lunedì 30 novembre 2009

un appunto veloce

il modo di scrivere di una persona può essere sempre in evoluzione. Il mio ha ricevuto l'influenza di diverse persone. La prima si chiamava Fulvia Carleo. Poi, negli anni, mi sono sottratta alla scrittura e ai confronti. Qualche anno fa ho consentito ad una persona di lavorare sulla mia scrittura, ed ho imparato tanto. Ho ascoltato anche i consigli di una seonda persona, molto brava e interessante, e anche questo mi ha cambiato.


Ora mi chiedo: è il momento per rendermi disponibile ad un nuovo cambiamento? Devo consentire ad una nuova persona di influire sul mio modo di scrivere? Lo farò, forse, perché sono convinta che questo cambiamento potrebbe andare nella direzione che mi attira. Ma nel cambiare si corre comunque un rischio. Dovrò essere capace di mantenere lo "stile" che trovo connaturato a me stessa. Il rischio è sempre quello di perdersi. Non voglio perdermi.


La femminilità porta a questo, invece, porta ad annegare nell'altro, a riversarsi, a concedersi, a reclinarsi ed aprirsi, a perdere i confini. Si può, certo, si può fare, ma solo se si mantiene la consapevolezza del passo successivo, che è quello di richiudersi sul dono ricevuto, di raccogliersi, ristrutturarsi, assimilare, inglobare, riaffermare i propri confini e la proprietà di sé, ed infine rialzare lo sguardo, ancora svolgersi e riaprirsi.

domenica 29 novembre 2009

EQUILIBRI

Mi trovo in una condizione interessante. Da un paio d'anni mi sto impegnando in modo sempre più intenso in una attività di tipo didattico. Nel 92, quando l'impegno clinico divenne più continuo e intenso, lasciai progressivamente l'insegnamento e il lavoro di organizzazione didattica. Lo sto dicendo in paroloni, e non è da me, però allora decisi che non potevo fare bene entrambe le cose, e scelsi la medicina preferendola al lavoro di organizzazione didattica e insegnamento.


Poi sono passati parecchi anni, ho lavorato come medico in tanti ruoli, e per una concatenazione imprevedibile di coincidenze ho ripreso ad insegnare e ad organizzare corsi. E' un lavoro che ho odiato per anni, e adesso invece mi piace. Non mi ci sento perfettamente a mio agio, perché non sono convinta di saperlo fare come dovrei, però mi piace. Mi piace farlo meglio che posso, esattamente perché sono convinta che il meglio che posso sia inadeguato e una definitiva vergognosa schifezza, quindi del tutto insufficiente, e mi demoralizzo anche, talvolta, e mi blocco, ma questo non è l'argomento di cui volevo parlare.


Volevo parlare dell'equilibrio che vorrei trovare tra il mio lavoro coi pazienti, la pratica dell'attività clinica di medicina generale, e il mio lavoro di organizzzione didattica della formazione in medicina generale. Sto abbandonando troppo spesso il mio studio in mano ai sostituti, che sono bravi, molto bravi, ma non sono io, il mio lavoro mi manca, ho bisogno di seguire i miei pazienti di più.


Adesso, per esempio, vorrei riprendere in mano gli elenchi dei vaccinati e confrontarli con quelli dei pazienti da vaccinare, come ho sempre fatto ogni anno, per chiamare quelli che mancano, e completare la campagna vaccinale, diciamo entro la prima quindicina di dicembre.


Ma ho nello stesso tempo una quantità di cose da fare per organizzare il prossimo semestre.


Credo che lo stesso problema attanagli tutti coloro che abbinano insegnamento e attività clinica, credo che mi gioverebbe cercare di imparare da loro.


EQUILIBRIO! Mannaggia, mi ci vuole una mezza giornata extra, altro che equilibrio. Oppure una mezza segretaria extra. Entrambe le cose sono impossibili, al momento attuale.


