


 

giovedì 20 maggio 2010

difficile e quasi disperata

Una giornata così, con un finale così, con le gambe che mi tremano al ritorno a casa, a parlare della morte con un collega, e lui che mi diceva no, non sono in depressione, ma la fiducia, in cosa possiamo aver fiducia adesso? adesso che passiamo alla sesta linea di chemio, adesso che sono passati quattro anni e il mezzo fegato rimasto è già colonizzato, adesso che c'è un nodulo nel polmone, adesso che non tiriamo il fiato? ma noi l'abbiamo sempre saputo, vero? solo tra noi ne possiamo parlare, coi miei familiari cosa vuoi che dica? Non sono in depressione, no. E neppure voglio morire. Se volessi morire, che dici? Se avessi mai voluto morire in questi quattro anni non saremmo più insieme a parlare, qui. Perché quante fiale ci sono in giro e quanto sarebbe facile mettersi sù una piccola flebo. Quattro anni, e non sono stato neppure male. Certo non bene come avrei voluto, ma neppure tanto male.

E ci siamo stretti la mano, e sono tornata a casa e ho detto "che giornata ho passato, le ultime due ore, poi, sono state tanto difficili".
e il maschio, la cui priorità non è mai stata affrontare la verità, ha risposto: "quanto dado ci va messo nel brodo?"

lunedì 17 maggio 2010

"LO FACCIO PER TE, ANZI PER ME"

Sono vittima di una marea di carità pelosa, come la chiamava mia madre. Quella che fai, infine, per il tuo interesse, non per quello altrui, fosse pure per guadagnarti il Paradiso. E la carità pelosa non vale nulla, diceva lei, perché è solo egoismo, alla fine. Un punto di vista morale, non utilitaristico, un punto di vista da cui le intenzioni modellano le azioni andando ben oltre il risultato materiale, ma spingendosi nel terreno del riconoscimento della libertà della persona in favore della quale agiamo e della preminenza del suo interesse rispetto al nostro.


Io sono sua figlia, non posso farci nulla. Uno dei miei terapeuti mi disse una volta che avevo imparato tanto da mia madre e nulla da mio padre. suo padre sa benissimo come difendersi, diceva, e lei non ha mai voluto imparare a farlo. Aveva ragione, naturalmente. Almeno dovevo imparare come farlo, non ero poi obbligata a mettere in atto quelle cometenze se non mi sembrava giusto farlo. Ok, sto imparando adesso, e lo faccio attraverso il filtro di ciò che ho imparato da mia madre.


 Ecco, mettiamo per esempio il fatto di andare in giro nel fine settimana. Da alcune decine d'anni chiedo a mio marito di farmi compagnia, di andare in giro con me, a zonzo. Amo moltissimo vedere posti e persone, guardare le vetrine per capire cosa la gente cerca, ascoltare lingue diverse, respirare diversi colori di cielo. E soprattutto uscire per un po' dalla mia realtà ristretta per vedere le cose da una prospettiva leggermente differente.


 Ho collezionato alcune decine d'anni di rifiuti; peggio che rifiutarsi, il marito si sottrae. La differenza tra rifiutare e sottrarsi è sottile, ma fondamentale. Chi si rifiuta si assume la responsabilità del no, chi si sottrae te la scarica. Così mi dovevo anche sentire in colpa perché non capivo che era stanco, perché gli volevo levare i suoi pochi interessi, perché non mi curavo abbastanza della casa, perché perché, perché e perché. Mai una volta un sincero: perché non mi va e, cazzo, io faccio quello che mi va e tu ti arrangi, mia cara, visto che lo sai fare tanto bene.


 Adesso ha cambiato idea. Mi propone delle gite. Ma non sono quelle che vorrei io, sono quelle che vuole lui, che si sovrappongono alle mie, che le sostituiscono, che tentano ancora di isolarmi dal resto del mondo, perché il marito non è preso da improvvisa dedizione per me, ha solo realizzato che potrebbe perdermi, che non intendo più "arrangiarmi", e allora corre ai ripari. Protegge i suoi diritti su di me, e se per farlo deve fare qualcosa per me, ebbene è disposto persino a questo.


