giovedì 30 ottobre 2008

24 ore di pace

sto pensando al fatto che ho trascorso al mare meno di 24 ore, per l'esattezza meno di 20 ore. poi altre otto ore di macchina per andare e tornare. eppure come mi sono rilassata! da sola, senza nessuno che mi pressa, mi spinge, nessun per cui cucinare, nessuno da accontentare, da ascoltare come una radio che non si riesce mai a spegnere, nessuno che protesta per il caldo mentre ioi tremo di freddo, che ha da ridire su quanto sto connessa o su quanto leggo o su quanto dormo o su quali schifezze mangio, nella fattispecie pesce e insalata, bleah, per non parlare del piacere di guidare da me, alla velocità che voglio, all'andata e al ritorno, di fermarmi in autogrill, di leggere il giornale, di prendere il caffè al bar sottocasa, di girare per i negozi, di fare quattro chiacchiere inutili con la fornaia, di respirare l'aria del mare.

mercoledì 29 ottobre 2008

evvai!

mi hanno dato un premio! caspita, è la prima volta nella storia di questo blog che questo blog viene premiato. ora sono lievemente in difficoltà perché non so da che parte cominciare per "portarlo a casa". ma chi volesse darci un'occhiata, nel frattempo, lo può trovare  qui

sabato 25 ottobre 2008

al mare

ok, sono qui, ho parlato con la persona con cui dovevo parlare, preso gli accorid che dovevo prendere, ed ora sono sfaccendata.


Oh, avrei dovuto vedere dei conoscenti, ma al momento opportuno sono irreperibili. Si vede che non mi aspettavano con impazienza.


la mia colelga oggi, nel considerare alcuni fatti, concludeva che non simao due donne molto simpatiche. In ambiente lavorativo è certamente vero. Non è escluso che lo sia anche in altre situazioni.


Comunque ho la connessione, cenerò e poi guarderò un po' di televisione; alla fine dormirò a lungo, visto che stanotte riavremo l'ora solare e con essa i sessanta minuti di sonno persi a suo tempo. Ma soprattutto il mio orologio interno sarà di nuovo in pari con quello legale, ché io all'ora finta non mi riesco mai ad adeguare

venerdì 24 ottobre 2008

la ciccia, ah, la ciccia!

Io poi ci sono andata sul sito lasciato dal mio commentatore anonimo, e non è un sito spazzatura. E' piuttosto buono, direi. Però, manca sempre il coraggio di dirlo: noi che siamo grassi siamo da qualche parte, in qualche posto dentro di noi, o infelici, o tristi, o sofferenti,  o incapaci di vedere la realtà. Abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi, ma soprattutto di crescere, di entrare in rapporto con il mondo e col nostro corpo. Quando staremo bene il resto verrà da sè.


L'altro giorno mio figlio, quello grande, ha cominciato ad andare in una palestra. ha detto: non ho un buon rapporto col mio corpo; non ci parliamo molto; mi sa che abbiamo sviluppato interessi diversi.


Gli obesi, siamo tutti così, ma oltre che col nostro corpo possiamo avere un cattivo rapporto con altre persone, o col mondo esterno, o tutto il più vsto set di disagi essitenziali, psicologici, familiari, e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ha il suo.

Serata con pizza e finale a parte.

stasera cena con le mamme, quelle della nuova classe, e i bimbi nel tavolo a parte. Sembrano simpatiche, ma chissà! I ragazzini erano scatenati. Il mio piccolo ha detto dopo: hanno fatto un po' gli idioti, ma insomma nulla di grave. Lui è sempre molto serio e misurato.


ho appena scoperto che le mie presetnazioni in power point molto pittoriche e colorate non piacciono alla mia collega. All'inizio ci sono rimasta male, perché ci ha messo esattamente nove mesi per dirmelo, poteva farlo subito, credo. Poi mi è scappato da ridere: pensate, io che cerco sempre di farle divertenti, interessanti, che rimangano impresse, che tengano sveglia l'attenzione,che non insonnoliscano, e lei invece le vuole con lo sfondo bianco e la righina arancione di lato, lo sfondo "tipo di Office".


Ah, signur, quanto tempo perso!