Forse la mezza segretaria extra, però.... Vedremo. Vedremo. Tenuto conto che questa vicenda tra un anno sarà finita, il che è un sollievo, ma anche mi dispiacerà... .

martedì 24 novembre 2009

fusilli alla crema di zucca

Per tre persone
Circa 400 grammi di zucca gialla già cotta al forno
250 grammi di fusilli
Olio evo
Un cucchiaino abbondante di noce moscata macinata
70 grammi di scamorza tagliata a piccoli cubetti oppure di parmigiano ridotto in piccole scaglie (anche grattugiato va bene, ma in scagliette è meglio)

Mettere a cuocere la pasta. Passare la zucca al forno nel mixer riducendola in crema. Mettere al fuoco un salta pasta, versarvi un goccio d’olio d’oliva e scaldare. Versare nell’olio la zucca frullata, la noce moscata, aggiustare di sale e pepe e fare restringere alquanto. Scolare i fusilli al dente e saltarli nella crema di zucca. Finire all’ultimo col formaggio sbriciolato, servire bollente.

MATTINE

Un'altra mattina è andata, ancora due ricette e due richieste e riparto per altri impegni: la lezione della scuola di formazione, il ritiro del figlio da scuola, i compiti, una relazione da scrivere, una zucca da mettere nel forno, i pantaloni costosi del marito da stirare ("tu personalmente, per favore, perché della stiratrice non mi fido") e, forse, se tutto va bene, posso anche leggere qualche pagina del mio libro del momento. Bisogna che tiri fuori un librino leggero, questo universo elegante lo leggo con troppa attenzione, e al momento non ne ho altri in lettura. E' il momento per l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, così mi metto avanti con l'incontro di aNobii di dicembre. Alla pesca dei libri porterò "Sicilia". Lo rileggevo ieri, un pezzetto per volta, per lasciarlo riemergere nella mia memopria.


 "Quando muoiono le stelle sprigionano litri di luce finale, poi corrono postume per anni nello spazio curvo"


Cito a memoria, magari non è esattamente così. Però Sicilia di Marìa Carrazoni è un libro da comprare e da regalare per Natale. Potrei farlo io stessa, anzi, lo faccio proprio.


Le mattine, dicevo. Le mattine sono corte, dense, come piombini da pesca, quelli a forma di goccia o di parallepipedo che attaccavamo alle lenze. Era molto spartana la nostra pesca, quando ero piccola: un sughero con avvolta la lenza, in cima la paratura dell'amo, a due o tre esche, e il piombino, con la lunghezza regolata in base al fondale su cui intendevamo pescare. Ci voleva una manina sensibile, senza galleggiante, e si prendevano piccoli pesci di scoglio, da frittura. Orta non andrei più a pesca. Starei, sto, quando posso, col mio libro accoccolata sullo scoglio, un tuffo quando il caldo m'asciuga, bracciate lente col viso rivolto al fondo, e poi di nuovo al sole, con la carta macchiata dall'acqua salata dove le mie dita umide la toccano. Ah, che nostalgia d'estate, stamattina!


Andrò al mare alla fine della prossima settimana. Un giro al porto, uno in spiaggia, qualche cena a base di crudo e vino bianco gelato, o una spigola al sale. Chissà se il fratello lurker, e naturalmente la cognata, hanno voglia di venire anche loro? Sempre che il lavoro prenatalizio lo consenta, 'o fra',ita 'ndi na'sa? Scrìimmì. O tzerria, chi prefergis. Ah, sorri nostra staid' mellus, funti torraus de accordu, po immoi. Eus' a biri .....


Scusate, era una comunicazione personale. Vado a lavorare di nuovo. Baci. Caps.

martedì 17 novembre 2009

a richiesta

un post sulla poesia secondo capsicum, che non vuol dire praticamente niente, però....