Ma non è abituato a farlo, così lo fa in modo maldestro. Non viene incontro ai miei desideri, ma cerca di mimarli, costruendo di suo qualcosa di simile. Tanta fatica invece di chiedermi semplicemente cosa voglio, direte voi. Eh, ma se mi chiedesse cosa voglio dovrebbe rischiare di fare qualcosa che non è sotto il suo completo controllo. Può accettare di trascorrere qualche fine settimana con me, soprattutto ora che il campionato è finito, ma non arriva a pensare di trascorrerlo facendo qualcosa che piaccia anche a me, a tal punto è abituato a fare solo quello che piace a lui.


Sarebbe stato così facile aprire gli occhi e "vedere" la persona che gli stava vicino, lo sarebbe anche adesso, ma proprio non è abituato. Proprio non è nelle sue corde. Per giunta, adesso, dovrei anche sentirmi grata perché fa qualcosa per me. Nel senso che lo fa per trattenere me. Cioè lo fa per sé. Che vecchia novità.....


Per chi se lo chiedesse, un invito alla riflessione: attenti, il 99% della gente che vi ama, vi ama esattamente così, anche se non lo sa. QUESTO è l'amore come va.

martedì 11 maggio 2010

stasera

stasera pizza! incredibile strappo alle mie regole alimentari. Non vedo l'ora...

lunedì 10 maggio 2010

La sete dei vecchi

Un giovanotto che conosco da anni ha aperto con alcuni soci/colleghi una Casa Alloggio per anziani.
Lui è un assistente di base. In realtà studiava per diventare infermiere, ma all'epoca era un ragazzaccio scapestrato, così ha lasciato, ripreso, e infine ha fatto uno di quei corsi che negli ultimi anni hanno cambiato nome diverse volte ed ha cominciato a lavorare in RSA, che sono le case di riposo protette. Che sono brutte, è vero. E a lui non piacciono. così ha raccolto le forze, ha trovato un grande appartamento e insieme a due amici, una fisioterapista e un infermiere, sta cominciando questa strana avventura.
Così ho ricominciato a fare il medico da casa di riposo. Aggratis stavolta, perché cose così bisogna non solo approvarle a chiacchiere, ma metterci anche una piccola mano.
Una piccola Casa Famiglia, con solo sei posti, di cui quattro già pieni a meno di un mese dall'apertura, e rivolta soprattutto a soggiorni temporanei, di cosiddetto "sollievo" per i parenti, o di convalescenza per anziani che vivono da soli. Ha già avuto una signora che si era rotta due vertebre, ed è tornata a casa dopo due settimane, e ora una che ha un braccio ingessato, ma che, ho scoperto, è etilista cronica, il che verosimilmente condiziona/causa la sua demenza e le cui figlie pensano, forse di lasciare più a lungo.
La povera donna si alza ogni notte per frugare ogni stipetto della cucina. Cerca, cerca, non sa dire cosa, ma è una cosa a forma di bottiglia. Allora la persona che è di turno la notte le dà qualche goccia di ansiolitico e la riaccompagna a dormire. Povera nonna disperata...

Ma la cosa interessante è che ha accolto un anzianissimo signore, classificato come "demenza vascolare" dal servizio specialistico per le demenze di un vicino paesone, presso cui sarebbe, come dire, "seguito" da circa tre anni.
Una accurata anamnesi, fatta da una povera dottoressa di famiglia, ha fatto reindirizzare la diagnosi verso un delirio di Korsakoff. Naturalmente anche al vecchio signore farà un gran bene la eliminazione dell'alcol etilico dalla dieta.
Uh, il delirio di Korsakoff è una patologia tipica dell'etilista cronico, praticamente voglio dire che il signore in questione non ha per nulla una demenza vascolare, ma una demenza degenerativa/tossica da etilismo cronico, il che a voi non dirà nulla, ma a me ha spiegato come mai le terapie effettuate non abbiano dato risultati. E mi ha permesso di formulare un giudizio per nulla lusinghiero sullo specialista che percepisce uno stipendio per seguire gli anziani nel vicino paesone di cui sopra.