E' quasi domani e vado a dormire. Non si finisce mai di imparare, però.


 

giovedì 23 ottobre 2008

mercoledì 22 ottobre 2008

clodomiro mancini

"una volta il medico chiedeva a tutti che lavoro facessero, ora chiede a tutti da quanti anni sono in pensione"

....giornata infinita...

... eppure mi ha lasciato meno distrutta di quelle precedenti. Se sapessi perchè! Forse hanno aiutato le mie scarpe rosse col tacco di vernice? Il nove in inglese del piccolo? Il fatto che il marito fosse a Milano? Il prossimo fine settimana - da sola, udite! -  al mared'inverno? (che a me piace da morire il mare invernale).


Siamo grati per le piccole cose, perché sono tutto quel che c'è.


Buonanotte

domenica 19 ottobre 2008

questo è suggerito da Sambigliong.


io me lo vado a vedere, non so voi.

seu arrutta senz'alas, ma seu in peis

la bellissima poesia citata da ivo murgia, qui . Di Aquilino Cannas. Lo so, lo so, non conoscete il campidanese. Eccola tradotta, seppur un po' liberamente e in modo non del tutto soddisfacente.


Spero vi piaccia.


 


 


“Esilio in terra”

Quando morrò

Non mi vestite

Legatemi d’un lenzuolo di lino

Consunto. Che possa raccogliere

Tutto il  di troppo. Scolare

D’ogni menzogna che mi son detto

Nel tormento d’anima e pensiero.

M’asciugherò così di ogni male

E tornerò in biancore d’innocenza.

Guardo la morte negli occhi.

Non venite a dolervi

Non preghiere

Non lamenti

Non pianto di prefica

Oggi più non sta bene

Il cordoglio.

Oggi,

persin la morte hanno ucciso.

Seppellitemi all'imbrunire.

E deponetemi in piedi

In una grotta

Nelle viscere bianche

Dei monti miei luciferini.

Così nessuno mi possa trovare

Mai! Se non Dio, se vuole.

Così finisce la vita mia agitata.

Son caduto senz’ali

Ma sono in piedi.

 

Anobii

Sono tornata su Anobii, da cui mancavo da oltre un anno. Ho preso la pila di libri nuovi e seminuovi dal comodino e li ho aggiunti, solo che alcuni non ricordo se li ho già inseriti o no. c'è qualcuno tra gli utenti che ti fa un sacco di messaggi se hai un libro doppio, così siccome non sono comunque significativi li ho lasciati fuori.


C'è un sacco di gente che conosco su Anobii. Alcuni di questi mi sono molto cari.


Ho sbagliato a starne lontana, ma era il periodo del Gruppo Controllo Prescrizioni e francamente ero abbastanza fuori di me.

di questi tempi finito il lavoro non riesco a concludere molto. sono piuttosto in panne. Ci sarebbero da preparare i casi clinici per il corso di marzo prossimo, si entro il 20 perché altrimenti il ministero non riconosce i crediti ecm ai partecipanti. Sarebbe fra due giorni. poi ci sarebbero da fare una piccola serie di cose, qualche correzione di test, qualche telefonata per il calendario lezioni del prossimo semestre, una telefonata per scoprire se il progettino di ricerca può passare il vaglio del comitato etico. Un pochino di sport, magari. Ho da finire un libro, e non faccio spese in libreria da almeno un mese, forse due. Ed ho visto un cappottino rosso, che mi manca tanto, ma sarebbe davvero superfluo, così mi trattengo. Resisterò per pura accidia alla tentazione. E per lo stesso motivo non faccio repulisti nel mio armadio, non sgombero tutte le superfici dagli ultimi libri comprati e letti, e se ci rifletto la maggior parte di questi sono stati puro ozio senza spessore.


perdo tempo. completamente tra le nuvole. e passo ore davanti al pc.