Le poesie non sono altro che canzoni senza musica. Immagini afone. Insomma , c’è chi dice: non capisco la poesia. La poesia non fa per me. Onesto, ma difensivo. Non c’è nulla da capire, si tratta solo di ascoltare ed usare il sentimento per decifrare, non la ragione. Nulla da capire. Poi vale sempre quel che disse Alfonso Gatto: “Voi lo sapete, amici, ed io lo so. Anche i versi sono come bolle di sapone: una sale e l’altra no.” Mentre stai lì, preso dal tuo sentire, ti balena l’immagine di te, e ti pare che questa comprensione t’offra sollievo. Ecco tutto. Cosa ci sarà mai da capire ….


 Il mistero di questa immagine consiste semmai nella sua incisività ai fini del ricordo. Una volta trascritta in versi l’emozione diviene indelebile. S’incide nella memoria, è salva. Tutto il resto rischia il delete. Così, assai semplicemente, ti garantisci l’eternità della gioia o della sofferenza, eternità che puoi trascinarti nel tempo, mentre la pelle invecchia incurante della freschezza del povero cuore. E poi, nella poesia si estrinseca nella massima misura quella caratteristica meravigliosa del segno, di mutare nell’istante stesso in cui viene “appreso”, catturato da chi legge.


Diceva Eco che l’autore, una volta scritto un libro, dovrebbe fare la cortesia di morire, per consentire al lettore di forgiare la propria interpretazione senza più il rischio che ne giunga una “autentica” a screditarla. Nella poesia, io credo, l’interpretazione autentica non c’è. Se ci fosse, non ci sarebbe poesia.


La poesia sfida la consapevolezza neuropsicologica. Il povero medico tiene dentro sé insieme l’amore per la letteratura e la conoscenza ch’essa sgorga da combinazioni chimiche, da tessuti, lipidi, ribosomi, acidi nucleici, proteine. Una specie di sospensione dell’incredulità gli è necessaria per abbandonarsi al ritmo e alla potenza della parola. Quanto bisogna esser bravi per scrivere una lunga, lunga composizione? Tanto, io credo. E’, forse, la differenza stessa ch’esiste tra un racconto ed un romanzo. Il ritmo a volte t’accorgi d’averlo rubato. Altre volte non sai da dove giunga. Da una canzone, da un verso, da un fraseggio di tamburo. La rima, ohimè, non s’usa più, quasi. A volte persino t’imbarazzi se te ne sfugge dalla tastiera una. O dalla matita, che rimane lo strumento di scrittura più effimero e da me più amato.


Cosa rimane della realtà da cui nacquero poesie meravigliose? Il passero, delizia della mia fanciulla; le chiare, fresche e dolci acque, la notte che galoppa sulla sua cavalla cupa spargendo spighe azzurre sul prato? L’immagine che ogni mente ricrea dietro il proprio paio d’occhi, ogni volta diversa, ogni volta nuova. Tornando alla comprensione, cosiddetta, della poesia, ricordo con imbarazzo le versioni in prosa, le note, i commenti, l’esegesi, la decifrazione, la traduzione dell’emozione in fatti concreti sterilizzati, privati infine dell’emozione stessa, che hanno infestato gli anni del ginnasio e del liceo. Quella era storia della letteratura, non letteratura; storia del segno, non amore del segno. Il segno brilla luminoso contro la cupola d’ossigeno azzurro che ci sovrasta tanto più evidente quanto più è condiviso. Insomma, la comprensione razionale è per il tecnico, per il letterato; l’emozione della poesia ritorna quando la razionalità viene messa da un lato, inserita tra parentesi, relegata in sottofondo. A queste condizioni, credo, essa può persino accrescere l’emozione


Ma quanto è dolorosa ogni emozione? Persino l’amore, se intenso, è accompagnato da un sottofondo di dolore. Il desiderio ferisce quando è ancora insoddisfatto, e poi ancora, una volta appagato, viene pervaso dal terrore della possibile perdita. La poesia risuona con le emozioni, e come tale risveglia qualche piccolo dolore. Meglio non saperla capire?