Intanto il vecchio signore sta meglio, è sereno e dorme, con un pochetto di aloperidolo e soprattutto senza prosecco e caffè corretto.

Ecco. Piccole cose da fare. E bravo Davide, ex ragazzaccio scapestrato.

mercoledì 5 maggio 2010

Mannaggia

Domani nuovo interessante seminario di Francesco Campione, ma non ho il sostituto, quindi non posso ascoltarlo. Ah, che peccato! Parlerà della morte e del morire....

ho rotto il ghiaccio

Ebbene, ho avuto i miei motivi per stare lontana dal blog per tutto questo tempo.
Credo di essere finalmente venuta a patti con la consapevolezza di essere osservata in maniera non disinteressata.
stare in rete è un'attività molto interessante e fino a qualche mese fa non mi ero mia sentita pressata dall'attenzione di nessuno dei miei compagni di navigazione. Poi è accaduto invece il contrario.
in parte la persona in questione va scusata perché non conosce nè comprende la blogosfera. Non è vero che noi qui si sia semplicemente in pubblico. Siamo in un pubblico "reciproco"
La maggior parte dei lettori sono anche bloggers, vi è uno scambio, una relazione almeno bidirezionale. la blogosfera è una vera comunità.
Se capita, come è accaduto a me, che un utente diventi tale solo per osservare un blogger, ecco, questo sguardo è necessariamente "diverso". Non è reciproco. Non paga in nessun modo il debito di ascolto che contrae.
Questo mi ha messo molto a disagio per parecchio tempo, al punto che non sono riuscita a scrivere.
Dovevo digerire il problema e trovare una soluzione.
Ecco la soluzione.
Non appartengo a chi mi legge. Non ha nessuna importanza con quanta assiduità o con quanta intenzione mi si legga, io non appartengo a qualcuno solo perché questo qualcuno si prende la briga di leggermi. Ma appartengo, per esempio, in qualche modo a ziacris, a epi, a mare, a ottonieri, a giorgi, e insomma non mi fate fare il lungo elenco delle persone che leggo e a cui sono debitrice di qualcosa. Non dimentico nessuno dentro di me, credetemi, solo siete troppi per un solo post.
Appartengo a loro non perché mi leggono, ma perché mi restituiscono, di tasca loro, qualcosa attraverso la rete.
Una volta, quando ero giovane, mi trovai senza denaro. Non mi accadde una sola volta, ma io ricordo molto bene quella volta lì. In quella occasione un tale, di cui non ho mai conosciuto il nome, mi diede diecimila lire. Io avevo una ventina d'anni e lui forse una cinquantina. Volevo il suo indirizzo per restituirgli il prestito, ma non l'ho avuto. Mi disse invece che ero molto giovane e che certamente negli anni a venire avrei avuto modo di restituire le diecimila lire o una parte di esse, secondo le mie possibilità, a qualcuno che ne avesse bisogno, a nome suo.
L'ho fatto un certo numero di volte, l'ultima pochi giorni fa, non per generosità o per altruismo, ma per correttezza: i prestiti si restituiscono.
La stessa cosa accade in rete: si restituisce.
Chi non comprende questo è fuori dai miei interessi.
Scusatemi per la lunga assenza. Un abbraccio. Capsicum.

Sentimentaaaaal

Una cosa che non ho mai voluto essere è "sentimentale".

In realtà lo sono. Un sacco. Così, visto che lo considero un grave fattore di vulnerabilità, lo tengo molto nascosto.

Se si accorgono che sei facilmente commovibile, che ti lasci intenerire dalle commedie strappalacrime, che ti impressionano le scene di violenza, che non tolleri la brutalità, e per giunta sei una donna, tutte le tue qualità non ti salveranno da sorrisini di compatimento, da pacche sulla spalla, dall'essere sminuita in tutto ciò che fai, per via che tutto sommato non sei altro che una donnetta.

Così io non mi commuovo. Non ufficialmente e neppure ufficiosamente. "Cazzate" è un ottimo commento.

