mercoledì 28 febbraio 2007



Stasera sono terribilmente triste e francamente non capisco perché.

Vediamo di ricordare cosa ho fatto oggi. Un giro di domiciliari, nulla di tremendo però. O forse si. Tre delle persone che ho visto sono su una sedia a rotelle: una distrofia muscolare progressiva, una polineuropatia degli arti inferiori, una amputazione di gamba per severa vasculopatia diabetica. L’ultimo è un probabile focolaio in un paziente indebolito da una chemioterapia.

Poi in studio.

Un sospetto carcinoma prostatico che deve fare la biopsia, una serie di controlli su esami metabolici, una epatite acuta da virus B appena dimessa, i parenti irritati e scazzati di un vecchio con sospetta neoformazione cerebrale, l’ennesima ragazzina col mal di pancia da maglietta corta, una sospetta colecisti coi calcoli, due certificati per fare lo yoga, due mal di gola, un sospetto focolaio, e poi non mi ricordo. Una piccola montagna di ricette. Undici ore di fila, con spuntino a base di grissini e coca light davanti al pc.

 

Forse sono stanca.

Mi faccio una tisana alla ciliegia e vado a nanna.

sabato 24 febbraio 2007

NOTORIETA'


Stamattina seconda puntata del corso sul certificato di morte ISTAT. Argomento che sembra semplice, ma non lo è.


Pare che l'articolo di Monica Ceci su GIOIA mi abbia reso temnporaneamente nota tra coloro che mi conoscono già. Così si parla del mio libro. I colleghi medici funzionari chiedono "Perché nessuno a cui parlare ? Non capisco". Invece i colleghi medici di famiglia esclamano invariabilmente: " Nessuno a cui parlare ! Si, anche io mi sento proprio così." Al che una collega simpatica e spiccia mi ha invitato a regalarne una copia ai nostri medici funzionari, "così magari se proprio non capiscono la situazione almeno se ne fanno una vaga idea".


Le telefonerò, anzi aspetterò che mi telefoni perché le ho dato il mio numero ma non ho preso il suo, e mi farò aiutare a redigere un elenco dei destinatari.


Al pomeriggio festa dei bimbi. Anche le mamme leggono GIOIA, ed ho avuto delle richieste pure lì. Le mie azioni salgono ovunque

mercoledì 21 febbraio 2007

CORRERE IL RISCHIO DI FARSI MALE


Quando ero molto molto piccola stavo tutto il tempo con la nonna. Lei era una cuoca di quelle sarde, competente e molto pratica. Ai miei tempi in Sardegna usava insegnare ai bambini tutto quello che erano curiosi di imparare e stimolarli a farlo,  per quanto piccoli fossero. A sei anni molti bambini cominciavano a lavorare, lavorare davvero, in cambio di una paga anche se modesta. Quindi era normale insegnare ai piccoli  tutto quel che riuscivano ad imparare.


Avevo un grembiulino con le mie iniziali ricamate a punto croce, e l'ho ancora: davvero piccolissimo, ma ricordo che mi arrivava alle caviglie. Non avevo ancora due anni, e la nonna mi mise in piedi su una sedia a girare il biancomangiare. Mia madre rientrò dal lavoro e mi vide intenta a girare il tegame sul fuoco, e strillò!!! Ahhh! la bambina! Si brucia!!!. Mia nonna parlamentò un po' e alla fine mamma decise che se voleva farmi girare il biancomangiare dovevo farlo sul fornello spento. Così nonna spense il fornello e mandò mia madre a stendersi un po'. Poi mi riaccese il fornello e mi rimise in mano il cucchiaio di legno. Le dissi: ma allora non è pericoloso? e lei: si, il fuoco è pericoloso, ma tu lo vuoi il biancomangiare? Se lo vuoi bisogna che usi il fuoco, perchè senza quello il biancomangiare non si fa.



La nonna è morta due settimane prima del mio secondo compleanno.