 

venerdì 17 ottobre 2008

ma come si fa, dico io, che un blog serio come questo ha un casino di accessi da motori di ricerca, circa i due terzi del totale, e di questi accessi una buona metà, ovvero un terzo del totale, sono mamme in cerca di lumi sugli artropodi parassiti ematofagi dei loro figli?


 che però è preoccupante che persino il mio blog sia serio

giovedì 16 ottobre 2008

della serie pensieri nel traffico assurdo della zona fiera

Che poi da giovani si pensa che la passione sia una roba da giovani. Disgraziatamente più passa il tempo più ogni desiderio diventa insopportabilmente carnale. Persino una mela croccante. Che sono a dieta e pure le mele sono contate. E la gentile fruttivendola me ne ha portate scegliendo le più belle della cassa...
e comunque riflettevo in questi giorni, la virtù è come il mio filo di perle. assolutamente inutile, assurdamente costoso, ed è anche l'unico ornamento da cui farei fatica a separarmi

l'essenza dell'azzurrità

ora, nell'immaginario femminile il principe azzurro c'è. Principe metaforicamente esprime il fatto che debba essere di sesso maschile nonchè orientato in senso etero, altrimenti andasse mo' a principare altrove che a noi non ci cale.


rimane da indagare indove stia l'essenza dell'azzurrità.


immagino che vi siano modelli differenti per differenti esigenze specifiche, pur tuttavia s'intende che per essere almeno celestino debba capire quel che dici, se non al volo come minimo in tempi compatibili con la conversazione; ci si aspetta persino che quando sei in difficoltà riesca a concepirne  il sospetto e come step successivo gli venga naturale una espressione del tipo "stai bene?" ovvero "posso fare qualcosa per te?"


Siamo all'azzurro pallido, giusto per dare l'idea del colore, ché se poi pensassimo ad un bel cobalto potremmo essere tacciate d'incontentabilità.


ora la problematica che personalmente mi concerne può essere esemplificata con una similitudine.


Io sarei piutosto forte di fianchi. Diciamo tra il grassoccio e l'obeso. Diciamo che porto la taglia XL.


E mi debbo spicciare a comprare i vestiti ad inizio stagione perchè "ah, cara signora, la XL non ce l'abbiamo più, sa ne mandano solo un capo per modello e sono as-so-lu-ta-men-te i primi che vanno via"


Temo che con gli uomini mi sia andata allo stesso modo.


"Ah, cara signora, il suo percentile non l'abbiamo più, sa ce ne mandano così pochi per generazione e sono assolutamente i primi che vanno via"


P.S. in che tag lo metto questo? Stendiamo un velo pietoso. Si, mi pare adatto. Pure suicidio assisitito non è male.

domenica 12 ottobre 2008

diari

Come dice "io" c'è una differenza palpabile tra un diario privato e uno che privato non è più.


Per dire, qui bazzicano amici e parenti, e la cosa fa molto piacere, ma di conseguenza ci si dicono le cose che si direbbero ad amici e parenti, poi bazzicano magari anche dei colleghi, e allora ci si dicono le cose che si dicono tra amici e parenti meno quelle che non si direbbero tra colleghi, e ci bazzicano i figli, allora leva le cose  che ai figli non diresti per magari non caricarli di pensieri, e poi leva le cose che i pazienti potrebbero male interpretare, leva questo e quello, alla fine ti trovi con tutta la massa delle cose che diventano, quelle che sono e non sono, quelle che devono essere tenute ancora fuori dal giudizio pubblico, le ipotesi, i sogni, i desideri, e tutta questa massa lievitante non ci può stare, non ci sta.


Si, ci sono altre cose, molte altre cose, il blog comunica col mondo, ma un diario comunica a volte solo con chi lo scrive, un diario è a volte uno specchio. Questo blog come specchio comincia ad essere poco adatto.


Del resto, ora che ho tutte queste borse sotto gli occhi, e le due misères ai lati della bocca, le macchioline a lato dello zigomo, il mento che cede, chi lo vuole lo specchio, eh?

la giornata è bella, piena di sole. Accompagnerò mia sorella al suo aereo, poi credo che resterò uccel di bosco il più a lungo possibile. Certe volte si è meno soli quando si è soli con se stessi. Può addirittura essere un sollievo.


Per questo amo il golf.


 

Neppure l’illusione coltivo

D’un’uscita dalla solitudine.

Ma l’illusione irrompe nei sensi,

travolge la pelle e la carne

sconvolge e m’ offusca,

scuotendo le  vertigini

il corpo e me.

