giovedì 31 dicembre 2009

TERMOLI A FINE ANNO, COL SOLE E IL VENTO

Sono qui, nella casa tranquilla, silenziosa, con marito e figlio piccolo, tra libri, compiti, qualche lavoro arretrato; passeggiate, cene in ristorantini raccolti, giornate tiepide e soleggiate, ma ventose, e cibo locale.
Quando ero piccola, in Sardegna, mio padre sognava le crespelle. Che si chiamano anche Zeppole.
Mia madre faceva il Zipulas sarde, quelle imbriagas e quelle Reginas, preparazioni semplici le prime, sofisticate le seconde, ma entrambe dolci e profumate di zafferano o acquavite artigianale. E mio padre desiderava le zeppole/crespelle. Che sono semplicemente acqua, farina, sale e lievito, tagliate a bastoncini e fritte, con o senza un ripieno d'acciuga salata.
Ieri ho comprato pizza e crespelle, per la somma favolosa di cinque euro in totale, e metà della pizza non siamo riusciti a finirla, in tre.
La restauratrice, che esibisce un taglio di capelli sbarazzino quale insegna del desiderio di novità (anno nuovo, si sa...), mi ha chiesto impudicamente dove preferirei trascorrere la mia vecchiaia, se qui o a Bologna. Una domanda che non m'ero mai fatta, ma la cui risposta è: tra le due alternative starei volentieri qui.
BUON ANNO.
CAPS.

mercoledì 30 dicembre 2009

l'anno che non verrà più

Preparativi per il nuovo anno, ok. Era questo il nuovo anno a cui mi sarei dovuta preparare. Mi sono attardata un po', si sa, io sono sempre in ritardo, e ora che avevo capito come prepararmi mi sono resa conto che è passato, insomma è quasi passato, una manciata di ore e sarà il duemiladieci.
che me ne farò di questo duemiladieci?
ho passato mezzo secolo a capire che cosa voglio. ora dovrei cominciare a darmi da fare per ottenerlo. ma in mezzo secolo si mettono in piedi un sacco di lavoretti, di impegni, di beghe, e il casino è lasciarli a mezzo così.
Qualche tempo fa ho messo le mani nel caos del mio cesto da lavoro. Ho buttato via un sacco di roba, cose iniziate dodici anni fa e mai finite, ma non ho buttato via tutto. Non ero pronta, credo, a buttare via tutto. Alcuni lavori erano ancora importanti e li volevo finire, non gettare via.
E' così anche nella mia vita. Alcune cose sono ancora importanti, non mi va di perderle, voglio finirle. Ma a differenza dei lavori di ricamo o di cucito, non si possono accelerare i tempi della vita.
Viene rabbia. E poi sbollisce. Romperesti tutto. E poi ti guardi e ti scopri buffa e ti viene da ridere di te stessa.
Il fatto è che io sono distratta. Così mentre invecchiavo pensavo ad altro e non mi sono accorta. Probabilmente ancor ami preparo per il capodanno 1980. Anzi, certamente è così. Trent'anni di distrazione. Un battito di ciglia. Una montagna di lavori cominciati. Anche una montagna di lavori finiti, ma nessuno di essi era per me. Non li ho più sottomano, mi sono rimasti accanto solo quelli da finire e così mi pare, a colpo d'occhio, di non aver concluso nulla. D'aver sprecato due terzi di vita.
Le festività mi rendono invariabilmente triste.
dovrei distrarmi un po'.

domenica 27 dicembre 2009

musica e sonno

sono combattuta tra l'andare a dormire e l'ascoltare ancora questo brano:


Il violino è un'arma particolare, produce effetti drammaticamente diversi a seconda di chi te la punta contro. Questo violinista mi colpisce al cuore, dritto, implacabile.


 Abbiate una buona notte.


Lo so che scrivo poco, e scriverò poco ancora per le prossime settimane. Lavoro, famiglia e altro mi distraggono fortemente. Ma recupererò subito dopo, vi darò da leggere, vedrete. un grande bacio da Capsicum


P.S. intanto andatevi a leggere l'Incompetente che si è rimesso in moto.

venerdì 25 dicembre 2009

UNA WEB-COM - REGALO DI NATALE

sul sito di francesco tacconi una serie di anonimi sta inventando un nuovo genere letterario: la web- com.


 Si tratta di una stanza del forum aperta sia in scrittura che in lettura ad utenti non registrati ed anonimi, dove si può scrivere quel che si vuole. come sulle pareti dei cessi. solo che qui sta prendendo forma un lungo racconto a molte mani.


Solo l'amministratore potrebbe ingegnarsi a capire chi sono gli auori, tramite i loro IP, ma non lo fa di proposito e questo è molto bello da parte sua. E' avvincente. Io vi suggerisco di andarvelo a leggere. Se poi volete essere aggiornati sul seguito potete iscrivervi al forum e inserire tra i topics che volete seguire quello della Sedia.


 Spero che apprezzerete questo regalo natalizio dalla vostra Capsicum.


giovedì 24 dicembre 2009

mmh, buon natale?
buon solstizio no, è già passato.
buone feste a tutti. Caps

domenica 20 dicembre 2009

tema a piacere

Tra un compitino e l'altro della scuola, ho ripreso un vecchio posty, o forse era solo un vecchio file, e l'ho aggiustato.


Mi pare venuto benino, ma sono certa che se lo sottoponessi al mio nuovo istruttore mi farebbe le pulci riga per riga. Ok, leggetevelo voi, che non usate la matita rossa e blù...


baci


Caps


P.S. questa è una fiction mia, non un resoconto tratto dalla mia memoria stenografica; per capirci, la voce narrante è immaginaria, non appartiene ad una persona reale.


Ecco, dottoressa, guardi, come le posso dire? la sua cura va bene. Va benissimo. Non mi ero mica accorta, voglio dire non avevo capito quanto, si insomma lo sapevo che avevo male alla spalla. E' per quello che sono venuta, e per il dolore che avevo sotto al piede sinistro. Ma per la verità, come le dissi, un po' di malino c'era anche al gomito, e all'altro gomito, e sotto al piede destro, ma rispetto al sinistro il dolore era poco: sul destro ci camminavo. La cervicale va da sè, dicevo, l'hanno tutti, e la schiena, mi hanno sempre detto che ci dovevo convivere e io ci convivevo.


La prima volta che uno specialista mi ha detto che col dolore dovevo convivere ho avuto, ho sentito una stizza. Mi sono sentita la rabbia bloccata in mezzo alla gola, come una cosa solida che non mi facesse parlare, lo avrei preso, per il davanti del camice e anche per il maglioncino azzurro che aveva sotto, con le mie mani che fanno male quando stringo, ma non ci avrei badato al male. Uno che si prende pagato per centottanta euro per dirmi che ci devo convivere.


Però alla fine sembrava l'unico onesto di tutta la banda. Ho speso un sacco di soldi in terapie. Ho fatto il laser e gli ultrasuoni, poi un altro fisiatra mi ha detto che il laser che avevo fatto non andava bene e ce ne voleva uno più potente e io ne ho fatti altri dieci. Sono andata a quel centro termale, termale per modo di dire, insomma con le piscine, e ho fatto i percorsi contro corrente e gli idromassaggi. Gli ultrasuoni li ho fatti a secco e con l'acqua e sono stata dall'osteopata a farmi manipolare e mia figlia mi ha portato dalla sua dottoressa che cura con l'omeopatia. Non ho mica risolto niente, così ho pensato che quell'ortopedico che mi ci voleva far convivere forse era l'unico sincero. Poi, alla fine, era un male alla schiena; e alla spalla.


Le dirò che non avevo mica voglia di farla, la sua cura. Ero anzi un po' irritata. Perché anche se nessuno mi ha mai levato il male, tutti mi hanno fatto capire che non era un male grave, e lei invece mi ha dato subito il cortisone. Il cortisone, insomma ho pensato per un po' di male alla spalla mi fa prendere il cortisone, e tutti i giorni pure, il cortisone dicono tutti che è pericoloso, e se poi mi succede qualcosa di peggio? qualcosa con cui non posso convivere? Poi la mia amica, quella che mi ha portato da lei, ha insistito e ha detto prova, questa qui è brava, due settimane che sarà mai, hai provato tante cose, ed ha insistito ancora, in modo anche imbarazzante, ma è la mia amica, non dico che le ho creduto, ma non la volevo scontentare e comunque c'erano quasi venti giorni per l'appuntamento col fisiatra, quello delle terme. Poi le terapie del fisiatra mica hanno fatto mai molto, per la spalla. Era pure mutuabile la sua cura.


Dopo tre giorni, in ogni caso, la spalla mi lasciava dormire quasi tutta la notte, e anche i piedi li appoggiavo bene. Me ne sono accorta così, pensandoci. Ho detto a me stessa: ma i miei piedi? come mai non me li sento? Per sentirli li sentivo, ma dovevo pensarci. Piede sei lì? sì sono qui e sto bene.


A quel punto avevo cominciato e le cose andavano come lei mi aveva anticipato, potevo darle retta ancora un po'; lei aveva detto finisca la cura altrimenti le torna, e io ho continuato, anche se mi andava già bene come mi sentivo dopo i primi giorni, meno di una settimana.


A quel punto è stata la volta del gomito: ha smesso di farmi male il gomito. E quando ha smesso il gomito mi sono accorta che anche il polso e le dita mi facevano male. Un male più piccolo, ma mi facevano male. Perchè siccome potevo muovere il gomito ricominciavo a cercare di fare delle cose,e nel farle sentivo il dolore alle mani, la destra di più, e alle dita.


Allora ho cominciato a tastarmi le dita, le mani, e a provare, per cercare di capire quanto male avevo e dove ce lo avevo. Il pollice destro è quello che sta peggio. Tutto intero mi fa male. Dalla punta, proprio se stringo il polpastrello, fino a dove si attacca al polso. L'altro è l'indice: anche l'indice mi fa dolore per quanto è lungo. Le altre dita hanno ripreso forza per prime. E' incredibile, sa? fa una impressione scoprire che come passa il male torna la forza. le dita, soprattutto, se ti fanno male non le stringi fino in fondo, stringi piano, fin dove non senti dolore, così un giorno dopo l'altro a furia di non usarle non hai più forza e la roba ti scappa dalle dita. Io dicevo ma guarda come sto diventando imbranata in vecchiaia, invece era il dolore alle mani che non me le faceva stringere. Ora la sinistra la chiudo tutta, e sento male solo in fondo alla stretta. Lei dice che alla fine stringerò senza sentire male? E magari aprirò le bottiglie e i barattoli senza l'attrezzo, sa quello con tutte le corone che si usa per aprire le cose. L'ho preso al supermercato e da anni non ne posso fare a meno. La destra, con la destra sono ancora indietro: le due dita che le dicevo, il pollice e l'indice, ora capisco fino a che punto mi fanno male.


Ma senta questo: scendo le scale di corsa! Sì, perché so di nuovo dove si trova il gradino, quasi senza guardare. Non devo stendere piano la gamba fino ad incontrarlo ogni volta, so dove sta e scendo senza paura di perdermelo. Scendo di corsa. Saranno almeno quindici anni che non scendevo di corsa le scale; e non cado mica, neppure mi tengo al corrimano. E quando sono uscita, dopo aver corso per le scale, c'era il sole e ho girato la testa verso l'alto e il collo si è stirato che con la nuca mi toccavo la schiena, quasi, e faceva un rumorino come di carta crespata, come se ci fosse qualcosa che si spiccicava mentre il collo si stendeva e si stendeva pure la schiena e ho detto a me stessa: ma da quanto tempo cammino curva io? un'illuminazione. Se ci penso, a mente fredda, mi viene rabbia per tutte le amiche che non mi hanno mai detto: vai gobba come una vecchia.