Due anni dopo ho imparato a cuocere i muggini sul fuoco in campagna preparando gli spiedi con rami di mirto, e il metodo per infilzare i pesci sugli spiedi e a fare sa lussarza da Nenè, la ragazza che si occupò di me fino a cinque anni

RIDERE AIUTA.

 

Sono qui e penso, digerisco i miei sentimenti, i miei problemi, senza pensiero verbale. Non seguo la mia mente, la lascio fare senza controllo consapevole, e le consento di analizzare a fondo i problemi, di soppesare le motivazioni e di produrre una decisione.

Credo che sia una specie di meditazione.

Così ho preso la decisione che mi serviva, ed ho anche maturato la metabolizzazione dell’ansia che mi consentirà di metterla in pratica.


Conflitti, conflitti, conflitti. Quando cerchi di tenere conto di tutti, lavoro, marito, figli, fratelli e sorelle, padre, inevitabilmente ti trovi a dover comporre dentro di te dei conflitti tra motivazioni. Lo strumento per armonizzarle è la tua scala di valori, la tua graduatoria di priorità, che per quanto mi riguarda è un misto tra etica e affetto.


Il disaccordo con mio marito nasce proprio da qui. Lui desidera che la mia scala di valori e priorità sia così costruita:

primo posto: marito

secondo posto: marito

dal terzo al cinquantesimo posto: marito

dopo il cinquantesimo, in ordine sparso, figli, lavoro eccetera.

Constatare che le cose non stanno così gli procura una rabbia incredibile. Perché la mia graduatoria di priorità non è fissa, ma cambia in relazione ad una specie di ponderazione delle necessità del momento di ognuno, delle contingenze, delle disponibilità economiche, delle urgenze affettive o monetarie, e lui di volta in volta si chiede chi c’è adesso in cima alla mia lista (uno dei figli, ultimamente), o cosa, chi gli sta usurpando quel primo posto che vorrebbe suo perennemente. Rabbioso. La sua massima aspirazione, di cui probabilmente non è neppure consapevole, è avere una moglie adorante e assolutamente obbediente. Tutto il contrario di me.

La tragedia della sua vita è non aver trovato l’affetto in una specie di bambolona intontita del genere, ma nella dottoressa Capsicum. Intanto, ci si accontenta di quel che la vita ti offre.

 

Mi scappa da ridere. Per fortuna la vita è comica.


P.S. povero, comunque si sforza tanto per adattarsi, bisogna ammetterlo, da oltre un quarto di secolo. Solo, mi chiedo sempre se lo faccia per scelta o per  la convinzione di non avere scelta

lunedì 19 febbraio 2007

cara Capsicum,
fantascienza si, assoluta fantascienza. ma andare avanti così nemmeno. Forse per quanto assurdo nella nostra quotidianità qualcosa è possibile smuovere, se non il sistema almeno il nostro microcosmo. E' lunedì ma sono piena di ottimismo perchè il fine settimana in famiglia mi ha ricaricata.
venerdì scorso ho tenuto una lezione agli specializzandi a riguardo della terapia farmacologica delle dmenze. Al di là dell'approccio farmacologico , ormai dobbiamo dirlo inefficace, ci siamo soffermati su come assitere un demente E LA SUA FAMIGLIA in quello che inizialmente è nato come ambulatorio UVa e che sarebbe destinato unicamente alla prescrizione di farmaci.
La cura della persona con dmenza deve andare al dì là delle linee guida, del paternalismo geriatrico, dell'ageismo.
La persona con demenza dovrebbe andare al di là dello stigma, dell'etichetta che un dmente si trova appioppata addosso e che non consente più a nessuno nè operatori sanitari ne familiari ne gente comune di guardare al dmente come una persona con un corpo che va curato al di là della cognitività (vedi IVU) e con una emotività che rimane inalterata fino alla fine.
Vedi non cambierò il sistema, ma almeno per quello che è il mio ruolo qui dentro mi sembra doveroso cercare di trasmettere queste cose.
In tutte le UVA bisognerebbe portare avanti una gestione della demenza che preveda anche un dopo la diagnosi, un dopo il farmaco. e che preveda soprattutto il fatto che mi trovo di fronte una persona con una sua storia, anche se la mente annebbiata o il comportamento aberrante e disturbato la nascondono.
Oggi pomeriggio ho u incontro importante con altri giovani medici che condividono queste idee.
é possibile che parta un progetto in questo senso( c' è un bando ministeriale che concede fondi ) per realizzare i particolare un video divulgativo per operatori e familiari nel quale si parli di assistenza al demente e ai suoi disturbi in senso molto poco farmacologico e molto molto pratico.
Che ne pensi?