Sosto stremata

Sull’orlo di tutto.

venerdì 10 ottobre 2008

chi non l'avesse già letto lo faccia, per cortesia

http://miokarma.splinder.com/post/18667103/UNA+LETTERA+DI+MARRAZZO

cosa v'è di sacro

Mi sono messa qui, con vicino una tazzina da caffè piena del nocino di Deano, che mi concilia il pensiero astratto. Deano sarebbe il femminile di Deanna, da queste parti, laquale, come diceva il Guareschi, è la trasposizione anglofona della lucente stella Diana, col che si torna dalle parti nostre, al nocino di san giovanni e al liquore di mele, altra specialità stimatissima del Nostro Deano.

Deano il nocino lo fa bene, nocino sole lo chiama, ma assai leggero, così che alla seconda tazzina ancora non mi si concilia il pensiero astratto. Perché il filo della mia personale serata di pensiero è un tema assai più difficile da trattare della religione. E’ l’esperienza del sacro.

Non trattandosi di teologia, ma di pratica, comincio da un vecchio ricordo di me bambina in una piccola chiesa di campagna della sardegna. Una giovane donna mi raccontava la peristoria di santa giusta mentre ci recavamo ad una antica fonte. Ecco, maria giusta era solo una donna, ed aveva figli, forse uno come dice la storia, forse molti, e questi figli soffrivano per la sete di un anno siccitoso. La morte dei suoi figli incombeva e maria giusta pregava, la storia non dice chi e come pregasse, dice che meditava e supplicava e che una voce le parlò: non sgorgherà acqua se non sgorgherà sangue. Maria giusta raccolse l’ispirazione e si gettò sul fondo del pozzo. Il suo sangue bagnò la terra e si confuse con l’acqua che sorse sotto il suo corpo sfracellato, acqua pura, perenne. Ci sarà sempre questa acqua, chiedevo alla ragazza (che si chiamava Velia)? Ci sarà fino a che una madre pregherà per la vita del suo figlio, diceva lei. La fonte era rinchiusa in una colonna. Nascosta, ma ancora accessibile per coloro che ne conoscevano il segreto, nella seconda colonna a destra della chiesa. La gerarchia ecclesiastica per oltre mille anni ha cercato di eliminare la storia del sacrificio umano sul fondo del pozzo, ma nei primi anni sessanta non era ancora riuscita nel suo nobile intento. Ho letto recentemente su un blog in limba che Sa peristoria de maria giusta non è dimenticata.

Ma queste sono solo parole, un raccontino suggestivo. Era estate, calda estate asciutta, l’acqua era razionata, tre ore la notte, a turno. Siccità non vuole dire che non avete da bere, non in sardegna negli anni sessanta. Avete da bere. Avete anche da fare una minestrina e persino, con parsimonia, da lavare i piatti, magari con poco risciacquo. Però non avete da lavarvi, per esempio. Per mesi. Sino a che il vostro odore finisce col piacervi. Fino a che cominciate a conoscere gli odori dei familiari, degli amici, e vi si stampano nella memoria permanendovi più a lungo dei volti. I capelli non li lavate,assolutamente no. Il corpo, con una spugna, e poi sciacquandovi con la stessa acqua che avete usato per il viso, ma non gettandola sulla pelle, no, vi bagnerete un piccolo asciugamano e lo passerete su di voi, pezzo per pezzo, poi lo immergerete ancora nel catino, lo strizzerete e ripartirete su un altro tratto di cute. L’asciugamano diventa caldo, l’acqua diventa calda, e non era fresca neppure in partenza, ed avete un bel da chiudere le finestre. E’ caldo. Caldo. Il respiro è una attività impegnativa.

Nel sole e nella polvere ci dirigevamo alla vecchia chiesa. Lì, all’ombra della prima navata, dove ancora entrava una lama di luce della porta, era la seconda colonna. Aveva una piccola finestra nascosta, dentro lo sportello un chiodo ed un mestolo di legno intagliato. Nel buio della colonna cava un tenue rumore corrente, da cui sprigionava un fresco, un fresco, un tale fresco da rizzarti i peli nell’udirlo, prima ancora d’afferrare il lungo cucchiaio e d’immergerlo sotto il filo gelato della sorgente. Prima di bere la promessa della pioggia.