Le ginocchia, adesso le dico anche questa, l'altro giorno sono andata giù a chinino per pulire il forno, e mi sono rialzata e per rialzarmi non avevo bisogno di tenermi stretta al piano. Non so da quanto avevo bisogno di aggrapparmi per tornare in piedi. Pensavo che fossero i miei muscoli a non farcela più a tirarmi sù, invece loro funzionano, eccome. Oddio.


Adesso da lei voglio sapere due cose. E' perché sono abituata a sopportare il dolore da troppo tempo che non mi sono accorta di avercene tanto, salvo che della spalla? e poi cosa ho? perchè qualcosa la debbo avere, no? avrà un nome, dato che lei me l'ha curata questa malattia! Se prendo per poche settimane una medicina e la mia vita cambia così tanto che mi sembra di avere di nuovo trent'anni, qualcosa ce l'ho, vero? Che non è possibile, adesso mi alzo tutta in una volta, ho gli occhi aperti e scendo dal letto. Così!. Appena sono sveglia le braccia si muovono subito, non le devo muovere piano piano e poi non c'è più il formicolio, il dolore. Al punto che mi dimentico pure di avere braccia, gomiti, spalle, schiena. Si muovono tutti insieme, mi basta pensare: sù! e sono fuori dal letto. E come sono leggera, anche! Prima? almeno un quarto d'ora ci voleva solo per uscire dal letto. E poi mi facevo il caffè e lo prendevo piano piano e cominciavo le mie cose, ma credo mi servissero almeno tre quarti d'ora per muovervi un po' bene. Insomma, dicono che il cortisone ti gonfia, io invece mi sto sgonfiando. Pure la faccia avevo gonfia, credevo che fossero gli anni, ma guardi la mia bocca, oh, va bene, forse questa sarà una mia impressione, ma la mia bocca è tornata piccolina, il labbro non mi pende più e anche le rughe sembrano meno profonde.


Ora io voglio sapere cos'ho. Come si chiama questa cosa? questa malattia, è una malattia, certo, che sta passando dopo due settimane di cortisone, questa cosa che mi levava le forze? Sembrava normale avere il dolore e la debolezza, roba da menopausa, cos'è? E soprattutto: tornerà? peggiorerà? Perché non la voglio, sa? se posso vivere senza dolore io questa malattia non la voglio più avere, meglio morire piuttosto.


 Non mi voglio più rassegnare ad aver male, a sopportare il dolore facendo finta che sia facile: se qualcuno mi dice ancora di conviverci IO URLO.

venerdì 18 dicembre 2009

una volta ho detto

che di uomini veramente generosi ne conosco pochi, ma che fortunatamente quei pochi riscattano tutto il loro genere.
mi sembra opportuno aggiungere due ulteriori osservazioni: la prima, che bisognerebbe che le ragazze imparassero a riconoscerli e a non farsi abbagliare dagli stronzi; la seconda, che purtroppo quegli stessi sono spesso infelici prede di mignatte veramente spregevoli. Dove c'è il miele corrono le mosche, si sa.

P.S. poiché sono stata accusata di deliberata incomprensibilità, mignatte è sinonimo di anellidi ematofagi, sanguisughe insomma. che poi mica tutte le mignotte sono mignatte, capiamoci. e mica tutte le mignatte sono mignotte: alcune sono rispettabilissime (?) consorti....

mercoledì 16 dicembre 2009

stanchezza

stanchezza è sostantivo, genere femminile, numero singolare, astratto.
Ma la mia stanchezza stasera è concreta come un pezzo di granito. Mi sta abbattendo. Mi schianterò sul mio letto fra pochi minuti. Non avevo idea di poter diventare tanto stanca.
buonanotte a voi.

lunedì 14 dicembre 2009

lunedì

Ho tenuto spento il telefono mentre facevo ambulatorio, per riuscire a prestare attenzione a chi visito. L'esperienza è da ripetere ad libitum. ho lavorato meglio, sono soddisfatta. Chi ha telefonato ora sarà incazzato. Una ventina di persone, almeno. Ma adesso il telefono è di nuovo acceso, così proprio non riescoa a sentirmi in colpa. Che diamine! Chiedo solo di lavorare in pace.



P.S. per Melina: devo anche tener presente che la persona seduta sulla sedia davanti a me o sdraiata sul lettino da visita è venuta per un motivo e potrebbe avere un problema serio e HA DIRITTO ALLA MIA ATTENZIONE. Guarda, a me rompe pure quando sono dal meccanico che lui risponda al telefono dieci volte prima di stampare e consegnarmi la fattura, figurati come può sentirsi uno che ha il timore di qualcosa di grave e si vede "passare davanti" due telefonate mentre aspetta di sapere da me se il suo timore può essere fondato. Ecco, Melina, bisogna fare attenzione a quel che si chiede ad un medico. Una urgenza che non può attendere tre ore per essere comunicata è una urgenza da pronto soccorso, non da ambulatorio del medico di famiglia, ne convieni?




P.S. Scrittura "creativa": ho rimediato una meritata stroncatura. Lo sapevo che stavo buttando giù una cosa importante negandomi alla scrittura, con la faccia voltata di là. Lo sapevo benissimo, da qualche parte di me. Scrivere non si fa così. Scrivere delle cose di cui scrivo io si fa col sangue, altrimenti è altro. E' diletto, è accademia, è altro tipo di scrittura. E il sangue deve essere il proprio. Ci si apre una vena, si intinge il calamo, o il dito, e si scrive. Facevo finta di non saperlo, ma lo so. Ricomincerò da capo il pezzo, ma prima pescherò un po' di sangue fresco per farmi da inchiostro. E se mi sentirò troppo dissanguata so a chi aggrapparmi, per fortuna.


Sì, ho  ricominciato ad andare a scuola...

sabato 12 dicembre 2009

sabato. tante cose da fare, ma nessuna voglia. vado in posta, attacco un bottone, stiro un po', vado a nuotare e poi a rifarmi i capelli bruciati dal cloro. questa è una delle mie contraddizioni: prima mi rovino i capelli in piscina, poi pretendo di portarli lunghi e lisci, e pure sciolti. domattina golf. pomeriggio teatro. leggerò un po', un giro in libreria, e sarà subito lunedì. M****.

venerdì 11 dicembre 2009

film coi figli

Io ho dei figli caustici. Stasera ci siamo visti un film insieme, uno di quei film belli, commoventi, eccetera eccetera. Recensione del mio grande: a quelli colti le coccole e ai burini la figa. Morale del film: la cultura non ti farà mai avere la figa...
Ma, anche se caustici, hanno colto la scena finale. Bene.

mercoledì 9 dicembre 2009

TERMOLI

Dice la mia simpatica restauratrice, ma perché non scrive mai il nome Termoli? ne parla ma non lo scrive, ecco, io non ci avevo pensato, così adesso lo mettiamo come titolo del post.


Siamo tornati ieri sera, ed abbiamo passato delle ore a rimettere via tutto. Perché non resisto, mi porto a casa di tutto, davvero.


La cicoria germogliata, le puntarelle per dirla alla romana, che ci sono anche qui, ma sono, come dire, le nonne delle puntarelle termolesi, nel senso proprio di vecchiezza. quelle sono appena nate, fresche, raccolte lì per lì, ed io ho cotto le foglie e tagliato a listarelle i germogli e messi nell'acqua fredda e in frigo perché s'arriccino.


poi le castagne. qui li chiamano marroni, ma non sono né altrettanto buoni e neppure altrettanto grandi.


il pane pizza e quello di serracapriola.


i taralli al finocchio


i taralli di natale fatti col mosto cotto e il cioccolato


le ferratelle, quelle morbide e quelle croccanti


i cioccolatini del gelataio in fondo al corso (I CREMINI FATTI CON LA PANNA COTTA DUE VOLTE, A TUTTI I GUSTI COMPRESA LA CANNELLA!!!!!) 


la burrata, le scamorze, che mi sto dimenticando? insomma, a Termoli ci dovete andare. anche d'inverno.


e mica bisogna andare a napoli per mangiare la pastiera e le frolle ricce e non e le delizie al limone e la crostata di ricotta e il pesce, va da sè......

lunedì 7 dicembre 2009

un racconto

c'è un forum, nel sito di un signore un po' strano che scrive e insegna anche ad altri e in questo sito, in questo forum, qualcuno ha postato un piccolo pezzo suggestivo. ci ho pensato, pensato ed ho scritto questa cosa, strana. La metto anche qui. E' un racconto, e forse leggermente disgustoso, una breve esplorazione, si potrebbe andare avanti, credo, ma non so in che direzione. Ho altri pezzi che aspettano di prendere una strada, aspettano tempo, una trama, una soluzione. Intanto ecco questo.


 


"Devo calmarmi. Calmarmi.


E masticare bene e a lungo. Non ingoiare, aspetta, fermati. Dev’essere una poltiglia, lo sai, e anche così si fermerà, orami lo sento, il nodo, stretto.


Devo calmarmi. Non ascoltare. Vuole una rivincita, non si sa di cosa, vuole la sua libbra dalla parte del cuore. Devo, io credo, pagare ancora qualche prezzo. La differenza tra il suo valore, inestimabile, ed il mio, scarso.


Devo calmarmi, ma è un dolore sordo quello che ascolto, se l’ascolto, dietro lo sterno. Vado a sputare l’ultimo boccone, ma oramai è tardi. La saliva mi riempie la bocca, fa esplodere bollicine di muco sul palato, prodotte tanto in fretta da far male, e il nodo non si scioglie.


Devo calmarmi. Se mi calmo si aprirà, dolorosamente sentirò il progresso del bolo, detto così pare più accettabile, ma io so l’aspetto che avrà quando l’avrò vomitato. Se non mi calmo. Presto. È solo un boccone di pane, mezza mela, acqua, ma sarà orrendo. Poltiglia beige con radi pezzetti di mela, spruzzata nella tazza, o forse andrà a fondo, avvolta nel muco, credo che il muco sia pesante, rigurgiterà forse senza neppure acido, e intanto preme dietro lo sterno, fa male, male, ma ancora nausea niente. Io non le metto due dita in gola, maledizione, aspetterò la nausea, il bisogno impellente, e correrò nel bagno, correrò, prima che mi scappi fuori al posto delle parole che non ho detto, della rabbia che non ho sputato, dei colpi bassi che non ho reso, devo calmarmi, devo lasciarmi andare.


Mi lascio andare alla calma, mi lascio andare, ma non riesco. Sarà mai un giorno in cui saprò reagire, saprò fuggire, saprò sottrarmi, saprò vomitare parole e rabbia, e intanto la nausea, eccola, più forte, e la saliva scorre, dovrei sputare almeno quella, ma invece ingoio, fingendo una calma che non esiste, controllo ogni mio gesto, e con ostentata calma ed un sorriso m’alzo, il bagno, mi avvio con calma, con calma, e appena fuori vista volo, presto oddio, presto.


Odio questo stomaco troppo sincero, odio questo corpo violento, me ne vergogno, una sboccata, muco e poltiglia, un’altra, e un’altra, è quasi liquida, io non capisco cosa la fermi sulla soglia di me, come fosse veleno, non c’è più nulla, a parte il nodo, doloroso, fermo, presente.


Devo calmarmi. "


 


NOTA BENE: a scanso di equivoci, visto che qualche amico si è molto preoccupato e mi ha chiesto come sto, come va, eccetera, E' UN RACCONTO, ok? sto benissimo, mai stata meglio, sono un fiore, uno splendore, eccetera eccetera. Baci.

lunedì 30 novembre 2009

un appunto veloce

il modo di scrivere di una persona può essere sempre in evoluzione. Il mio ha ricevuto l'influenza di diverse persone. La prima si chiamava Fulvia Carleo. Poi, negli anni, mi sono sottratta alla scrittura e ai confronti. Qualche anno fa ho consentito ad una persona di lavorare sulla mia scrittura, ed ho imparato tanto. Ho ascoltato anche i consigli di una seonda persona, molto brava e interessante, e anche questo mi ha cambiato.