 
ti mando la diapositiva conclusiva della mia lezione. Grazie per il tuo tempo.


"Sono vecchia e abito in una Casa per anziani. Mi sento strana, divisa è forse il termine più appropriato. Le assistenti, sono così tante che non mi ricordo nemmeno tutti i loro nomi, si occupano del mio corpo; le infermiere sorvegliano le mie malattie; il fisioterapista prova ad aggiustare i miei pezzi rotti; l’animatrice prova a riempire questo tempo che ho e che sembra infinito. Che strano, una volta il tempo non mi bastava mai. A dire la verità sono anche un po’ confusa (userei un altro termine ma rischio di essere volgare), tant’è che provo a scappare da questa casa, chissà cosa c’è fuori adesso? Così mi sento a pezzi, nel senso che proprio mi sento divisa fra le mani di tutte queste persone che si occupano di qualche pezzo di me. Non c’è nessuno che possa sentirmi come intera. Non c’è nessuno che ne abbia il tempo. Mi legano così non scappo. Quando mettono la cintura e sento il clic della chiusura mi blocco. Guardo l’assistente che mi contiene "per il mio bene" e so che non può fare altro. Quanta fatica fa, cerca di vedermi come una persona ma non troppo; non può permetterselo perché se sentisse tutta la mia interezza mentre mi lega impazzirebbe. Allora per lei divento "quella che scappa" e lei diventa "quella che si sente responsabile se io scappo e mi faccio male".
.


COSA POSSIAMO FARE? Non perdo il sogno di pensare a Case diverse; non perdo il sogno di iniziare, dove ancora non c’è, un percorso per usare meno cinture; non perdo il sogno che forse i miei pensieri da vecchia potranno essere diversi se ora da giovane lavoro assieme a tante altre persone affinché il sogno si realizzi.


MOIRA JONES



Cara Moira,


Sai, qualche tempo fa la casa di riposo per cui lavoravo cambiò gestione. Le mie infermiere domiciliari me lo dicono ancora: Avremmo dovuto rilevarla noi quella struttura! Avremmo potuto fare delle cose splendide! ma, si sa, noialtri che lavoriamo nel servizio pubblico abbiamo una mentalità non abbastanza imprenditoriale, così ci siamo lasciati sfuggire una grande opportunità. Però continuo a pensarci. Vorrei un Hospice non oncologico, a gestione infermieristica, con la consulenza terapeutica dei medici generalisti esperti in palliazione  e dei geriatri e dello psichiatra esperto in geriatria e del nutrizionista eccetera. Avrei già sottomano tutte le persone giuste per fare questo lavoro, ma ci vorrebbe qualcuno che ci presta qualche milione di euro per comprare la struttura. Pensa che qui vicino c'è in vendita una palazzina in mezzo al verde. Piccola, meno di mille metri quadri di coperto, e quattro o cinquemila metri di verde alberato intorno, ma un Hospice da quindici letti ci verrebbe, a rotazione abbastanza rapida, ricoveri di sollievo di un mese l'uno, non vincolati alla presenza di patologia neoplastica, o ricoveri sempre di un mese circa, in fasi di riacutizzazione o di destabilizzazione clinica. Quindici letti vorrebbe dire centottanta ricoveri all'anno, che per una realtà di circa 50 mila abitanti come la nostra non sarebbero pochi. Una volta creata la struttura saremmo in grado di autofinanziarci con le rette, anche se le tenessimo molto al di sotto di quelle "di mercato". QUESTO farebbe la differenza per i nostri pazienti terminali lunghi e per i loro parenti.