La sensazione che pervadeva la pelle, che invadeva il naso e poi il petto, era di natura non semplicemente fisica. Quello era, ve lo garantisco, un luogo sacro. Quello, la seconda colonna col suo profondo e insondabile recesso liquido. Il resto della chiesa solo un cumulo di mattoni da depistaggio.

 

Ci sono stati altri luoghi. Molti.

L’ultimo, poche settimane fa, mi colma ancora d’indignazione. Una grotta santissima e sconvolgente, sul ciglio d’uno strapiombo a mare, trasformata chissà quanti secoli fa in volgare dispensa all’uso d’un’Abbazia cistercense, mentre le piccole tombe scavate nella roccia viva guardano come orbite vuote e profanate verso il cielo profondo.

Ed io mi sento uccisa dalla distruzione di quei resti.

Perché se da morti viviamo nella memoria di chi ci ha amato, ecco, io penso a chi mise quei corpi nel più sacro dei luoghi a lui noto, consegnando terra alla terra e polvere alla polvere, nel sentimento d’essere parti d’una stessa cosa, e mi sento io stessa profanata.

 

martedì 7 ottobre 2008

cito Epi

...

Raramente mi capita di essere triste sul serio, di tristezza emozionale, sintonica, attanante, quella tristezza ovale che ti manda di traverso i giorni, quella, la tristezza del cazzo, la tristezza senza salvamento, la tristezza algica, malevolescente. La tristezza stronza, senza musica, rigidissima.


Anni per capire che questi momenti è meglio farseli per quello che sono senza comprensione e sorridendosi addosso e sentire il rumore eppoi frastuno e niente e poi niente e non sono campanelli ma è solo stridente e è il rumore della vita in direzione ostinata e contraria e stronza. .....


 


ebbrava Epi. L'è propri acsè.

lunedì 6 ottobre 2008

giovedì 2 ottobre 2008

fregarsene...

...si, va bene, ma qualche volta mi riesce difficile. Ora  è vero che non bisogna dar peso alle maldicenze, ma non è vero che non abbiano conseguenze sgradevoli. C'è sto collega che m'è diventato freddo e scostante, e a me dispiace non so dire quanto, perché delle persone che stimo mi importa, alla fine.

Frenetica giornata da mamma: mattino accompagnamento del piccolo, rientro veloce a casa, accompagnamento del grande, indi segreteria scuola del piccolo, di corsa all'ufficio protesi per il babbo. Tintoria, gommista, portare al piccolo il panino a scuola. A casa a preparare il pranzo del grande. Mettere in macchina la borsa con l'attrezzatura sportiva, a scuola a portarla al piccolo. Intanto si sono fatte le tre: a casa, facciamo studiare un po' il grande e sentiamo il suo resoconto della prima giornata di lezione dell'anno accademico. Andare a prendere il piccolo a scuola. Di corsa in studio per vedere le persone che avevano preso appuntamento e sentire dal giovane sostituto come è andata la giornata. alle otto di sera, finalmente, a casa, preparare la cena, aiutare il grande ad asciugarsi i capelli, accorciare i pantaloni della tuta del piccolo, controllargli la borsa, manca un esercizio di inglese, farglielo fare, doccia, lavare i denti e macchinetta, a letto il piccolo. Telefonare al grande per vedere se sta arrivando a casa, visto che è tardi. Sta arrivando. Fatto promemoria per il marito sulla lavgna di cucina. Preparo la caffettiera per domani.


Finalmente mi vado a preparare per la notte. Il marito mi raggiunge e mi informa che il mio caffè di domattina sta uscendo: ho acceso il fornello soprapensiero......


A volte noi mamme dobbiamo fare mente locale per renderci conto di che giornate mettiamo insieme.


 

mercoledì 1 ottobre 2008

LA SANITA' IN PERICOLO

Da molte settimane tengo nella mia agenda queste due pagine strappate al bollettino dell'Ordine di un paio di mesi fa. Le tengo perché vorrei riassumerle per il blog. ma non ci riesco. Non sono riassumibili, Sono appena riuscita a tagliarne un paragrafo assai tecnico di interesse per gli operatori.