Ora mi chiedo: è il momento per rendermi disponibile ad un nuovo cambiamento? Devo consentire ad una nuova persona di influire sul mio modo di scrivere? Lo farò, forse, perché sono convinta che questo cambiamento potrebbe andare nella direzione che mi attira. Ma nel cambiare si corre comunque un rischio. Dovrò essere capace di mantenere lo "stile" che trovo connaturato a me stessa. Il rischio è sempre quello di perdersi. Non voglio perdermi.


La femminilità porta a questo, invece, porta ad annegare nell'altro, a riversarsi, a concedersi, a reclinarsi ed aprirsi, a perdere i confini. Si può, certo, si può fare, ma solo se si mantiene la consapevolezza del passo successivo, che è quello di richiudersi sul dono ricevuto, di raccogliersi, ristrutturarsi, assimilare, inglobare, riaffermare i propri confini e la proprietà di sé, ed infine rialzare lo sguardo, ancora svolgersi e riaprirsi.

domenica 29 novembre 2009

EQUILIBRI

Mi trovo in una condizione interessante. Da un paio d'anni mi sto impegnando in modo sempre più intenso in una attività di tipo didattico. Nel 92, quando l'impegno clinico divenne più continuo e intenso, lasciai progressivamente l'insegnamento e il lavoro di organizzazione didattica. Lo sto dicendo in paroloni, e non è da me, però allora decisi che non potevo fare bene entrambe le cose, e scelsi la medicina preferendola al lavoro di organizzazione didattica e insegnamento.


Poi sono passati parecchi anni, ho lavorato come medico in tanti ruoli, e per una concatenazione imprevedibile di coincidenze ho ripreso ad insegnare e ad organizzare corsi. E' un lavoro che ho odiato per anni, e adesso invece mi piace. Non mi ci sento perfettamente a mio agio, perché non sono convinta di saperlo fare come dovrei, però mi piace. Mi piace farlo meglio che posso, esattamente perché sono convinta che il meglio che posso sia inadeguato e una definitiva vergognosa schifezza, quindi del tutto insufficiente, e mi demoralizzo anche, talvolta, e mi blocco, ma questo non è l'argomento di cui volevo parlare.


Volevo parlare dell'equilibrio che vorrei trovare tra il mio lavoro coi pazienti, la pratica dell'attività clinica di medicina generale, e il mio lavoro di organizzzione didattica della formazione in medicina generale. Sto abbandonando troppo spesso il mio studio in mano ai sostituti, che sono bravi, molto bravi, ma non sono io, il mio lavoro mi manca, ho bisogno di seguire i miei pazienti di più.


Adesso, per esempio, vorrei riprendere in mano gli elenchi dei vaccinati e confrontarli con quelli dei pazienti da vaccinare, come ho sempre fatto ogni anno, per chiamare quelli che mancano, e completare la campagna vaccinale, diciamo entro la prima quindicina di dicembre.


Ma ho nello stesso tempo una quantità di cose da fare per organizzare il prossimo semestre.


Credo che lo stesso problema attanagli tutti coloro che abbinano insegnamento e attività clinica, credo che mi gioverebbe cercare di imparare da loro.


EQUILIBRIO! Mannaggia, mi ci vuole una mezza giornata extra, altro che equilibrio. Oppure una mezza segretaria extra. Entrambe le cose sono impossibili, al momento attuale.


Forse la mezza segretaria extra, però.... Vedremo. Vedremo. Tenuto conto che questa vicenda tra un anno sarà finita, il che è un sollievo, ma anche mi dispiacerà... .

martedì 24 novembre 2009

fusilli alla crema di zucca

Per tre persone
Circa 400 grammi di zucca gialla già cotta al forno
250 grammi di fusilli
Olio evo
Un cucchiaino abbondante di noce moscata macinata
70 grammi di scamorza tagliata a piccoli cubetti oppure di parmigiano ridotto in piccole scaglie (anche grattugiato va bene, ma in scagliette è meglio)

Mettere a cuocere la pasta. Passare la zucca al forno nel mixer riducendola in crema. Mettere al fuoco un salta pasta, versarvi un goccio d’olio d’oliva e scaldare. Versare nell’olio la zucca frullata, la noce moscata, aggiustare di sale e pepe e fare restringere alquanto. Scolare i fusilli al dente e saltarli nella crema di zucca. Finire all’ultimo col formaggio sbriciolato, servire bollente.

MATTINE

Un'altra mattina è andata, ancora due ricette e due richieste e riparto per altri impegni: la lezione della scuola di formazione, il ritiro del figlio da scuola, i compiti, una relazione da scrivere, una zucca da mettere nel forno, i pantaloni costosi del marito da stirare ("tu personalmente, per favore, perché della stiratrice non mi fido") e, forse, se tutto va bene, posso anche leggere qualche pagina del mio libro del momento. Bisogna che tiri fuori un librino leggero, questo universo elegante lo leggo con troppa attenzione, e al momento non ne ho altri in lettura. E' il momento per l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, così mi metto avanti con l'incontro di aNobii di dicembre. Alla pesca dei libri porterò "Sicilia". Lo rileggevo ieri, un pezzetto per volta, per lasciarlo riemergere nella mia memopria.


 "Quando muoiono le stelle sprigionano litri di luce finale, poi corrono postume per anni nello spazio curvo"


Cito a memoria, magari non è esattamente così. Però Sicilia di Marìa Carrazoni è un libro da comprare e da regalare per Natale. Potrei farlo io stessa, anzi, lo faccio proprio.


Le mattine, dicevo. Le mattine sono corte, dense, come piombini da pesca, quelli a forma di goccia o di parallepipedo che attaccavamo alle lenze. Era molto spartana la nostra pesca, quando ero piccola: un sughero con avvolta la lenza, in cima la paratura dell'amo, a due o tre esche, e il piombino, con la lunghezza regolata in base al fondale su cui intendevamo pescare. Ci voleva una manina sensibile, senza galleggiante, e si prendevano piccoli pesci di scoglio, da frittura. Orta non andrei più a pesca. Starei, sto, quando posso, col mio libro accoccolata sullo scoglio, un tuffo quando il caldo m'asciuga, bracciate lente col viso rivolto al fondo, e poi di nuovo al sole, con la carta macchiata dall'acqua salata dove le mie dita umide la toccano. Ah, che nostalgia d'estate, stamattina!


Andrò al mare alla fine della prossima settimana. Un giro al porto, uno in spiaggia, qualche cena a base di crudo e vino bianco gelato, o una spigola al sale. Chissà se il fratello lurker, e naturalmente la cognata, hanno voglia di venire anche loro? Sempre che il lavoro prenatalizio lo consenta, 'o fra',ita 'ndi na'sa? Scrìimmì. O tzerria, chi prefergis. Ah, sorri nostra staid' mellus, funti torraus de accordu, po immoi. Eus' a biri .....


Scusate, era una comunicazione personale. Vado a lavorare di nuovo. Baci. Caps.

martedì 17 novembre 2009

a richiesta

un post sulla poesia secondo capsicum, che non vuol dire praticamente niente, però....


Le poesie non sono altro che canzoni senza musica. Immagini afone. Insomma , c’è chi dice: non capisco la poesia. La poesia non fa per me. Onesto, ma difensivo. Non c’è nulla da capire, si tratta solo di ascoltare ed usare il sentimento per decifrare, non la ragione. Nulla da capire. Poi vale sempre quel che disse Alfonso Gatto: “Voi lo sapete, amici, ed io lo so. Anche i versi sono come bolle di sapone: una sale e l’altra no.” Mentre stai lì, preso dal tuo sentire, ti balena l’immagine di te, e ti pare che questa comprensione t’offra sollievo. Ecco tutto. Cosa ci sarà mai da capire ….


 Il mistero di questa immagine consiste semmai nella sua incisività ai fini del ricordo. Una volta trascritta in versi l’emozione diviene indelebile. S’incide nella memoria, è salva. Tutto il resto rischia il delete. Così, assai semplicemente, ti garantisci l’eternità della gioia o della sofferenza, eternità che puoi trascinarti nel tempo, mentre la pelle invecchia incurante della freschezza del povero cuore. E poi, nella poesia si estrinseca nella massima misura quella caratteristica meravigliosa del segno, di mutare nell’istante stesso in cui viene “appreso”, catturato da chi legge.


Diceva Eco che l’autore, una volta scritto un libro, dovrebbe fare la cortesia di morire, per consentire al lettore di forgiare la propria interpretazione senza più il rischio che ne giunga una “autentica” a screditarla. Nella poesia, io credo, l’interpretazione autentica non c’è. Se ci fosse, non ci sarebbe poesia.


La poesia sfida la consapevolezza neuropsicologica. Il povero medico tiene dentro sé insieme l’amore per la letteratura e la conoscenza ch’essa sgorga da combinazioni chimiche, da tessuti, lipidi, ribosomi, acidi nucleici, proteine. Una specie di sospensione dell’incredulità gli è necessaria per abbandonarsi al ritmo e alla potenza della parola. Quanto bisogna esser bravi per scrivere una lunga, lunga composizione? Tanto, io credo. E’, forse, la differenza stessa ch’esiste tra un racconto ed un romanzo. Il ritmo a volte t’accorgi d’averlo rubato. Altre volte non sai da dove giunga. Da una canzone, da un verso, da un fraseggio di tamburo. La rima, ohimè, non s’usa più, quasi. A volte persino t’imbarazzi se te ne sfugge dalla tastiera una. O dalla matita, che rimane lo strumento di scrittura più effimero e da me più amato.


Cosa rimane della realtà da cui nacquero poesie meravigliose? Il passero, delizia della mia fanciulla; le chiare, fresche e dolci acque, la notte che galoppa sulla sua cavalla cupa spargendo spighe azzurre sul prato? L’immagine che ogni mente ricrea dietro il proprio paio d’occhi, ogni volta diversa, ogni volta nuova. Tornando alla comprensione, cosiddetta, della poesia, ricordo con imbarazzo le versioni in prosa, le note, i commenti, l’esegesi, la decifrazione, la traduzione dell’emozione in fatti concreti sterilizzati, privati infine dell’emozione stessa, che hanno infestato gli anni del ginnasio e del liceo. Quella era storia della letteratura, non letteratura; storia del segno, non amore del segno. Il segno brilla luminoso contro la cupola d’ossigeno azzurro che ci sovrasta tanto più evidente quanto più è condiviso. Insomma, la comprensione razionale è per il tecnico, per il letterato; l’emozione della poesia ritorna quando la razionalità viene messa da un lato, inserita tra parentesi, relegata in sottofondo. A queste condizioni, credo, essa può persino accrescere l’emozione


Ma quanto è dolorosa ogni emozione? Persino l’amore, se intenso, è accompagnato da un sottofondo di dolore. Il desiderio ferisce quando è ancora insoddisfatto, e poi ancora, una volta appagato, viene pervaso dal terrore della possibile perdita. La poesia risuona con le emozioni, e come tale risveglia qualche piccolo dolore. Meglio non saperla capire?


Per chi scrive, consapevole come me della propria incompetenza, superare l’imbarazzo del sapersi inadeguati è un traguardo miserabile ma ambito. Se dovessi attendere d’essere soddisfatta delle mie parole, certo non parlerei mai, certo non scriverei mai. Quale vantaggio nel silenzio? La parola può ferire chi ascolta, è vero, ma il silenzio ferisce chi tace, invariabilmente.