Naturalmente la mia amica Alberta, molto più pragmatica di me (sì, è possibile) se ne frega e legge apertamente romanzetti rosa, e me li presta, anche. Io ringrazio, leggo, mi commuovo, e passo sotto silenzio la cosa. Ora, che devo fare con il libercolo della
Sophie Kinsella, alias Madeleine Wickham, titolo La compagna di scuola, su cui ho appena finito di versare calde lacrime? Lo metto su aNobii, ma mica lo recensisco......

venerdì 9 aprile 2010

traduzione

Ecco, è tardissimo e non ho il tempo di farlo, stasera, ma mi riprometto di usare questa pagina per una traduzione di una vecchia canzone della mia terra, a me molto cara. A domani, se potrò. Ma sono giorni stracarichi di lavoro, questi.

venerdì 19 marzo 2010

ssssssss..tappa!

A levare due tappi ci si mette  una manciata di minuti; sembra quasi esagerato che dopo ti abbraccino e ti bacino come se avessi fatto un trapianto di cuore.....

lezione sorprendente

Francesco si mette comodo, more solito, al centro del semicerchio dei corsisti e mi chiede: "Cominciamo?"
Io mi guardo attorno, chiedo se ci siamo tutti, manca solo una giovane collega che ha avvisato d'essere un po' in ritardo. Chiudo la porta dopo un rapido sguardo al lungo corridoio dell'ex manicomio: non arriva nessuno.
Francesco comincia a parlare. Riepiloga alcune idee centrali della volta scorsa, scherza con una giovane dottoressa; è una fanciulla di rara bellezza, dalla pelle candida, l'ossatura elegante, capelli castani folti, lunghi e mossi, ma soprattutto una grazia straordinaria in ogni movimento. Credo che per questo scelga lei per chiederle se è sola o fidanzata. E da lì in poi comincia a parlare dell'amore.