E' lungo, questo articolo, ma fatemi la cortesia di cercare di arrivare almeno a metà, meglio tre quarti. Chi lo scrisse, il cui nome non cito perché mi sono accorta di non avergliene chiesto il permesso (ma domani lo cerco e glielo chiedo, promesso, e se lo permette troverete il suo nome qui), ha lasciato il lavoro da dipendente dell'AUSL prima di poter dire in pubblico queste cose. Io lavoro ancora per la stesa Azienda, da convenzionata, è vero, e in queste settimane mi sono chiesta se postare o no. Dove arriva la lealtà per chi ti paga e dove invece è sovrastante la lealtà per coloro di cui ti impegni a prenderti cura? Possono entrare in conflitto? Ecco l'articolo.



""Sono ormai molti anni che la sanità pubblica gioca in difesa. Noi medici e operatori sanitari viviamo le contraddizioni dall'interno-. da una parte i bisogni dei cittadini che sono giustamente sempre più consapevoli dei propri diritti e dall'altra le esigenze delle direzioni sanitarie alle prese con risorse limitate e sempre sottostimate. L'esiguità delle risorse finanziarie ha determinato politiche di tagli, di "razionalizzazione", la privatizzazione di alcuni servizi, l'"esternalizzazione" di alcune funzioni sanitarie, politiche di accreditamento del privato (cliniche e poliambulatori specialistici) e un esasperante metodo di controllo delle risorse impiegate esercitato sugli operatori del servizio sanitario che è diventato con il tempo il motivo conduttore di ogni decisione sanitaria.


Sui medici del servizio sanitario si esercita una pressione ed un controllo tesi non tanto a misurare la qualità del prodotto, ma l'entità delle risorse impiegate. Si ha l'impressione che l'interesse prevalente delle aziende sanitarie sia il risultato finanziario più che lo stato di salute reale dei cittadini. Queste procedure di controllo vengono esercitate attraverso un management amministrativo sempre più aggressivo e spesso ostile alla casta dei medici clinici, un tempo potente, ma di fatto oggi quasi completamente esautorata dalle decisioni importanti che determinano gli orientamenti sanitari.


Il disagio che vivono gli operatori sanitari è grave:  tutti hanno la percezione che il ciclo di sacrifici, di restrizioni non sia ancora terminato; nessuno degli operatori sanitari è contrario all'impiego corretto delle risorse ma non sfugge ai più che vi è una costante erosione del sistema pubblico perché le risorse destinate alla sanità sono inadeguate a causa di politiche che privilegiano altri settori e non di rado per il cattivo uso delle risorse disponibili che vediamo più palesemente in alcune realtà regionali.


Ma gli operatori sanitari vicono anche altri tipi di disagio e di frustrazione. L'aziendalismo ha prodotto forme di neoburocratismo. Il personale sanitario è chiamato a nuovi compiti, sempre meno tecnico professionali e sempre più burocratico amministrativi; questi compiti derivano dalle esigenze e decisioni del management amministrativo che è chiamato a gestire l'azienda sanitaria. I medici e gli infermieri non sono contrari al processo in sè, ma ai metodi spesso adottati e alla ridondanza delle procedure impiegate per obiettivi non sempre palesi.


L'impressione che si riceve è quella di un eccesso di pratiche amministrative che non solo tolgono tempo all'assistenza (con minore aualità delle prestazioni) ma di essere non attori bensì meri esecutori di un processo di cambiamento (l'aziendalizzazione?); questo processo dovrebbe innanzi tutto avere ben chiari gli obiettivi di salute da perseguire e non essere secondario a una pratica, ostentata, di efficientismo amministrativo e finanziario, sterile e pericoloso se mancano i presupposti e se non vi è condivisione reale con gli operatori.