Lo scrivere concretizza l’essenza del mio essere, lo porta verso colui che non è qui, senza placare il desiderio, certo, ma in qualche modo consolandolo. Seppure nel solo istante presente. Le mie due anime s’alternano nella poesia e nella prosa come il mio corpo si avvicenda sperimentando la realtà della veglia e quella del sonno. Lascio che il sogno emerga e parli per me, con la mia voce, fuori dai fascini luminosi e consolanti del pensiero razionale, nell’ombra del battito ventricolare, nel cupo mistero del torace.

domenica 15 novembre 2009

SENZA VOCE

Ecco, una settimana fa ho visitato una bella ragazzina con un tossone maledetto; il giorno dopo la gola ha cominciato a pizzicarmi e nei giorni successivi mi sono fatta una magnifica laringite. Con un tossone identico a quello della fanciulla. Non mi sono fatta mancare neppure un po' di febbre.


 Domani torno in studio, con mascherina, non si sa mai, ma sostanzialmente sto abbastanza bene. Spero di non stancarmi troppo: avrei tante cose da fare questa settimana. Ah, se fossi una lavoratrice dipendente, vi garantisco che due giorni di riposo a letto non me li leverebbe nessuno. Ora doccia bollente e a nanna con la boule dell'acqua calda. Buona settimana a tutti.



P.S. il bellissimo convegno autunnale del Mensa è finito: sono tornata a casa con le carte della nuova versione del gioco di Licantropi. Si chiama Wherewolf, distribuito da Raven e creato da Christian Zoli. Bellissimo. guardatelo qui

sabato 14 novembre 2009

influenza

Ecco, lo so che voi volete un riassuntino facile da leggere, sintetico ed esaustivo al tempo stesso, ma per quanto riguarda l'influenza vi rimando a wikipedia qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Influenza.
mi limito a sottolineare che il vaccino attuale è del tipo split, non contiene virus vivo o virus inattivato, ma solo componenti capsidiche. Qualche effetto collaterale però c'è ancora, nonostante quel che dice wikipedia. Anzi, mi sa che vado a correggere... baci

mercoledì 11 novembre 2009

influenza campana

L'influenza dalle mie parti, questa suina intendo, è proprio una robetta. Tre giorni di febbre, dolori articolari e mal di testa. Qualche otite, poche, e sinora, tra i miei pazienti, due focolai presto risolti.
Oggi alle tre del pomeriggio, in Campania, è morta per influenza l'ex moglie di mio cognato.
Più giovane di me, una ragazzona bella e piena di vita. Che lascia quattro figli, due ancora ragazzini.
Io mi sto chiedendo come mai.
Va bene, fumava. Ma. Non capisco ugualmente la differenza tra la virulenza in quel di Napoli e la virulenza in quel di Bologna.
Io domani vaccino. Chi vuole. Con più convinzione di quella che avrei avuto fino a ieri.
Mia sorella, che è una strana ragazza e che aveva stretto una amicizia vera e profonda con la madre dei figli di suo marito, è affranta.

martedì 10 novembre 2009

A volte mi sento sola. Il lavoro fa tanta compagnia, è vero, ma poi torni a casa e se non corri subito a tuffarti in altro lavoro, anche se di altro genere, la solitudine ti raggiunge inesorabilmente. Quando necessita conservare l'illusione della compagnia i libri sono una grande risorsa. Libri, musica e blog. Non per nulla i primi due saranno, spero, i protagonisti del mio post pensionamento....

sabato 7 novembre 2009

paturnie

Ah, i bei tempi dell'anonimato! Quando mi giravano i ministri dell'interno venivo su splinder e mi sfogavo. Ora pure qui debbo stare attenta a quel che dico. E il golf ne soffre. Sono sempre troppo controllata e contratta, tendo a flettere le braccia e anche il tronco, non mi distendo verso la pallina, come se avessi più paura di perdere il ferro che voglia di colpire la palla. Solo alla fine della mattinata mi sono rilassata. Il maestro dice che un po' di memoria del corpo, dopo un anno e mezzo e oltre, l'avrei ancora, ma a me non pare affatto. In ogni caso non mi riporta in campo. Non ancora.
Troppo autocontrollo. E se mandassi tutti, dico tutti, a quel paese?

venerdì 6 novembre 2009

maledizione!!

Il tempo a volte è troppo e non sai che fare, ma la maggior parte delle volte è TROPPO POCO.

domani

cascasse il mondo rispetterò i programmi che ho fatto!

martedì 3 novembre 2009

OCCHI CHIUSI

Ho fatto una capatina a Milano, la scorsa settimana, col comodissimo treno che ci mette un'ora: meno che andare a trovare lo zio poco fuori città.


Al ritorno (di primo mattino, arrivo in tempo per l'apertura dell'ambulatorio), vedo due file avanti a me una bella barba brizzolata fare capolino dalla tendina del finestrino, mentre il resto del capo ne era nascosto, reclinato e dormiente.


Nello scendere alla mia fermata gli passo accanto e lo sbircio, curiosa di vedere il resto misterioso del volto e rimango delusa per la presenza d'una mascherina azzurra di seta plissettata, stile colazione da tiffany, se ricordate, che denuncia la premeditazione del pisolino e la mascolina sfacciataggine d'uno che ostenta senza imbarazzi sì civettuolo riparo dalla luce. Mancano, però, i tappi auricolari col ponpon...


Bello poter chiudere gli occhi; un lusso concedersi di non vedere. Come se ti raccontassi: sono ancora a letto, oh mondo, dormo ancora, non mi destate. Te lo racconti, te l'imponi, e ci credi. E magari una parte del mondo ci crede con te.


Ecco, io no.

lunedì 2 novembre 2009

pandemia

Sono rimaste indietro due visite oggi, e non avevo capito perché.

Poi il mio collega, nell'uscire dallo studio insieme, dopo le otto di sera, mia ha fatto notare il numero pazzesco di telefonate che abbiamo ricevuto.

Bloccati dal telefono. Fagocitati dal telefono. E tutti vogliono sapere la stessa cosa: il vaccino? la suina?
 
telefonano tutti, non hanno capito che si vaccineranno solo le persone malate, ma malate davvero, diabetici,asmatici in trattamento, malati di tumore, cardiopatici veri,  non i sani; che il vaccino non è disponibile in farmacia; che le dosi arrivate sinora sono per il personale sanitario e gli insegnanti e altre categorie che possono diffondere la malattia; che il vaccino per i pazienti (malati cronici) arriverà a metà novembre, e che comunque per allora un sacco di gente la suina l'avrà già presa e quindi tutti quelli che si sono già ammalati non li vaccineremo più.
 
Intanto rispondendo al telefono per queste cazzate mi sono saltate due domiciliari, che magari saranno anche state inutili, ma due domiciliari erano, di persone che non stanno bene e che mi aspetteranno sino a domattina, e voglio dire, io, sto Topo Gigio della malora non potrebbe dirle lui queste cose invece di blaterare "telefonate al medico di famiglia, telefonategli!"

Come se il medico di famiglia non avesse altro da fare che il centralinista o il telefono suino, come se la gente non si ammalasse anche in questi giorni, non venisse in ambulatorio, non dovesse essere visitata, ricettata, ricoverata, curata..

E alla fine la fiorista, dopo aver preso le sue prescrizioni, mi ha detto: lei è stanca, non l'ho mai vista così stanca, dovrebbe andare a casa e riposare, sa? tutto per delle telefonate e un Topo Gigio idiota.

P.S. poi, lo so da me che per chi mi telefona non sono cazzate, e so anche che chi ha montato sto cancan mediatico andrebbe mandato alla gogna e io gli tirerei le uova marce e i pomodori acerbi, belli duri e ben forte.

ALDA MERINI

Ecco, ho scelto una poesia sua  l'ho postata su FB. quelle cose sciocche che si fanno d'impulso.


 Marìa Carrazoni l'ha letta e l'ha tradotta lì per lì. Non so se sia più bello l'originale o la traduzione.


Se dovessi inventarmi il sogno
del mio amore per te
penserei a un saluto
di baci focosi
alla veduta di un orizzonte spaccato
e a un cane
che si lecca le ferite
sotto il tavolo.
Non vedo niente però
nel nostro amore
che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso


 


si tuviera que inventarme el sueño
de mi amor por ti
pensaría en un saludo
de besos fogosos
en la vista de un horizonte partido
en un perro
que se lame las heridas
debajo de una mesa.
Pero no veo nada
en nuestro amor
que sea el absoluto de un abrazo feliz.


 


P.S. facebook, come altri sn, è una scatola vuota, tutto dipende da cosa ci si mette dentro e da come la si usa. nel mio fb c'è una elevatissima concentrazione di persone favolose. baci. caps.


 

come ci si veste l'un l'altro?

Questa buffa cosa mi chiedevo, e la stessa cosa s'è chiesto l'autore della filastrocca. Ah, e perché, pure. Volevo legarmi al suo centro è bellissimo, secondo me. Con "una veste pesante, ardente d'amore e di fuoco" e di un rosso accecante e intrisa pure di sangue.
Ma non funziona. La veste rossa e calda e pesante e ricca di tutto. Non funziona. Vale più una veste tessuta di preghiere, pensieri, vento, niente.

Tanto il vuoto non è vuoto, e noi siamo una canzone; canzoni cantate insieme, è il massimo dell'ascolto che possiamo trovare, credo. E voci di Sirene.

baci.
Caps.

un piccolo regalo da condividere

questa filastrocca è una specie di regalo.


 a me piace. la condivisione vale come ringraziamento, forse.


DEIANIRA

''Non fate che vesti leggere,
tessute di seta e di fiori.
Tessete le vostre preghiere.
Vestite la luce e i colori.

Io feci una veste pesante,
ardente d'amore e di fuoco.
La feci d'un rosso accecante,
intrisa di sangue, per gioco.

Volevo vestisse il mio amore
con forza, stringendolo dentro.
Volevo afferrare il suo cuore.
Volevo legarmi al suo centro.

Gli feci una veste d'argento
ma un fuoco l'avvolse, e ancor dura.
Vestitevi solo di vento,
Vestitevi senza cintura.

Non fate che vesti leggere,
d'un filo che mai non si sente.
Tessete le vostre preghiere.
Vestite un vestito di niente.''


 

domenica 1 novembre 2009

la domanda: è giusto quel che faccio....

.... è ineludibile, credo, anche se rallenta maledettamente le decisioni.
Infatti sino a che la decisione intuitiva e quella razionale non combaciano non è possibile emettere un giudizio di correttezza e "giustezza" della propria scelta.
Una scelta deve essere giusta "per noi", quindi emotivamente e intuitivamente, irrazionalmente in una parola, e contemporaneamente "per gli altri", cioè logicamente, razionalmente.
In carenza di una delle due condizioni la faccenda tocca. Qui potrei passare a scrivere sette-ottomila battute, annoiando a morte tutti o quasi. Meglio lasciare così e passare il pc al mio figliolo nullafacente. Buona domenica.