Dell'amore. 
- E' fidanzata? Quindi ne è innamorata, sì?
- eh, direi, eh...
la fanciulla è imbarazzata, ma Francesco non demorde. Ridacchia, insiste.
- Allora è innamorata. E lui è quello giusto, debbo supporre.
La Bimba alza il mento e conferma senza neppure arrossire.
Ma come l'ha capito?- incalza lui - e una frase dopo l'altra le strappa il racconto di come si sono incontrati, conosciuti, frequentati e un po' per volta piaciuti. Perché lui la fa star bene, stanno bene insieme. 
- Quindi, continua, vi siete attaccati, legati. Ora mettiamo che a lei venga in mente di partire, di andare a vivere in Australia.
-oh, sì, infatti ci sto pensando, in Nuova Zelanda
-Ma come? si allontanerebbe da lui? Allora non è vero che siete legati!
Le amiche ridono, ci mettono a conoscenza del fatto che già vivono lontani, trecento chilometri.
-Ma in Nuova Zelanda ci andreste insieme?
-Sì, naturalmente, sì
- allora va bene, restate attaccati. Vede, mia cara, è un legame di attaccamento il suo. 
- Il nostro.
- No, mia cara, il suo, quello di lui dovremmo chiederlo a lui, fermiamoci a quel che sappiamo, parliamo di lei. E' un bel legame, un legame importante, è come il legame che il bambino ha con la propria madre, intenso, appagante. Lui la far star bene, che altro potrebbe volere? Vero? Sì?. Ma - e con una lunga occhiata percorre il semicerchio degli astanti - ma magari per qualcuno non è stato così? O tutti voi vi siete innamorati in questo modo, un po' per volta, di chi vi fa star bene?
In un brusìo di voci si fanno avanti i sostenitori del coup de foudre. Uno, in particolare, ex marito di una miss italia, rivendica il primato dell'improvvisa passione, quella che ti fa fare di tutto, quella folgorante, travolgente, forse persino eterna.
- Oh, continua Francesco, è vero, a qualcuno capita. Vi siete visti e vi siete riconosciuti. O meglio: avete visto l'altro e l'avete riconosciuto. Avete detto: è lui, solo lui, e nessuno più. Quella persona unica, che speravate esistesse, quell'essere splendente, ai vostri occhi, un concentrato di bellezza e perfezione.
Gli astanti si esprimono sovrapponendosi disordinatamente. La maggior pare di loro sostiene che questo amore improvviso non esiste, o se c’è si tratta di una illusione di breve durata. Il marito della miss dichiara con forza: - Voi la pensate così perché non l’avete ancora trovato.
-Certo, interviene Francesco, questa è una cosa che accade. Ci sono persone che improvvisamente abbandonano matrimoni riusciti, situazioni considerate da tutti felici, da un giorno all’altro, perché hanno incontrato una persona e l’hanno riconosciuta, di colpo tutto il resto non conta, del resto il bambino si stacca dalla madre, questo tipo di amore è un amore per assimilazione, non per attaccamento. Quello era espressione dell’uomo in quanto essere biologico, questo è espressione dell’uomo come individuo irripetibile, come persona unica che si riconosce in un’altra persona unica, insostituibile, da questi sentirete spesso dire: lui- o lei- è parte di me.
-lei vuol dire, soggiunge il ragazzo con la barba sottile e disegnata, che questo è un amore più adulto, più evoluto?
-Ma no, perché vi intestardite su queste etichette freudiane, mica c’è solo Freud a questo mondo, tutti noi siamo esseri biologici e tutti noi siamo persone. A volte più esseri biologici che individui, a volte più individui che esseri biologici. – si guarda intorno ridacchiando e soggiunge: - e a volte anche altro, no?
Il dibattito si riaccende, sembra che i partigiani dell’uno e dell’altro amore cerchino di sostenere la superiore bontà del proprio; Francesco appare leggermente irritato.
-Signori, un po’ di attenzione, prego, parlate con me. Con me, oggi siete qui per parlare con me, tra voi parlerete a pranzo. Cosa vi conferisce l’autorità di giudicare migliore o peggiore un tipo o l’altro di amore? Quell’amore va bene per la persona che lo prova? E allora è il migliore per lui. Che c’entrate voi, scusate? Mica siamo in una piazza, o in un tribunale. Siete medici o no? Il paziente viene da voi per farsi curare, mica per farsi dire come deve amare. Perbacco!
- Anzi, prosegue, il paziente viene da voi perché sta male, quando sta male, e quindi quando il suo amore l’ha perduto, quando la persona che ama non è più con lui, l’ha lasciato, o sta morendo o è morta. E siccome non tutti i legami sono uguali, non tutti i lutti sono uguali. Se volete aiutare il vostro paziente dovete capire che tipo di lutto ha, che tipo di legame aveva. Se uno è innamorato e sta bene, e la persona che ama sta bene, che cazzo ci viene a fare da voi, eh? Per farsi invidiare? Voi dovete riflettere e ascoltare, e non avere fretta. Un legame d’attaccamento, per esempio, come si esce dal lutto? Come fa un bambino, lasia la madre e si lega ad altre persone. Ad un compagno, a una compagna, agli amici. E’ normale. Non vi sembra normale? – Alza leggermente la voce per sovrastare e azzittire il brusio. – Silenzio. Ora vi racconto una storia, io son siciliano, si sente, vero? Si sente. Quando tornavo a casa mia madre si vantava del figlio che risolveva, diceva lei, tutti i problemi delle persone, le madri, lo sapete, coltivano delle illusioni. Allora rientro a casa e mi dice Francè, ci