(....) Purtroppo l'aziendalizzazione ha portato ad altre conseguenze che hanno un impatto diretto sugli utenti del servizio sanitario. La valutazione dell'efficienza delle Unità Operative (ex reparti o divisioni) viene condotta esclusivamente sul conteggio delle prestazioni eseguite, e non sulla qualità delle stesse: ne consegue un modo di fare sanità che può essere definita prestazionistica con introduzione di tempari per ogni prestazione come avviene nelle aziende di produzione di automobili o frigoriferi. Se a questo fatto si aggiunge che il progreso della medicina ha condotto da una parte alla parcellizzazione del sapere con lo sviluppo di tante specialità mediche e all'impiego di tecnologie sempre più sofisticate, si comprende come ad essere svilito sia proprio il rapporto umano che si dovrebbe stabilire tra medico e paziente. Se andiamo infatti a verificare come il servizio sanitario valuta economicamente le prestazioni, si può chiaramente vedere che quelle a maggiore impatto sono le prestazioni che richiedono l'impiego di strumenti diagnostici sofisticati (TAC, risonanza ecc), mentre quelle che richiedono semplicemente (? punto interrogativo di Capsicum) il ragionamento clinico, la conoscenza e la preparazione cultrale complessiva del medico o dell'peratore sanitario vengono valutate al minimo.


Un esempio per tutti: l'educazione terapeutica del paziente diabetico, cardine della cura e strumento per evitare le complicanze, non è in pratica mai stata remunerata dal servizio sanitario. Va da sè che le unità operative si sforzino di aumentare le prestazioni a prescindere dalla qualità e che ognuna tenti di approcciarsi a quelle che "rendono" di più. Un ragionamento analogo avviene per i ricoveri: il sistema di valutazione a DRG porta a magnificare il più possibile gli interventi durante il ricovero che tuttavia deve essere sempre breve, appropriato, ecc. Questo sisztema ha grossi difetti e tende a non risolvere e a demandare ad altri le cure nell'ambito delle aptologie croniche che sono prevalenti nella società odierna.


Questa medicina prestazionistica rincorre l'efficienza e l'efficacia delgi interventi, vorrebbe praticare la clinical governance, importata dalla cultura anglosassone, ma ha dimenticato i concetti base del diritto alla salute sancito dalla Costituzione e quelli altrettanto basilari dell'eziopatogenesi delle malattie.


Poiché le malattie croniche sono prevalenti, prendiamo ad esempio il diabete, lo sforzo che bisognerebbe conmpiere andrebbe indirizzato alla prevenzione delle complicanze e alla prevenzione del diabete di tipo 2 là ove è possibile; l'intervento delle istituzioni santiarie in questo ambito è ancora debole. la debolezza deriva dall'impostazione aziendalistica che scinde inesorabilmente gli interventi sanitari in innumerevoli prestazioni ognuna delle quali ha un prezzo, come se un processo degenerativo e cronico non avesse bisogno di essere analizzato, compreso e curato nella sua evolutività e nella sua globalità.


Questa medicina prestazionistica è destionata a generare aumento costante dei costi sanitari complessivi, malessere negli operatori, insoddisfazione nei cittadini, privati di qualsiasi rapporto umano e fiduciario; sul risultato riguardo la salute della popolazione vi sono dubbi e pareri contrastanti.


Chi scrive ha prestato servizio presso..... per 34 anni ininterrotti ed ha assistito ai mutamenti avvenuti durante questo lungo periodo.


Accanto agli enormi progressi nelle teconologie diagnostiche, alle opportunità di nuove ed efficaci terapie, ai progressi nella conoscenza di molte malattie, allo sviluppo della genetica ecc non si è sviluppata una altrettanto valida organizzazione e gestione delle risorse in ambito sanitario. Inoltre il ruolo di chi è in prima linea nell'assistenza al malato è oggi schiacciato a marginale rispetto a chi appartiene al management amministrativo. Si sono introdotte forme di neoburocratismo che oltre a svilire l'attività degli operatori  rappresentano un utilizzo errato delle risorse umane. Questi rilievi critici, in qualità di dipendente, non possono essere resi pubblici: le regole dell'azienda non permettono le critiche dei propri dirigenti; è per questo motivo che chi scrive ha deciso di uscire dall'azienda e da semplice cittadino esprimere pubblicamente le proprie perplessità invitando tutti, in particolare chi ha responsabilità nelle istituzioni elettive e in quelle di direzione delle aziende a riflettere su questi temi e, se possibile, a pensare ad apportare correttivi. ""