(però sono soddisfatta, perché il filo del mio pensiero si intorcinava da un pezzo su questo argomento, senza riuscire a distrarsi, e ora posso metterlo da parte, come Lisbet Salander col teorema di Fermat)

sabato 31 ottobre 2009

ore otto e trenta di sabato 31 ottobre

si va al corso di aggiornamento, olè.
come quasi tutti i sabati da un po' di tempo in qua.
ho voglia di libertà.......

venerdì 30 ottobre 2009

tutti si ha le nostre cicatrici

c'è chi ne fa un dramma, chi attraversa il dramma e sbuca faticosamente dall'altro lato, prendendola in ridere, ma solo di facciata. perché dentro si ride poco.
il mio amico, collega e sostituto in fase di divorzio ed io abbiamo riso molto oggi e parlato molto. ci conosciamo da tanti, davvero tanti anni, e ci stimiamo reciprocamente, e ci fidiamo anche, eppure di alcune cose si riesce a parlare solo "dopo".
lui è nel "dopo", cerca di tirare le somme, e mi sento di dare ragione al prrof sul sadismo di alcune donne, che poi fan le vittime e le professoresse, pure; ma io sono una donna atipica, forse, e strana, e convinta che due torti non facciano una ragione.
ok, questo per fare un brindisi all'amico e collega e sostituto, ad maiora!

il tempo è contato

dovremmo, costantemente, ricordarcelo.
quando rimandiamo incontri gradevoli, quando tiriamo in lungo situazioni senza senso, quando ci rendiamo infelici, quando rifiutiamo a noi stessi le semplice speranza, quando la paura di cambiare ci fa chinare il mento, quando andiamo avanti a testa bassa incontro alla morte scegliendo il raggio meno luminoso, più vicino al suolo, povero di vertigine e d'emozione.
ogni minuto che gettiamo via così è tolto da quel tempo contato.
un abbraccio
Capsicum

giovedì 29 ottobre 2009

ancora un vecchio amico

un grande, vecchio amico ritrovato.
la cosa meravigliosa degli amici veri è la facilità con cui ci si ritrova, la semplicità con cui si riprende l'antica confidenza, la profondità immutata della fiducia reciproca.
sono una persona piuttosto fortunata, da questo punto di vista. Da giovane ero colpita dalla rarità delle persone veramente degne di stima, adesso mi rendo conto che nei decenni non solo ne ho incontrate comunque un numero superiore alle dita delle mie mani, ma incredibilmente conservo la loro amicizia nonostante le distanze, la scarsità dei contatti, la mia colpevole trascuratezza nelle comunicazioni.
fortuna immeritata, per giunta.
bene, me ne rallegro.

sabato 24 ottobre 2009

straziami, ma di baci saziami, anzi no, straziami e basta

Una delle cose che vede il medico, tra le tante schifezze che ogni sorta di paura o di pudore tiene celate dietro le porte chiuse, sono le donne che si lasciano picchiare, maltrattare, umiliare.


Dice ma perché? Perché come i bambini che amano i genitori e quindi trovano per loro ogni giustificazione e si sentono responsabili di ogni possibile cosa, così le donne innamorate trovano ogni possibile giustificazione per l'uomo che le maltratta, e ritengono d'essere in colpa, e persino le ho sentite dire: ha ragione a picchiarmi, lui vuole solo aiutarmi, sono io che sono cattiva.


A volte solo la presenza di un figlio da proteggere apre loro gli occhi, a volte è necessario giungere a maltrattamenti veramente da ricovero per convincerle a sottrarsi al loro aguzzino; a volte ci passano insieme tutta la vita, convinte che si tratti, infine, di una forma d'amore.


Ma la violenza peggiore è quella che non alza le mani, quella che non picchia.


La violenza fisica infine è facile da individuare, isolare, ecco: una sberla, o due, o tante, un calcio, o più d'uno, e i lividi visibili, per giorni o settimane. E infine succede sempre che l'amato bene esageri e che un intervento medico si renda urgente....


Ci sono violenze peggiori. Si può convincere una donna che è brutta, che è stronza, che non vale nulla, che da sola non ce la può fare, che i suoi figli non l'amano, che la sua famiglia d'origine la odia, che il mondo sarebbe migliore senza di lei, che farebbe buona cosa levandosi di mezzo. Si può ottenere pure che lo faccia, di levarsi di mezzo.


Basta volerlo, basta crederci, basta odiare abbastanza, disprezzare abbastanza. Le donne sono generose, credono al giudizio del loro uomo e vi si affidano fino all'autodistruzione.


Ora non vi azzardate a dirmi che non è vero e che esagero, o vi presento una bella, elegante, raffinata donna, molto più giovane di me, che mi ha raccontato la sua storia, simile purtroppo a molte altre storie che ho già visto, già sentito. Glielo raccontate a lei che esagera, ok?


Ma la cosa peggiore, che mi ha ferito più a fondo, è staata la connivenza, non trovo altro termine, di una psichiatra che faceva ai due una "terapia di coppia" nella quale spingeva la donna a sopportare, perchè col suo amore e la sua dedizione poteva "farlo guarire", dice, persino la volta che riuscì a fuggire dopo un pestaggio vero e proprio la incitò a tornare a casa, e lei lo fece, e si prese la seconda puntata delle botte.


Una psichiatra. Avrei voluto sprofondare.


 

giovedì 22 ottobre 2009

casa

torno in questa che dovrebbe essere la mia casa virtuale e non la sento più così mia. non una casa, ma una specie di vetrina; non un luogo dove accolgo persone, ma dove mi mostro. Ecco, mi prende un grande disagio, tale da costringermi a riflettere.
in questi sei anni ho portato il mio mondo qui dentro. Storie di persone, storie di un luogo fisico ben definito, storie di un lavoro difficile e usurante. Storie di tanta gente e, incidentalmente, anche mie. Ma non è mai stata, credo una vetrina per raccontare solo me. Ho sempre sperato che fosse una specie di dono che arrivava attraverso me, come se io fossi una piccola porta attraverso cui potesse fluire una parte della mia realtà sino ad altri, anche molto lontani. Credevo che questo fosse il vero significato di una "traccia" lasciata sul web.
oggi mi sento a disagio, perché temo di aver prevaricato questo spazio saturandolo delle mie emozioni e della mia personale vita, ma non come dono, piuttosto come esibizione.
Non smettiamo mai di modellare noi stessi ed il nostro comportamento. Se siete stati urtati in qualche modo da questa mia virata narcisista vi prego di scusarmi.
da domani cercherò di meditare meglio sui miei post.
forse, da bravo medico, ho nuovamente bisogno d'aiuto.
sono piuttosto malinconica, i compiti mi distruggono. ma più di tutto sono le gimcane tra le scappatoie di mio figlio che mi estenuano e mi fanno venire da piangere. mi dico che evidentemente a lui sono i compiti che fanno venire le lacrime. uffa. uffa. uffa. uffa. uffa. uffa. uffa. uffa.


vorrei essere altrove. vorrei andare a trovare marìa.

cervicobrachialgia destra

tiro fuori il mio termocuscinetto....

mercoledì 21 ottobre 2009

vecchie abitudini, consolazioni consolidate

Uno non dovrebbe perdere alcune vecchie abitudini, tanto difficili da conquistare e tanto facili da smarrire. La solitudine in primis


Mia madre, quando era esasperata dai suoi quattro figli, dal marito, dai quarantadue (eh, esatto, proprio quarantadue) scolaretti che conduceva dalla prima alla quinta, a capo e si ricomincia, dalla "femina de agiudu", dalla "zaracca", e da altra varia popolazione umana a lei confluente, invocava la massima dell'eremita "Ah, beata solitudo, sola beatitudo!".


Che poi San Bernardo non era propriamente un eremita. Lui ci provava, ma lo tiravano in ballo per tutto, lo facevano girare e organizzare e lavorare, e ci credo che poi aspirava alla sua cella, alla sua meditazione, al suo studio. Ho letto da qualche parte che avrebbe negato il valore della ragione e persino dell'uomo, una specie di nichilista ante litteram, nichilista estatico.


Povero Bernardo, che cercava forse semplicemente di spiegare come si pratichi la meditazione, come si raggiunga l'esperienza di unità. Ma già, allora la via occidentale alla meditazione era impastoiata dal cattolicesimo, dal potere temporale, dal denaro. Peccato. (Tra parentesi, mia madre praticava una forma antiquata e semplice di meditazione. Antiquata ho detto, ma antica sarebbe forse più appropriato)


Bene, la solitudine, quindi. Non è certo una condizione facile e ci si giunge spesso perché costretti, senza conoscere la propria fortuna.


 La solitudine è un'abitudine preziosa, ma difficile da conservare. Le sirene meravigliose del contatto umano ce ne distolgono, attirandoci con l'euforia dei sensi, l'ubriachezza esaltante dell'innamoramento, l'allegria dell'amicizia, l'ambivalente, sia pacata che tormentosa, felicità della maternità.


Ma la solitudine si riaffaccia con le sue lusinghe nei momenti difficili, quando la mente vuole raccogliersi, dipanare il filo dei pensieri, contemplare le proprie ragioni e il proprio niente.


Solitudine: la più bella è quella condivisa. Quando si è talmente uniti da poter essere da soli in due.

lunedì 19 ottobre 2009

pragmatismo

Parlavo oggi con una cara amica e le dicevo del dualismo tra passionalità e pragmatismo. Perchè l'una parrebbe escludere l'altro, il calore e la freddezza, l'ardore e la razionalità; eppure non è così, per quanto mi riguarda.


E aggiungerei per mia fortuna. Non credo nelle decisioni prese sull'onda dell'impulso, sull'abbrivio dell'emozione, nella luce dell'entusiasmo o nell'oscurità della delusione. La mia mamma era solita armarsi di una matita ( con accessorio da cancellazione, ovvero gomma) e di un taccuino, ogni mattina accanto al caffè, per fare la lista della spesa, quella delle cose da fare, quella dei buoni motivi per prendere una decisione e di quelli altrettanto buoni per non prenderla. Poi posava la matita e beveva il caffè, e se la decisione era difficile aggiungeva: andiamo a fare i letti (dare la polvere, raccogliere i panni stesi, a seconda) e preghiamo Sant'Elena, patrona delle cose perse e ritrovate, che ci faccia trovare la soluzione.


Suggeriva inoltre il classico metodo del contare fino a dieci prima di dare una risposta; le sue erano sempre educatissime, ma all'occorrenza terribilmente taglienti. Ed infine mi informava, o mi rammentava, di quando in quando di avermi mesa al mondo con la lingua giusto nel mezzo della chiostra dei denti per semplificarmi l'azione di morderla quando stessi per pronunciare frasi non meditate.


Notate bene: non era richiesto che le frasi, le risposte, i giudizi fossero gentili, benevoli o acquiescenti, ma solo che fossero meditati. Potete, secondo mia madre, mandare qualcuno a cuocere nel più fondo girone infernale o augurargli la lapidazione, ma soavemente e rigorosamente a non più di dodici gradi centigradi: temperatura da cantina.


Sarà perché sono nipote di un vignaiolo, sarà per devozione materna, ma sono abitudini che non ho dismesso.


la cosa assurda è che ne vado fiera.

Apnea

Sull'onda di uno stato di benessere fisico e di grazia, nuoto in apnea in questi giorni, settimane, forse mesi. Ho preso un lungo fiato e volo in apnea, pinnata, fonda, velocissima, e solleverò il capo verso la superficie solo quando sarò pronta per prendere fiato. Poi con un colpo di reni terminerò la vasca a dorso.

E rifletterò, riguardando verso l'alto, verso l'aria, il mondo.

Ma mi sento un gran fiato, potrei forse finire la vasca così. A occhi ben aperti per vedere la T scura sul fondo, per non finire in velocità con la testa contro il bordo, per non farmi male.

Non capita spesso di godervi una volata simile, esaltante, emozionante, e terrò il fiato più che potrò, per risalire quasi dolorosamente verso l'alto. L'aria mi aspetterà, paziente.
Col nuovo respiro rifletterò, mediterò, farò. Ma ora nuoto.

domenica 18 ottobre 2009

cosa mi metto?