Ma l'Azienda favorisce i SUOI  progetti, e i medici funzionari portano avanti solo quei progetti per la cui realizzazione sono incentivati economicamente, e  indovina chi decide quali? Un Politico, o un Comitato a partenza politico-partitica, da qualche parte, compeltamente al di fuori dalla realtà clinica e sociosanitaria.



E poi ti racconto questa. Per circa sei anni sono stata il medico di una casa di riposo, molto ben gestita, quella di cui dicevo prima. Lavoravo molto bene con le mie assistenti di base, le infermiere, il gestore. Ascoltavamo i pazienti, li osservavamo, e io cercavo di addestrare le assistenti a fare questo, e di parlare con loro dei loro vissuti controtransferali, e di stimolare le loro osservazioni e di aiutarle a vedere come si traducevano in un cambiamento della terapia e in un miglioramento della situazione, con tutte le ricadute positive anche sul loro lavoro che diventava contemporaneamente più facile e più gratificante e più ricco di senso.


Poi la titolare è morta di cancro, gli eredi hanno ceduto l'attività, il nuovo gestore ha licenziato tutto il personale qualificato che io avevo formato ed ha preso tutte badanti slave che non parlano italiano ma costano poco, ha cominciato a contare i pannoloni, a verificare che non se ne usassero più di tre al giorno per paziente (tanti ne passa la mutua, lo sai!), a ridurre il personale in turno, ad eliminare tutte le "passeggiatine", a sollecitare l'uso del catetere, a somministrare sedativi a mia insaputa, e infine a legare le pazienti alla sedia, e io, indovina, l'ho piantato lì con tutta la casa di riposo. Con dispiacere, perchè mi sentivo di abbandonare i miei vecchi, e mi sentivo in colpa per questo, ma non potevo accettare una situazione simile.


Qualche tempo fa una delle mie assistenti di allora mi è venuta a trovare. Le scappava da piangere. Lavora in un'altra casa di riposo, il medico è un collega molto bravo, che conosco e stimo, ma che ha una mentalità "ospedaliera". Sai, tipo "io sono il medico e dico cosa si deve fare, tu sei la caposala e mi segui e prendi appunti, le assistenti non mi interessano, sono affar tuo, e comunque quello che si fa lo decido io e basta". Lei non ha più nessuno a cui dire "Sa, dottoressa, ho notato che l'Anna guarda sempre sotto le sedie quando passa nel corridoio, e ci passa sotto una mano come se ci vedesse qualcosa. Che dice? Che dobbiamo fare?" oppure "dottoressa, ho l'impressione che Guerino abbia dolore, tiene la gamba destra rigida, va bene che è allettato, ma la sinistra è più morbida, la muoviamo meglio, invece la destra la irrigidisce, così ho pensato di dargli quell'orudis che lei ci ha lasciato al bisogno, ed ho visto che ha dormito tutta la notte. Che dice? Che facciamo?"


Lei si sente frustrata, non è più contenta del suo lavoro, sa che potrebbe farlo molto meglio, che l'ha fatto molto meglio in passato, e sa che le persone che cura potrebbero soffrire meno. Ma ha un mutuo da pagare, è divorziata con una figlia, non può permettersi il lusso di licenziarsi, così rimane lì. E viene a farsi un piantino da me, di tanto in tanto.


Ecco, il nostro microcosmo.