Per chi scrive, consapevole come me della propria incompetenza, superare l’imbarazzo del sapersi inadeguati è un traguardo miserabile ma ambito. Se dovessi attendere d’essere soddisfatta delle mie parole, certo non parlerei mai, certo non scriverei mai. Quale vantaggio nel silenzio? La parola può ferire chi ascolta, è vero, ma il silenzio ferisce chi tace, invariabilmente.


Lo scrivere concretizza l’essenza del mio essere, lo porta verso colui che non è qui, senza placare il desiderio, certo, ma in qualche modo consolandolo. Seppure nel solo istante presente. Le mie due anime s’alternano nella poesia e nella prosa come il mio corpo si avvicenda sperimentando la realtà della veglia e quella del sonno. Lascio che il sogno emerga e parli per me, con la mia voce, fuori dai fascini luminosi e consolanti del pensiero razionale, nell’ombra del battito ventricolare, nel cupo mistero del torace.

domenica 15 novembre 2009

SENZA VOCE

Ecco, una settimana fa ho visitato una bella ragazzina con un tossone maledetto; il giorno dopo la gola ha cominciato a pizzicarmi e nei giorni successivi mi sono fatta una magnifica laringite. Con un tossone identico a quello della fanciulla. Non mi sono fatta mancare neppure un po' di febbre.


 Domani torno in studio, con mascherina, non si sa mai, ma sostanzialmente sto abbastanza bene. Spero di non stancarmi troppo: avrei tante cose da fare questa settimana. Ah, se fossi una lavoratrice dipendente, vi garantisco che due giorni di riposo a letto non me li leverebbe nessuno. Ora doccia bollente e a nanna con la boule dell'acqua calda. Buona settimana a tutti.



P.S. il bellissimo convegno autunnale del Mensa è finito: sono tornata a casa con le carte della nuova versione del gioco di Licantropi. Si chiama Wherewolf, distribuito da Raven e creato da Christian Zoli. Bellissimo. guardatelo qui

sabato 14 novembre 2009

influenza

Ecco, lo so che voi volete un riassuntino facile da leggere, sintetico ed esaustivo al tempo stesso, ma per quanto riguarda l'influenza vi rimando a wikipedia qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Influenza.
mi limito a sottolineare che il vaccino attuale è del tipo split, non contiene virus vivo o virus inattivato, ma solo componenti capsidiche. Qualche effetto collaterale però c'è ancora, nonostante quel che dice wikipedia. Anzi, mi sa che vado a correggere... baci

mercoledì 11 novembre 2009

influenza campana

L'influenza dalle mie parti, questa suina intendo, è proprio una robetta. Tre giorni di febbre, dolori articolari e mal di testa. Qualche otite, poche, e sinora, tra i miei pazienti, due focolai presto risolti.
Oggi alle tre del pomeriggio, in Campania, è morta per influenza l'ex moglie di mio cognato.
Più giovane di me, una ragazzona bella e piena di vita. Che lascia quattro figli, due ancora ragazzini.
Io mi sto chiedendo come mai.
Va bene, fumava. Ma. Non capisco ugualmente la differenza tra la virulenza in quel di Napoli e la virulenza in quel di Bologna.
Io domani vaccino. Chi vuole. Con più convinzione di quella che avrei avuto fino a ieri.
Mia sorella, che è una strana ragazza e che aveva stretto una amicizia vera e profonda con la madre dei figli di suo marito, è affranta.

martedì 10 novembre 2009

A volte mi sento sola. Il lavoro fa tanta compagnia, è vero, ma poi torni a casa e se non corri subito a tuffarti in altro lavoro, anche se di altro genere, la solitudine ti raggiunge inesorabilmente. Quando necessita conservare l'illusione della compagnia i libri sono una grande risorsa. Libri, musica e blog. Non per nulla i primi due saranno, spero, i protagonisti del mio post pensionamento....