Vestirsi al mattino è una dichiarazione d'intenti. Un messaggio al mondo.
Stamattina, dopo mesi, per la prima volta mi sono vestita da, non so come dire, da donna invisibile. Nel senso che si vedeva che non me ne fregava niente d'essere guardata. Non da un uomo in ogni caso. Mascolina in modo femminile. Me ne sono accorta quando sono rientrata, guardandomi nello specchio dell'ingresso. Ma uscirò a cena fra poco, e mi cambio, perbacco.
Oggi avevo bisogno di passare inosservata, di nascondermi un poco, e infatti sono rimasta in casa, a parlare coi miei figli, a mangiare con loro, e poi a leggere, a riassettare, ad ascoltare musica.
Domenica tranquilla in maglia e jeans e giacca di camoscio.
Ho lasciato tutto in sospeso. Il lavoro arretrato, intendo. Non è bello, lo so, però tanto rilassante.
Domani rimetterò i tacchi.

sabato 17 ottobre 2009

pianoforte

ecco, io lo amo questo strumento. ne amo il suono, anche se mi rendo conto dei limiti che ha e delle sue peculiarità e anche se apprezzo gli archi e i fiati, in grado di tenere e modulare il suono senza interruzioni; tuttavia le due anime del pianoforte, che possono diventare quattro, volendo, mi affascinano e mi intrigano, mi stuzzicano e mi impegnano nel seguire i due torrenti di note che si legano, sovrappongono, incrociano.

mercoledì 14 ottobre 2009

evviva!....

... posseggo finalmente la dock station per l'ipod. direi che per essere un bagaglino tanto piccolo si sente benissimo.
ed INOLTRE ho il primo libro, appena uscito in due CD, del clavicembalo ben temperato inciso da maurizio pollini per deutsche grammophon e lo sto ascoltando proprio ora.
penso che lo meterò sull'ipod e me lo proterò dietro domani...wow

.... pensate a quanto hanno fatto per rendere tollerabili le nostre vite questi uomini ....

lunedì 12 ottobre 2009

madre pessima e distratta

il piccolo m'ha portato a casa due note, che avrebbero potuto essere evitate se avessi controllato io la sua borsa, ogni sera, cosa che non ho fatto. E se l'avessi interrogato prima di mandarlo a scuola su quel che aveva studiato, altra cosa che non ho fatto. E che vado a fare immediatamente. Al passato non c'è rimedio, però...
leggetevi un libro.

LETTURE NOTTURNE

 L'amico mio Max vuol essere edotto sui titoli dei libri che giacciono accanto al mio cuscino in attesa di avere la mia piena attenzione. E' una buona occasione per darci una riordinata, visto che stanno per superare la capacità di carico del tavolinetto di vetro che uso come comodino.
cominciamo dalla cima della pila:
Piero Buscaroli - Bach - Oscar saggi Mondadori  Interessante, ma richiederà del tempo: pagine 1122, escluse le due introduzioni, la genealogia, il catalogo delle opere e la bibliografia. Lettura in corso.
Brian Greene - L'Universo elegante - Einaudi.  Mi attira molto, ma non l'ho cominciato. E' in pole position.

Tre libri di poesie, già letti, sono lì come dire, per consultazione.
Antonio Machado, una piccolissima raccolta, ripescata non so più dove. Vale la pena di una citazione:


sobre la tierra amarga


caminos tiene el sueno


laberinticos, sendas tortuosas,


parques en flor y en sombre y en silencio


criptas hondas, scalas sobre estrellas;


retablos de esperanzas y recuerdos.


Poi Le Poesie di Cesare Pavese, edito da Einaudi e un doppione, dello stesso autore Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, contenuto nel volume precedente. Max potresti chiedermi perchè tengo un doppione, in sostanza, e ti risponderei che non lo so. Sono legata a quel volumetto sottile e mi sembrerebbe di tradirlo se ne leggessi i contenuti nella più corposa raccolta.


Malvio De' Cupin, Fraseologia Kalaritana. Sottotitolo: Mì alle volte a Massimiliano toccandone l'ape di babbo. Edizioni Universitarie della Sardegna. Interessante la biografia dell'autore, uno e trino, nato a Cagliari tra il giugno 62 e il novembre 63, ha conseguito tre lauree in giurisprudenza presso il locale Ateneo, dotato di tre cervelli e sei mani ed, ovviamente, poligamo. Letto, da rileggere quando mi sento giù di morale, una specie di funzione assicurativa.


David Brin - Kiln people  Altro libro in funzione assicurativa. finché sta lì garantisce qualcosa, non si sa bene cosa, e tuttavia...


D. Hofstadter Godel, Escher, Bach: un'Eterna Ghirlanda Brillante. Letto, bellissimo, in attesa di rilettura.


Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege: raccomandato vivamente  e prestato dalla zia, in lettura, sospesa al momento a pagina 148. Lettura leggera, da riservare a quando non hai voglia di pensare. In altre parole si può leggere a cervello spento. Come molta della produzione dell'autrice. Carino.


Cornelia Funke Cuore d'Inchiostro Bel libro per ragazzi, come tutti i bei libri per ragazzi è molto adatto agli adulti intelligenti. Letto, piaciuto assai, ci sono delle parti che vorrei rileggere, ma forse attenderà invano, visto l'affollamento.


Gustavo Zagrebelsky - Contro l'etica della verità - Laterza. Letto, raccomando a tutti di seguire il  mio esempio. Forse si capirebbe che tipo di persona viene nominata come membro, e Presidente nella fattispecie, della Corte costituzionale, e forse certe affermazioni di un Primo Ministro, totalmente felicemente e inconsapevolmente  privo di senso morale, sarebbero valutate per quel che sono. Che poi io sono profondamente innamorata di Zagrebelsky,  pur non sapendo neppure che faccia abbia, ma la struttura del suo pensiero è irresistibile.


Piergiorgio Odifreddi - La Repubblica dei numeri: questo è un prestito divertente. Lo zio, marito della zia di cui sopra, ha tentato di appiopparmelo in sostituzione del successivo, e la nipote ha elegantemente preso entrambi. Lui c'è rimasto molto male, temeva di perdere per sempre il volume appresso citato. Si fida di me, ma in fatto di libri... non si può mai sapere...


Marcus du Sautoy - Il mistero dei numeri primi. Letto quasi completamente, mancano una ventina di pagine; bello, affascinante, emozionante. (c'è pure un capitolo sul 42). Da restituire, ohimè.


Germana Schiassi Le variazioni Golberg  In attesa di lettura. Volumetto sottile, argomento per me interessante, ma Buscaroli ha la precedenza.


R. Heinlein Lazarus Long, l'immortale  . Traduzione italiana di  time enough for love, letto e riletto e riletto e riletto... sta lì perché me lo ricordai mesi fa, mentre scrivevo una lettera che si rivelò poi importante, e così lo ripresi in mano. Bel libro.


Fabrizio De Andrè Il canzoniere a cura di Claudia Gatti. Uno potrebbe chiedersi che ci faccia con un libro di canzoni. (comunque non sono solo canzoni, non secondo me). Sta lì perché mi piace aprirlo e leggere e canticchiare, così, che sia "Non ha più la faccia del suo primo hashish, è il mio ultimo figlio, il meno voluto" oppure "Umbre de muri, muri de mainè, dunde ne vegnì, duve l'è ch'anè".  O "Che bell'inganno  sei, anima mia, e che bello il mio tempo, che bella compagnia": questa te lo dico da dove viene: Anime salve, ovvero anime solitarie, come me, come noi....


Paolo Pillonca Il silenzio e la parola, sentieri dell'anima sarda. Non so come sia, aspetta di essere letto, francamente è un po' in coda.


Allen Carr  E' facile controllare il peso se sai come farlo. Letto a metà. Interessante, ma menzognero. Io so come farlo, ma non lo controllo lo stesso, mannaggia!





domenica 11 ottobre 2009

la campagna riprendiamoci i libri continua

Anche stasera evito la trappola della rete e, dopo un breve giro di saluti e convenevoli, mi rifugio nel mio comodo letto con un libro. Più di un libro, per la verità.
Il mio comodino ospita una vera montagna di libri, alcuni da leggere, altri in lettura, altri da rileggere prima o poi. Mi infilo tra le coperte e ne scelgo uno.
Buonanotte blog, buonanotte e buona lettura a tutti.

venerdì 9 ottobre 2009

Ieri mi sono detta: ...

.... mattina libera, che bello, faccio questo, faccio quello. Poi ho buttato l'occhio su un certo ripiano di un certo scaffale, ho sospirato e adesso sono qui che lavoro. Ne avrei per tre giorni.... Il fine settimana è andato. Ma almeno quel tale ripiano di quel tale scaffale sarà sgombro, per un po'.

mercoledì 7 ottobre 2009

donne amareggiate

Ok, stasera una signora mia coetanea mi raccontava quanto le aveva comunicato il marito, anni 57, amoreggiante con collega ventitreenne: "ah, sì, tu sei ancora una bella donna, ti vesti bene, sei piacente, ma io ho bisogno di una ragazza giovane, perché con te mi sento vecchio. Però ti voglio bene".


Si apre la porta, si chiude la porta, altra signora, stesso decennio d'età: "ah, dottoressa, sa come sono i mariti, io non voglio sapere, meglio non farci caso, meglio chiudere gli occhi, perché ci sono i figli, non li dobbiamo deludere, e poi ci ritroviamo da sole e non è bello stare da sole."


Si apre la porta, si chiude la porta, ecco la figlia della Bella Signora Indomita, dieci ani di meno, un pochino più morbida: "gli uomini, dottoressa, sono meravigliosi dalla sera alla mattina, ma dalla mattina alla sera preferisco stare da per me; eh sì che voglio essere innamorata, ci tengo, però..."


Si apre la porta, si chiude la porta, questa signora ha qualche anno di più, poco oltre i sessanta, e sa di essere molto malata: "non è il caso di farsi illusioni, dottoressa, appena non ci sarò più si troverà una slava, e la tratterà molto meglio di quanto ha fatto con me, e le darà tutto quello che ho messo da parte col mio sudore in questi quarant'anni. Che vuole? gli uomini questo sono, deboli e pronti a dimenticare, ma non importa, io non sarò lì a guardare"


Si apre la porta, si chiude la porta, questa ha pochi anni più di me, ha perso la testa per un elegante signore vedovo al punto da lasciare il marito per il rimorso d'essere follemente innamorata d'un altro, e il maturo amante l'ha immediatamente abbandonata: "questo, dottoressa, io non l'avevo capito, voleva farsi una scopata tranquilla e gli andavo bene solo da sposata, ed io che gli scrivevo delle lettere da Liala, ed io che lo credevo tanto superiore, ed ora la cosa che mi ferisce è d'essermi tanto sbagliata".


Ecco, io, Capsicum,  sono una persona fortunata, sono circondata da gente che mi ama e forse per questo mi scopro francamente incredula e interdetta nel contemplare questo triste spettacolo della varia umanità: ma la mezza età è davvero quella delle debolezze, della paura di invecchiare e di morire, del terrore della solitudine, o è solo un'infilata di coincidenze sfortunate in un pomeriggio d'ambulatorio affollato?


 

martedì 6 ottobre 2009

ah, l'anonimato!

Il bellissimo, meraviglioso, il top del blog è l'anonimato.


Quando ero non giovane, ma piccola, tenevo un diario. Avevo credo l'età del mio piccolo, forse meno. Mia madre andava a leggerlo di nascosto.


Lo bruciai. Platealmente, in giardino, dentro una bagnarola di alluminio, un foglio alla volta. Insieme al diario finirono i miei racconti: la partita a scacchi, la storia del mio gatto, alcune poesie sui suoni di giorno e quelli di notte, persino una canzoncina su una poesiola di Kipling. E i disegni. Tutto. NON MI AVRETE SENZA IL MIO PERMESSO. NON MI AVRETE PER FORZA.


Non ho più scritto nulla per una decina d'anni. E il vizio di bruciare quel che scrivevo m'è rimasto. Non scrivere quel che non vuoi sia letto, è da allora sempre il mio motto quando prendo una penna o affronto una tastiera.