Baci


Capsicum



MESSAGGIO PER LA GERIATRA


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venerdì 16 febbraio 2007


DIALOGO TRA ME E IL GERIATRA

 

G. - Ciao. sono anch'io un medico e lavoro in ambulatorio occupandomi di persone con demenza. volevo segnalare che spesso ci arrivano richieste di visite urgenti per motivi inconsulti il più frequente dei quali è che il il medico curante si è rotto di dover gestire i familiari di pazienti dementi con problemi di comportamento (aggressività urla, deliri, allucinazioni).. insomma il medico curante non ne può più (perché anche i parenti non ne possono più e sono stressatissimi. E così arrivano con richiesta di visita urgente intasando tutta la nostra già difficoltosa routine quotidiana.
Allora la richiesta di visita urgente è forse un modo per scavalcare le liste di attesa? sai che ci sono arrivate richieste di visite urgenti anche per formulare relazioni d'invalidità? siccome avevano la visita con la commissione di invalidità a breve sono venuti ; in tanti eh, con richiesta di visita urgente così facevano prima...
Che dite?

 

C - sai, dipende da quanta lista d'attesa avete. Perché se per esempio siete geriatri e avete per esempio, come capita da queste parti, sei- otto mesi di lista d'attesa, cosa posso fare io se ho bisogno di un consulto geriatrico su un novantaduenne? Fra sei o otto mesi ti mando l'urna cineraria per farci il consulto, no?
poi ci sono quelli che vanno al cup e l'impiegato gli dice: "la visita non è prenotabile". "come non è prenotabile?" "Non è prenotabile, le agende sono chiuse" "Come le agende sono chiuse? ma io ci ho il nonno che deve fare la visita per l'accompagnamento fra quattro mesi (tre mesi, due mesi, vedi tu)!" " Mi dispiace, le liste sono chiuse, abbiamo solo posti in urgenza. Se il suo medico ci mette l'urgenza gliela posso prenotare, altrimenti no. Deve tornare il primo giugno (o il primo gennaio, le liste si riaprono ogni sei mesi) e allora vedremo se c'è posto"
Ma metti per esempio che tu debba fare una densitometria. paziente di ottantadue anni. oggi quanti ne abbiamo, quindici febbraio duemilasette? direi che una paziente che vada a prenotare oggi può trovare posto tra giugno e settembre. Duemilaotto.
Hai capito ora cosa intendo quando dico che la malasanità è un problema amministrativo?
e poi, scusa, ma tu cosa vorresti dirmi, che il paziente demente che soffre, urla, delira, che ha bisogno di una terapia incisiva o sedativa adeguata, e che a volte va prescritta dallo specialista, e tu sai anche perché senza che scendiamo in particolari, non ha diritto ad essere curato in tempi decenti? Che la sua patologia non è urgente solo perché è vecchio e non ha più la pericolosità che avrebbe un ventenne delirante? solo perché se uno giovane e forte urla e delira rischia di ammazzare qualcuno mentre invece il nonno è innocuo e quindi non è urgente curarlo? guarda, non voglio mica sottovalutare il tuo burn out, ma mi pare che la ragione stia dalla parte del paziente demente e dei suoi parenti.

 

 

G -E che esplosione !!!!
Si sono un geriatra.
Si sono un geriatra in burn-out per tanti motivi.
Si sono un geriatra in burn-out perché condivido le tue ragioni. La sanità è un problema amministrativo perchè in questo ospedale la lista di attesa è smaltita solo da un gruppo di specializzandi che ruotano e che non hanno nessun tipo di formazione, non scientifica o evidence.based, intendo... ma formazione a reggere un carico di lavoro emotivo del genere con pazienti del genere che non miglioreranno mai e intanto a lezione di medicina continuano a parlare del clopidogrel...
Io personalmente riconosco alla PERSONA con demenza tutta la dignità che merita e che tu hai sottolineato, vedo i pazienti a tutte le ore e i pazienti con disturbi del comportamento hanno di solito il mio numero di cellulare cosi i parenti possono chiamare liberamente se hanno problemi, per cui scavalcano tranquillamente la lista di attesa e se hanno un problema li vedo a qualsiasi ora anche durante l pausa pranzo... ma così non può reggere , non può essere lasciato alla buona volontà del singolo.( il singolo in questione tra l'altro è dipendente dall'università e la borsa di un dottorando ti giuro fa ridere...).
Hai ragione tu. la lista d'attesa è un problema amministrativo ma attualmente è anche un problema mio . Quindi a volte penso che una migliore collaborazione con i medici di base potrebbe essere di aiuto nello snellire questa lista.... per esempio se un MMG mi manda un paziente per uno scompenso comportamentale non sarebbe carino che prima lo avesse visitato o avesse valutato due o tre dati clinici utili??? sai quanti pazienti mi arrivano per prescrizione di antipsicotici e hanno un infezione vie urinarie!! o la polmonite !!! o uno scompenso cardiaco!!! o sono disidratati!!! o hanno male al sedere perché hanno un decubito profondo come non so cosa?
Non credi che se il MMG li avesse valutati prima ci sarebbe stato un bel guadagno per tutti?
Comunque va bè per foruna che è venerdì e che nel week-end riposo così posso smaltire questo burn-out... al quale peraltro nessuno mi ha mai preparata nè me nè nessuno dei miei colleghi