sabato 7 novembre 2009

paturnie

Ah, i bei tempi dell'anonimato! Quando mi giravano i ministri dell'interno venivo su splinder e mi sfogavo. Ora pure qui debbo stare attenta a quel che dico. E il golf ne soffre. Sono sempre troppo controllata e contratta, tendo a flettere le braccia e anche il tronco, non mi distendo verso la pallina, come se avessi più paura di perdere il ferro che voglia di colpire la palla. Solo alla fine della mattinata mi sono rilassata. Il maestro dice che un po' di memoria del corpo, dopo un anno e mezzo e oltre, l'avrei ancora, ma a me non pare affatto. In ogni caso non mi riporta in campo. Non ancora.
Troppo autocontrollo. E se mandassi tutti, dico tutti, a quel paese?

venerdì 6 novembre 2009

maledizione!!

Il tempo a volte è troppo e non sai che fare, ma la maggior parte delle volte è TROPPO POCO.

domani

cascasse il mondo rispetterò i programmi che ho fatto!

martedì 3 novembre 2009

OCCHI CHIUSI

Ho fatto una capatina a Milano, la scorsa settimana, col comodissimo treno che ci mette un'ora: meno che andare a trovare lo zio poco fuori città.


Al ritorno (di primo mattino, arrivo in tempo per l'apertura dell'ambulatorio), vedo due file avanti a me una bella barba brizzolata fare capolino dalla tendina del finestrino, mentre il resto del capo ne era nascosto, reclinato e dormiente.


Nello scendere alla mia fermata gli passo accanto e lo sbircio, curiosa di vedere il resto misterioso del volto e rimango delusa per la presenza d'una mascherina azzurra di seta plissettata, stile colazione da tiffany, se ricordate, che denuncia la premeditazione del pisolino e la mascolina sfacciataggine d'uno che ostenta senza imbarazzi sì civettuolo riparo dalla luce. Mancano, però, i tappi auricolari col ponpon...


Bello poter chiudere gli occhi; un lusso concedersi di non vedere. Come se ti raccontassi: sono ancora a letto, oh mondo, dormo ancora, non mi destate. Te lo racconti, te l'imponi, e ci credi. E magari una parte del mondo ci crede con te.


Ecco, io no.

lunedì 2 novembre 2009

pandemia

Sono rimaste indietro due visite oggi, e non avevo capito perché.

Poi il mio collega, nell'uscire dallo studio insieme, dopo le otto di sera, mia ha fatto notare il numero pazzesco di telefonate che abbiamo ricevuto.

Bloccati dal telefono. Fagocitati dal telefono. E tutti vogliono sapere la stessa cosa: il vaccino? la suina?
 
telefonano tutti, non hanno capito che si vaccineranno solo le persone malate, ma malate davvero, diabetici,asmatici in trattamento, malati di tumore, cardiopatici veri,  non i sani; che il vaccino non è disponibile in farmacia; che le dosi arrivate sinora sono per il personale sanitario e gli insegnanti e altre categorie che possono diffondere la malattia; che il vaccino per i pazienti (malati cronici) arriverà a metà novembre, e che comunque per allora un sacco di gente la suina l'avrà già presa e quindi tutti quelli che si sono già ammalati non li vaccineremo più.
 
Intanto rispondendo al telefono per queste cazzate mi sono saltate due domiciliari, che magari saranno anche state inutili, ma due domiciliari erano, di persone che non stanno bene e che mi aspetteranno sino a domattina, e voglio dire, io, sto Topo Gigio della malora non potrebbe dirle lui queste cose invece di blaterare "telefonate al medico di famiglia, telefonategli!"

Come se il medico di famiglia non avesse altro da fare che il centralinista o il telefono suino, come se la gente non si ammalasse anche in questi giorni, non venisse in ambulatorio, non dovesse essere visitata, ricettata, ricoverata, curata..

E alla fine la fiorista, dopo aver preso le sue prescrizioni, mi ha detto: lei è stanca, non l'ho mai vista così stanca, dovrebbe andare a casa e riposare, sa? tutto per delle telefonate e un Topo Gigio idiota.