Una che, come me, scrive un blog che non è propriamente anonimo, deve per forza mantener fede al quel motto. Che fare allora delle zone in ombra? A volte lievitano come una brioche, come un babà, come la pasta madre pronta per il panettone, e strappano l'involucro, indecenti.


Emma Viti, pittrice e grande esempio di arte terapia, si innamorò del mio lievito madre. Lasciamolo straripare.


Ma straripando invade spazi altrui, deborda, forza, sospinge. Ecco, è un limite, questo, che sto sempre attenta a non superare. Dolorosamente, a volte. Non occupo gli spazi che non mi vengano esplicitamente offerti, ma non senza soffrire.


P.S. dodici anni, ed ero Capsicum allora come ora.

lunedì 5 ottobre 2009

Raccontare

Questo si fa nel mio blog, raccontare.


Quel che si faceva mentre si cuciva o si ricamava, mentre si sbucciavano i piselli o le fave, mente si smallavano le mandorle o mentre si faceva fregula. dalle mie parti sapersi raccontare a tutti era una dote apprezzata, si diceva di una che era in grado di "fare fregula con tutti", ovvero di godere dell'altrui compagnia.


Raccontare, ma cosa? Tendenzialmente sono una persona senza segreti, ecco perché m'è facile parlare e stare insieme alla gente. Tendenzialmente. Ma vorrei avere qualcosa da raccontare, oggi, in fondo ad una giornata lunga e faticosa, dopo una notte insonne e prima di una mattina che potrebbe essere ancora più faticosa.


Ebbene, domani vado a proporre ai miei ragazzi un lavoro tendenzialmente nuovo, ne ho trovati una quindicina di lavori simili in pub med, ma nessuno nell'ambito della formazione, il che non significa che non sia stato fatto, ma solo che non è stato pubblicato. Eppure non si tratta di nulla di difficile, di nulla di strano, lo faranno molto bene e si divertiranno, soprattutto. La gente sottovaluta questa cosa del divertirsi.


Anche persone splendide, che hanno ben presente il concetto, si divertono solo a patto di vincere la gara. Ecco, io la capisco questa cosa di vincere la gara, mi fa pure tenerezza, ma mi pare anche esagerata se estesa ovunque. Amo giocare, e mi piace vincere, anche. Sono entusiasta se posso vincere, ma se perdo mi diverto pure. E perdo, perché coi giochi facili non mi diverto.


Li voglio difficili, voglio che esista concreta la possibilità di perdere, altrimenti non è un gioco, è un compitino. E' contabilità di routine. No, voglio indovinelli difficili, giochi complessi, voglio sentirmi speciale se vinco, e quando vinco, e voglio che perdere sia comunque onorevole, perché se un gioco è complesso, perdere è una cosa che non comporta certo disonore. giochi.


Stasera ho prenotato un lungo fine settimana durante il quale probabilmente giocherò. oh, non giochi d'azzardo: enigmistica, giochi di ruolo, strani giochi legati alle parole, alle figure, alla logica, tutte cose in cui io sono solo una praticona, dilettante entusiasta. Spero tanto in un fine settimana molto sereno, fra sei settimane. E che domani ogni cosa vada bene. Perché qualcosa di difficile da fare c'è.

sabato 3 ottobre 2009

Orazione funebre

Oggi ero al funerale dello zio.


Ok, io sono strana.


E i miei cugini, l'ho detto altre volte, sono strani. Un giorno qualcuno scoprirà la genetica delle stranezze, ma intanto vi racconto dello zio e del suo funerale strano.


Ecco, se voi foste stati lì vi sarebbe sembrato un funerale molto normale d'un vecchio signore, con un paio di vecchi ed un folto gruppo di nipoti più o meno posizionati attorno alla quarantina (che poi siamo tutti un bel poco più anziani, ma di stoffa buona). Giunti all'orazione, il simpatico frate comincia a raccontare la vita del Bepin, e di come si inventò la famosa attrezzatura per disegnare i modelli, e delle scuole di taglia e cuci che faceva con le suore missionarie, e dell'agenzia di posta che poi aveva venduto, e della caccia e dei gatti randagi. Tutto vero, un lavoratore, un uomo serio, ed io mi chino verso mia cugina e sussurro: ma delle cose birichine al frate non gliene ha parlato nessuno, vero? e lei comincia a ridacchiare  e un paio di nipoti si voltano e ridacchiano e mia cugina dice: è perché era tanto bello, e un'altra dice no, è perché era tanto alto, e la prima cugina: era un metro e novanta? e l'altra: oh, poco più o poco meno, e io rincaro: ma era per via ch'era così elegante e profumato, e un cugino borbotta: e ci sapeva fare. Sì, dice la prima; aveva dei bei modi, sempre così generosi e gentili, e qualche nipote maschio ridacchia anche lui sulla parola "gentili": oh, sì, molto gentili!


 E poi, mentre la salma se ne andava a Mantova per essere cremata, noi siamo andati a brindare allo zio e a mangiare biscottini, e a fare chiacchiere, e ricordare le notti d'inverno a Lerino, senza riscaldamento e con il solo camino, e la polenta con lo scopetton, e la zia che disquisiva sulla differenza tra l'aringa femmina e lo scopetton, e il cugino che invitava a prendere esempio dal suo babbo, che s'era sempre divertito e cosa vuoi di più? vivere a lungo? pure a lungo è vissuto!


Quando siamo uscite io e la cugina più piccola, parlavamo ancora di come gli altri zii lo prendessero sempre in giro, e lui tranquillo li lasciava dire, un signore, dice lei, tra le iene. Poi la cugina parte con la cinquecento celestina ed io rimango a pensare e mi ricordo.


Ogni domenica andavamo a casa sua, io e la nonna, per fare da sparring partners alla zia e alle sue due amiche in interminabili partite a scala quaranta. Si giocava a soldi, cinquanta lire ogni carta. La nonna aveva cura di perdere ogni volta non meno di cento e non più di trecento lire; mi istruiva perché non vincessi MAI più di duecento lire. "se vinciamo noi, mi spiegava, non ci chiamano più e a me non va di passre le domeniche da sola". Così verso metà del pomeriggio faceva un rapido calcolo e cominciava a perdere; poi calcolava le mie vincite e corrugava la fronte. E dovevo perdere, o costringevo lei a perdere anche le vincite mie.  Uh, come mi costava lasciare le monetine guadagnate!


Una domenica arriviamo e troviamo la zia chiusa in camera. La nonna insiste per entrare e lei comincia a parlare, sempre più concitata e poi sfuria proprio. Quel disgraziato, quel fedifrago, quel ridicolo pagliaccio! S'è tinto i peli del petto! E non solo del petto!


Oh, credo che fosse vicino ai sessanta allora, bello e alto e prestante e coi capelli tutti neri, solo qualche filo di grigio alle tempie, ma s'era imbiancato dal collo in giù. E la sera prima era rientrato ritinto.


Niente scala quaranta quella domenica, solo irosi rimbrotti, discussioni, tante sigarette e tanto caffè. Alla sera l'altro zio ci accompagnava a casa in macchina, la nonna seduta davanti ed io sul sedile dietro. "Credo, disse la nonna, che oggi tua sorella abbia fatto una vera scena isterica immotivata."


"Ah,no, dice lo zio ridendo, il motivo c'è e lei lo immagina, anche se non lo sa". e sempre ridendo passa a spiegare.


Il Bepi aveva, la settimana prima, intortato una giovane donnetta dichiarandosi un maturo quarantenne (siii, meno venti, e che sarà?); ma, giunti alla stretta finale, la fanciulla, non essendo sufficentemente oscura la location, aveva constatato il biancore del pelo e l'aveva respinto e deriso, dandogli del vecio.


Rientrato in sede aveva rimuginato. E rimuginato. Poi, deciso, s'era rivolto ad una vecchia amica, ex tenera amica, pare, di professione parrucchiera. Costei, con l'aiuto d'una valida assistente, l'aveva accuratamente e ubiquitariamente colorato. Ma, aveva confessato imbarazzato al cognato, aveva preteso d'essere pagata, anzi AVEVANO ENTRAMBE  preteso d'essere pagate. Razza di pirla, chiede il cognato, e quanto ci hai dato? Ah, magari, risponde lui, in natura han voluto essere pagate.... e lì per lì! Una faticata.....


Un'altra volta s'era innamorato. Innamorato proprio, disperato, al punto che mio cugino, disse la nonna, impietosito, era giunto ad intercedere con la di lui lei dopo una rottura per una litigata e stabilito in un orologino d'oro il prezzo della riconciliazione, entusiasticamente pagato.


La zia discuteva a lungo con la nonna la questione: cos'ha costei, cos'offre ch'io non possa dare?


Ah, dice la nonna, mia cara! Fa la cassiera in un cinema coi film vietati! E certo li guarda, e sai, guardando s'impara...


Così dopo altre discussioni, le pragmatiche signore decidono una serie di spedizioni. Infrasettimanali, per evitare "la folla", e mia nonna, in quanto anziana signora, farà da scorta. Ma sorge un problema: la nipotina in vacanza estiva dalla nonna, che se ne fa? diciotto non li ha ancora, e neppure sedici per la verità, però è alta e prosperosa. Ah, decidono le suffragette, la vestiamo con un vestito da adulta, la pettiniamo un po', e poi, aggiunge la nonna, così impara anche lei, che per tenersi un uomo al giorno d'oggi, saper qualcosa in più male non fa.


Così quell'estate, in cinema semivuoti, mi sono vista una serie di film non soltanto vietati, ma porno proprio, di quel porno anni settanta che oggi fa sorridere, è vero, ma sufficiente a darmi una solida base teorica per quando, anni dopo, avrei praticato il nobile sport che non è il pugilato.


Debbo dire che neppure una volta in quei cinema vietati ai diciotto mi chiesero la carta d'identità ...

martedì 29 settembre 2009

c'è sempre da fare ....

... sempre: c'è sempre chi resta e sta male, soffre, e non si dà pace, c'è chi chiede aiuto e chi non riesce a farlo; c'è chi muore e chi resta.


Sapete che per cremare una salma a Bologna bisogna che il defunto fosse iscritto, da vivo, alla So.Crem? Chi non lo era andrà cremato a Ferrara o a Mantova, nel primo crematorio disponibile. Poi, un funerale costa quasi quanto un matrimonio, allora magari uno decide di disperdere le ceneri.


Per disperderle nell'apposito campo della Certosa di Bologna ci vogliono duecento euro; invece ve le potete portare a casa gratis, ma dovete dichiarare dove le disperderete. Però, se avete già un morto in una tomba, potete mettergli le ceneri vicino.


La signora straordinaria del post precedente sarà tumulata domani insieme alla madre quasi centenaria che ha accudito fino a un anno o due prima di morire lei stessa. Ah, e sua sorella stamattina ha rifatto i conti con me, e gli anni erano dodici e mezzo, e l'oncologo, il SUO oncologo, avvisato della morte, ha commentato: mia cara signora, il miracolo è finito; ma dovrebbe consolarvi il fatto che le abbiamo donato almeno cinque anni.


Cinque anni, aggiungo, bene spesi, con altruismo, con abnegazione, cinque anni in cui lei, gravemente malata ma indomita, ha assistito in casa la vecchissima mamma con l'Alzheimer, ha aiutato la figlia a crescere il nipotino. Cinque anni in cui è stata il pilastro della sua famiglia, come per tutta l'intera sua vita.


E ora, dove lei era c'è la sua assenza, pesante, che grava sulle anime di chi l'amava, il dolore travolgente per cui ho solo delle parole e un po' di serotoninergico e qualche goccia di tranquillante. Poco più di niente, in confronto con l'enormità del dolore, con l'inesorabilità della fine.