sta il tale che tu gli devi parlare, dice, la figlia non gli parla più. E ma perché? Perché non son neppure tre mesi che è morta la moglie e già si porta in casa delle donnine. Donnine? Insomma, donnine, rispetto a lui, ha ottant’anni e si porta delle donne di settanta, un po’ meno o un po’ più. E allora? E allora la figlia non gli parla, dice insomma la mamma è ancora calda. Io gli vado a parlare e questo mi fa ma che vogliono, mia figlia che vuole? Io mica gli manco di rispetto a mia moglie. Mai in cinquant’anni di matrimonio le ho mancato di rispetto, giuro, ma ora è morta e io sono solo. Ho bisogno di qualcuno che badi a me. Questo signore aveva perfettamente ragione. Era legatissimo alla moglie, un legame d’attaccamento, un legame biologico, e per cinquanta, o più anni, non mi ricordo, per tutto quel tempo il legame aveva funzionato, il matrimonio era stato felice, lui era stato un marito fedele e devoto. A maggior ragione la figlia non riusciva a capire e a sopportare. Ma come, diceva, la mamma è ancora calda e lui già la sostituisce così? Ma allora non le voleva bene, allora non aveva valore. Invece no. Il signore ottantenne stava cercando di uscire dal lutto, nel modo che era giusto per il suo tipo di legame: la sostituzione. Un modo sano, ma socialmente on accettato. Vi chiedete perché?
Li ha catturati, se lo chiedono, e lui incalza –Perché la società di oggi privilegia l’individualità, e quindi il legame di assimilazione. Per questo legame la persona amata è un individuo unico, insostituibile, e se è insostituibile non può essere sostituito, no? Come fate a sostituire uno che è parte di voi? La potreste sostituire la vostra mano? E’ parte di voi, abbiamo detto, e allora? Allora la dovete tenere dentro di voi, la dovete portare dentro di voi. Lui è sempre dentro di me, non l’avete mai sentita questa? Ma voi l’ascoltate la gente? E’ come se fosse ancora qui, vi dicono, lo porto sempre con me.  Disinvestite, come dice Freud, il sentimento che avete investito in un oggetto esterno e lo reinvestite nello stesso oggetto che avete portato dentro di voi. Ma siccome in questa operazione vi avanza del sentimento, perché per l’oggetto interiorizzato ve ne serve meno, la differenza la potete reinvestire in un altro legame.
- E se non ci riesce?
-Se non ci riesce, dice Freud, muore.- e ride -  Come Romeo e Giulietta.- ridacchia, ma ridiventa serio -  Ma attenzione, non è che deve per forza morire. Il lutto semplicemente si blocca; la vita della persona rimane bloccata nel lutto. Nulla si muove più. Guardate, in ogni condominio c’è una famiglia bloccata nel lutto. Per esempio il disinvestimento e l’interiorizzazione non funziona se ci sono degli ostacoli. E gli ostacoli, pure questo lo dice Freud, mica io, gli ostacoli sono la rabbia e la colpa. Avevo un paziente, un ufficiale dei carabinieri, che aveva perduto il suo unico figlio, pure lui carabiniere, che s’era suicidato. Con la pistola d’ordinanza. E questo signore, tutto d’un pezzo, che adorava il figliolo con un perfetto legame d’assimilazione, non poteva accettare il suicidio e doveva a tutti costi dimostrare ch’era stato ammazzato. Per un complesso di rabbia e colpa, senso di colpa, voi capite, era colpa sua se era carabiniere, questo figlio, e se non lo fosse stato non si sarebbe suicidato con la pistola d’ordinanza. Ma era pure arrabbiato perché se questo figlio era un suicida l’aveva deluso. Così continuava a indagare per cercare l’assassino, con tutte le complicazioni dovute alle gerarchie militari,  uhhh, vi potete immaginare.
-E lei come l’ha aiutato?
-Non l’ho aiutato. Non ci sono riuscito. In nessun modo ci sono riuscito. Non l’ho potuto aiutare. Per aiutarlo avrei dovuto sospingerlo a cambiare, a crescere, a spostare il suo atteggiamento da quello di un individuo a un atteggiamento umano. Perché , e si tocca il naso, come se sospingesse verso l’alto un paio d’occhiali, si cresce andando in crisi, e spostando il proprio atteggiamento, da individuo a essere biologico o viceversa oppure, … perché…. Vediamo, nessuno di voi ha provato un diverso tipo d’amore?
Stavolta c’è aria dubbiosa tra gli astanti. Che altro tipo d’amore? Il timido giovane con la barba disegnata solleva un dito e al cenno d’invito di Francesco soggiunge: -Amore è anche voler far felice la persona amata, volere il suo bene.
-Ecco, e come fa a farla felice, come fa a sapere quale sia il suo bene?
-Si cerca di capire, si prova
-Bravo, e per capire ci si avvicina, ci si approssima, perché la persona amata è un altro, non è parte di noi, e non è lei che ci fa star bene, siamo noi che dobbiamo, o meglio desideriamo far sta bene lei. Un amore per approssimazione, per avvicinamento. Questo, aggiunge alzando leggermente il tono di voce, è l’amore della MADRE, della madre per il bambino. L’attaccamento era l’amore del bambino per la madre, e questo è l’amore della madre per il bambino. La madre non smette mai di avvicinarsi al figlio, non smette mai di fare qualcosa per lui, di volere il suo bene. I due amori non sono uguali. Capisce, mia cara, e si rivolge alla Bimba, capisce perché dicevo che non è detto che l’amore di lui per lei sia dello stesso tipo del suo? Potrebbe, certo, esserlo, ma non è detto.
 