P.S. poi, lo so da me che per chi mi telefona non sono cazzate, e so anche che chi ha montato sto cancan mediatico andrebbe mandato alla gogna e io gli tirerei le uova marce e i pomodori acerbi, belli duri e ben forte.

ALDA MERINI

Ecco, ho scelto una poesia sua  l'ho postata su FB. quelle cose sciocche che si fanno d'impulso.


 Marìa Carrazoni l'ha letta e l'ha tradotta lì per lì. Non so se sia più bello l'originale o la traduzione.


Se dovessi inventarmi il sogno
del mio amore per te
penserei a un saluto
di baci focosi
alla veduta di un orizzonte spaccato
e a un cane
che si lecca le ferite
sotto il tavolo.
Non vedo niente però
nel nostro amore
che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso


 


si tuviera que inventarme el sueño
de mi amor por ti
pensaría en un saludo
de besos fogosos
en la vista de un horizonte partido
en un perro
que se lame las heridas
debajo de una mesa.
Pero no veo nada
en nuestro amor
que sea el absoluto de un abrazo feliz.


 


P.S. facebook, come altri sn, è una scatola vuota, tutto dipende da cosa ci si mette dentro e da come la si usa. nel mio fb c'è una elevatissima concentrazione di persone favolose. baci. caps.


 

come ci si veste l'un l'altro?

Questa buffa cosa mi chiedevo, e la stessa cosa s'è chiesto l'autore della filastrocca. Ah, e perché, pure. Volevo legarmi al suo centro è bellissimo, secondo me. Con "una veste pesante, ardente d'amore e di fuoco" e di un rosso accecante e intrisa pure di sangue.
Ma non funziona. La veste rossa e calda e pesante e ricca di tutto. Non funziona. Vale più una veste tessuta di preghiere, pensieri, vento, niente.

Tanto il vuoto non è vuoto, e noi siamo una canzone; canzoni cantate insieme, è il massimo dell'ascolto che possiamo trovare, credo. E voci di Sirene.

baci.
Caps.

un piccolo regalo da condividere

questa filastrocca è una specie di regalo.


 a me piace. la condivisione vale come ringraziamento, forse.


DEIANIRA

''Non fate che vesti leggere,
tessute di seta e di fiori.
Tessete le vostre preghiere.
Vestite la luce e i colori.

Io feci una veste pesante,
ardente d'amore e di fuoco.
La feci d'un rosso accecante,
intrisa di sangue, per gioco.

Volevo vestisse il mio amore
con forza, stringendolo dentro.
Volevo afferrare il suo cuore.
Volevo legarmi al suo centro.

Gli feci una veste d'argento
ma un fuoco l'avvolse, e ancor dura.
Vestitevi solo di vento,
Vestitevi senza cintura.

Non fate che vesti leggere,
d'un filo che mai non si sente.
Tessete le vostre preghiere.
Vestite un vestito di niente.''


 

domenica 1 novembre 2009

la domanda: è giusto quel che faccio....

.... è ineludibile, credo, anche se rallenta maledettamente le decisioni.
Infatti sino a che la decisione intuitiva e quella razionale non combaciano non è possibile emettere un giudizio di correttezza e "giustezza" della propria scelta.
Una scelta deve essere giusta "per noi", quindi emotivamente e intuitivamente, irrazionalmente in una parola, e contemporaneamente "per gli altri", cioè logicamente, razionalmente.
In carenza di una delle due condizioni la faccenda tocca. Qui potrei passare a scrivere sette-ottomila battute, annoiando a morte tutti o quasi. Meglio lasciare così e passare il pc al mio figliolo nullafacente. Buona domenica.

(però sono soddisfatta, perché il filo del mio pensiero si intorcinava da un pezzo su questo argomento, senza riuscire a distrarsi, e ora posso metterlo da parte, come Lisbet Salander col teorema di Fermat)