P.S.: Ottonieri, hai ragione, come al solito: poco più di niente è meglio di niente. Forse persino molto meglio di niente. Ma se cominciassi a misurare le cose che faccio invece che quelle che non faccio, guarderei indietro e non avanti, sarei ferma e non percorrerei più la strada su cui invece voglio camminare. La strada che è la meta.

domenica 27 settembre 2009

mi è arrivato un sms ...

... dice: dottoressa mi dispiace doverle dire che la mamma è deceduta domenica. 




A voi non dice mica nulla questo sms, per me sono dieci anni di lavoro e di lotta e anche di coraggio e dignità e non arrendersi mai.
Perchè dieci anni fa , anzi undici anni fa c'è stato un cancro al colon, operato con successo e allora, come chi ha avuto direttamente o indirettamente quest' esperienza sa, sono cominciati i controlli. Tac addome, tac torace, esami del sangue, visita, a capo, tre mesi dopo tac addome tac torace esami del sangue, visita,a capo, altri sei mesi tac torace eccetera eccetera...



alla fine dei tre anni, quando in genere ci si sente un pochino meno insicuri, ecco che troviamo un nodino al polmone. cinque millimetri. oh, cinque millimetri, chiaro?
ah, dice il radiologo, ripetizione! ripetizione vorrebbe significare metastasi, non sanno più cosa inventarsi per non far capire troppo in fretta al malcapitato cosa gli succede. Ma per essere sicuri, troviamo unchirurgo toracico che va a biopsiare, e non è una ripetizione: è un cancro nuovo, polmonare stavolta. Così si opera e lo leviamo.


Bene, direte voi, bella fortuna; eh, una fortuna, forse, e per altri cinque anni andiamo avanti con tac, tac, tac, pet, pet, pet, e pare una canzoncina da bambini, al penultimo controllo, cinque anni meno qualche mese, le tac non sono più negative. Si riopera. Si fa la chemioterapia. Per un po' funziona, poi riparte: e vai con la seconda linea di chemioterapia. e lui riparte. A questo punto gli oncologi del centro a cui afferiva la scaricano.


Ma il SUO oncologo (sapete, esistono personaggi così, oncologi che ci fanno carico del paziente e lo curano come se fosse la sua mamma, il suo babbo, un vecchio amico, senza mollare mai, in una specie di guerra personale) trova una terapia con un anticorpo monoclonale che funziona, ferma le metastasi ossee, ma la mutua non glielo vuole passare, così lo comprano in Svizzera: tremilacinquecento euro al mese di solo farmaco; pagano i farmaci per tre mesi, poi l'oncologo trova il modo di convincere la casa farmaceutica a fornirlo gratis.


Si va avanti così per due anni, poi anche questa terapia fallisce; ne esiste una nuova, ma non in Italia. Bisogna andare negli USA. Ci va. Le fanno spendere mille e cinquecento euro per visitarla, poi le dicono che la terapia costa cinquantamila euro anticipati, la signora ci pensa, le avevano detto che sarebbe potuta entrare in uno studio sperimentale con al terapia gratuita e doveva sostenere solo i costi dei viaggi e del soggiorno, a questo punto telefona al SUO oncologo che ha contattato mezzo mondo e le dice di tornare, c'è una seconda possibilità.


La possibilità è a Bruxelles,e con una documentazione appropriata la sanità pubblica dovrebbe pagare le terapie. Ma il centro oncologico, quello che l'ha scaricata, non fa la relazione; allora la signora va a parlare con il primario, con una testimone al seguito, e non vi racconto tutto, insomma ci si riesce, la Regione le passa le terapie, la signora va avanti un altro anno, più o meno.


Fatemi fare il conto: tre anni di controlli dopo il cancro al colon, poi quattro e mezzo dopo quello al polmone e fanno sette e mezzo, poi due anni di chemioterapie convenzionali e un anno di terapie sperimentali. Fanno quanto? dieci anni e mezzo?



L'ultima volta che l'ho vista mi ha detto, no, non l'ultima volta, quella volta lì parlava a fatica, l'ultima in cui stava ancora benino, mi ha detto sì, dottoressa, ma sono tanto stanca, sono così stanca che non so nemmeno se ne vale la pena.



E io rimango con la sensazione di non aver fatto abbastanza, e non ho il coraggio di chiamare la figlia.
Questa è una delle mie pecche peggiori: non riesco a parlare quando provo una forte emozione. Ammutolisco. E' una delle cose che sto imparando, che DEVO imparare a fare. Così lunedì telefonerò; e mi piglio l'impegno di riferire.




venerdì 25 settembre 2009

mio marito ha letto ....

... il racconto con cui ho tormentato un sacco di gente negli scorsi mesi. L'ha fatto quando non era più rilevante che lo facesse, visto che l'avevo già spedito, e meravigliandomi non poco, dato che è la prima volta che legge qualcosa scritto da me.
E ha detto: sai, cosa debbo dirti, è piuttosto insulso, senza capo né coda, insomma, complimenti per la fantasia, davvero, ma proprio una roba priva di senso, sai.

ok, così imparo. che comunque se l'ha letto è solo perché di questi tempi si sente insicuro e mi vorrebbe compiacere. vi chiederete come sia quando non cerca di compiacermi.....

giovedì 24 settembre 2009

capsicum ha realizzato....

...improvvisamente che a meno di una sgobbata furiosa non riuscirà a mantenere i suoi impegni. Adieu, signori, statemi bene.

martedì 22 settembre 2009

lunghe giornate

ci sono giornate che sembra non finiscano mai, in cui vorremmo essere altrove, a fare altre cose, e ogni minuto di lavoro, ogni incombenza sembra aggiungersi all'altra in un elenco infinito, tanto che vorresti avere un posto e una scusa per filartela; s'è capito che oggi è uno di quei giorni lì, vero? E lo sarà fino a stasera. Ok, vado avanti, una cosa per volta.

un dolcino per un bimbo

L'Artusi ha una ricetta che si chiama "Un uovo per un bambino". Trattasi semplicemente di uovo sbattuto con lo zucchero, e sin da piccola ho pensato che si trattasse dell'unico modo possibile per sbattere un uovo con lo zucchero. Naturalmente mi sbagliavo.


La prima volta che lo preparai a mio marito, egli inorridì e rifiutò d'alimentarsene. Seppi, più avanti, che nella sua concezione di vita un uovo sbattuto con lo zucchero era un uovo intero, scocciato in un bicchiere, e rimescolato brevemente con un mezzo cucchiaio di zucchero, fino ad ottenerne un liquidino giallognolo, dolciastro e brodoso. Che pare nella sua famiglia piaccia. Boh...


Per noialtri, sardi ma artusiani nell'animo, il tuorlo va separato dall'albume, messo in una tazza e montato finemente con lo zucchero fino a che non scompaiano completamente i granelli dello stesso ed il composto, giallo pallido e spumoso, non "scriva". A questo punto, da parte, due forchette abilmente manovrate trasformeranno l'albume in una neve candida e fermissima che andrà incorporata, un poco per volta e con grande delicatezza, al tuorlo montato. Questo è "L'uovo per un bambino", rigorosamente accompagnato da biscottini o da fette sottili di pane tagliate a striscioline.


Ma il mio "bambino", stasera, in ansia per un esame difficile, non voleva un uovo, voleva un dolce. Quindi ho aggiunto all'uovo 20 grammi di farina, 60 di zucchero, mezza bacca di vaniglia e 250 grammi di latte ed ho cotto il tutto ottenendo "un uovo per un bambino grande", ovvero una tazza di crema pasticcera. Ottimo viatico per una notte di sonno pre esame, provare per credere.

domenica 20 settembre 2009

Un gran brutto carattere.

Oh, io non concedo facilmente la mia amicizia. Cordialità, di quella ne ho per tutti, buone conoscenze ne ho pure tante, ma che io mi spinga fino a definire "amica" una persona è veramente raro. Che poi giunga a frequentarla, ebbene, succede davvero poche volte. In questa città, in cui peraltro vivo quasi da trentadue anni, penso di avere, al di fuori della cerchia familiare, quattro amici; forse tre, da domani.


Debbo riconoscere che persino così talvolta ho il grande dispiacere di una delusione e, a mio disdoro, che ne soffro molto e solo negli ultimi anni ho imparato a cercare chiarimenti anziché chiudere semplicemente e rapidamente i rapporti.


Porto persino rancore, faccio fatica a dimenticare, per la verità non solo faccio fatica, ma non dimentico proprio, anche se ci passo sopra ai fini pratici. Neppure coi familiari riesco ad essere, in cuor mio, magnanima. Oh, lo vorrei, mi piacerebbe, sarei fiera di poterlo essere, ma no.


Un gran brutto carattere. Quando dico che "non sono buona" chi mi ascolta non afferra la profonda rispondenza al reale di questa affermazione. Non significa che io pratichi la cattiveria, cerco di astenermene, ma ... Così nelle prossime ore saprò se sono incappata in un equivoco oppure se ho scambiato per amicizia un rapporto assai più superficiale. Incrociate le dita.

si trovano persone incredibili in rete

per strada non ti basterebbero dieci vite per trovarli.
ora mi direte che cosa ti viene in mente, caps?
lo sapete tutti che è così. la maggior parte di voi non mi ha forse trovata qui? a parte mio fratello, che lurka sempre, lo so, ottonieri, ziacris e pochi altri...
grazie, Rete, e buonanotte e buona domenica a tutti.

sabato 19 settembre 2009

libri: meglio del sesso?

Questo l'ho scritto quasi tre anni fa e l'ho scritto, come si dice, col cuore.



"Io ci ho un lavoro con i libri, un lavoro che chi non ce l'ha non può capire. E intanto non può capire il nonbolognese cosa vuol dire questa frase. Non è che io lavori coi libri, no. No, magari. Ci ho un lavoro vuol dire quella roba che stringe e si posiziona a livello del cardias, tra l'esofago, lo stomaco, sotto il diaframma, più o meno al cosiddetto plesso solare, quella roba che quando vedi un libro, o lo annusi, o te lo ricordi, ti fa partire un che che ti spegne le altre funzioni cognitive, ti distoglie da altri tipi di realtà ed esperienze, ti compulsa, ti obnubila, ti ossessiona. Non c'è mica naloxone per questo. Una malattia, forse. Oppure un passaggio dimensionale, un wormhole, un corridoio spaziotemporale, un che capace di risucchiarti e avvolgerti, deliziarti o terrorizzarti, in una concentrazione totale ed esclusiva, che ti lascia sfinito o rinvigorito, e comunque con una specie di strato in più, dopo, come una conchiglia con un briciolo di madreperla aggiunta, o un tronco con un altro anello, il lettore compulsivo cresce a strati come una cipolla, ecco."


 Ora ho appena finito di leggere un libro che ho cominciato giusto sei mesi fa.


Ma mica è stata una lettura, no. Un corpo a corpo.


Ci ho lottato, mi ci sono avvinghiata, l'ho trascinato con me fra le lenzuola, mi ci sono appartata nelle toilette, nelle salette sul retro dei bar; l'ho stropicciato, palpato, gli ho lasciato ovunque dei segni, e talvolta mi sono svegliata di notte per afferrarlo, ghermirlo, contemplarlo.


L'ho tenuto stretto in vacanza, nelle pause del lavoro, l'ho persino ritratto, a matita, durante una conferenza. Ed ora, dopo aver consumato fino in fondo questo interminabile amplesso, mi sento, non so come mi sento.


 Lo guardo, lo assaggio ancora qui e là, avida, pronta a ricominciare. Che io poi non ci ho mai messo sei mesi a leggere un libro, neppure Proust mi ha impegnata tanto. E sono soddisfatta, sì. Che libro? Questo.