Bene. Francesco ha continuato la sua lezione, ha spiegato come l'attaccamento si ripari con la sostituzione, l'assimilazione con introiezione e disinvestimento e la dedizione con il proseguire gli scopi della persona perduta.
Ma io sono già bastian contraria e all'intervallo, mentre lui ed io facciamo delle vasche negli interminabili corridoi del monumentale complesso manicomiale, gli presento il mio parere. Certo, concorda lui, si tratta di una semplificazione didattica che non può esaurire l'infinita varietà e mutevolezza dell'essere umano, eppure, ribadisce, guardiamo come sono le cose nella maggior parte dei casi, nell'ottanta per cento, diciamo. La gente, in genere, è così, si comporta così.
 
So che ha ragione, ma solo in un ambito diagnostico, di fotografia di una situazione in movimento. O di riepilogo di un amore finito.
Mi vien da ridere se penso che la gente abbia la scelta tra solo tre tipi di amore. Cosa vuole? attaccamento, passione o devozione? Busta uno, busta due o busta tre? Bene, il nostro concorrente ha scelto la tre! Ora vediamo... Devozione! Un applauso, signori. Allegria!
E, si sa, una volta aperta,  la busta non si può cambiare.... Il notaio controlla.
Ma, fuori dalla fiction psicoterapica, il mondo corre in avanti lungo la freccia direzionale della quarta dimensione: il tempo. E lungo la stessa dimensione corre l'amore. L’amore degli amanti, quello dei genitori, dei figli, degli amici, dei fratelli.
Un amore vivo non si lascia afferrare, autopsiare: potrebbe morirne. Un amore vivo cambia, cresce, corre, travolge, ride, vola.
Un amore vivo è una strada che si addentra nel futuro, è un'esplorazione di sé e dell'altro. E' attaccamento devoto, è passione irrefrenabile e subito dopo quieto appagamento; confidenza, consolazione reciproca, ricerca continua, ascolto. Un amore ti spia dolcemente, ti osserva deliziato, ti previene, e si consola tra le tue braccia.
Perdere un amore così, certo, può spingerti a sostituirlo per non morirne, ma può essere solo una sostituzione parziale, mentre dentro di te comunque un poco muori, senza fine, ogni giorno, e se qualcosa può aiutarti a sopportare, forse è la convinzione che la separazione abbia un senso per il bene del tuo amato.
La passione senza attaccamento sarebbe un'altalena terribile di ansie e desideri, di ricongiungimenti e distacchi, estenuante, mentre l'attaccamento senza passione, negli anni, diverrebbe un soporoso protrarsi di un'infanzia adulta interminabile. Infine è la devozione che fornisce un senso profondo ad ogni contrasto, ad ogni sacrificio. La devozione permette di condividere l'amore, la devozione permette di conoscersi, di fondersi, di aprire delle porte, di parlare veramente da un cuore ad un altro cuore. La devozione non è gelosa, pur se timorosa di un possibile distacco. La devozione fa spazio ad altre passioni, ad altri attaccamenti, ad altri amori. Ma, lasciata sola, svuotata dalla passione, dal desiderio di assimilazione, di mescolarsi, di fondersi, diventa un legame fraterno, lievemente malinconico, un legame vecchio.
L’amore è come una creatura vivente; però finisce. Talvolta si esaurisce, altre volte viene ucciso; a volte finisce con la morte di una delle persone amate, a volte no. Dispiace sempre vederlo morire, si vorrebbe soccorrerlo, consentirgli di mutarsi in una forma d’amore diversa. Talvolta si riesce. A volte no.
Ah, Francesco, noi dobbiamo ancora parlare.