 

C - guarda, sfondi una porta aperta. Se leggi il post che ho scritto ieri, in preda al nervosismo, capisci cosa voglio dire. Lo so che ci sono colleghi che si limitano a smistare i pazienti e non li visitano mai, ma non a Bologna, per fortuna, o comunque sono eccezioni. Il nostro servizio di geriatria non è universitario, è ospedaliero, ma i geriatri sono pochi, quasi tutte donne, e sono sommersi. Sommersi. Ora hanno anche un consulente psichiatra particolarmente bravo, che conosco personalmente, e sai quante volte pietisco una visita "di favore"? che non dovrebbe essere di favore.
ora ascoltami bene, siamo arrivati fin qui perché noi medici abbiamo per troppo tempo messo delle pezze ai disservizi creati dal sottofinanziamento del piano sanitario nazionale, perché abbiamo permesso ai politici di far passare per scelte cliniche le scelte economiche, perché ci siamo accollati il problema del paziente oltre, molto oltre i limiti del nostro dovere professionale. Bisogna avere il coraggio di dire basta, di raccontare al paziente come stanno le cose, e di mandarlo a protestare all'Ufficio Rapporti col Pubblico (il famigerato e fantomatico URP) o dare loro l'indirizzo del tribunale per i diritti del malato. bisogna allearsi coi pazienti, e spiegare che i loro diritti di cittadini li devono difendere loro, non possiamo farlo noi. Anche perché quando lo facciamo ci rinfacciano che lo facciamo per egoistico interesse nostro, e quindi ci zittiscono subito. Ci dicono che non dobbiamo sputare nel piatto in cui mangiamo. Ma chi riempie questo piatto? Il politico o il cittadino?
e poi va da sè che l'anziano demente non è lavoro da specializzando, è lavoro da geriatra formato anche in medicina palliativa, ma che ce lo diciamo a fare tra noi? noi lo sapevamo già.

Il paziente anziano demente è un paziente terminale, un cosiddetto terminale lungo, il paziente più complesso da gestire che ci sia,, psicologicamente soprattutto, e noi, medici, primari, professori universitari, come mai accettiamo che il lavoro più complesso venga affidato a dei neolaureati? Chiediamoci questo. Chiediamoci quale prof e in cambio di quali benefici, abbia accettato di mettere in piedi un servizio ambulatoriale in questo modo, chiediamoci quale amministratore, quale direttore sanitario, si sia messo a tavolino per studiare i costi di un simile servizio insieme al prof, e in cambio di cosa abbia accettato di mettere insieme un pastrocchio simile. Ma faccio una banale ipotesi: metti che un politico gli abbia detto: caro direttore sanitario, caro prof, se riuscite a mettere insieme qualcosa con queste briciole, bene, altrimenti.... altrimenti ci sono queste briciole e basta. Ecco che i due, sentendosi investiti della responsabilità, e more solito alle prese col loro complesso di onnipotenza, abbiano voluto far vedere a se stessi che si, avrebbero fatto il miracolo, ancora una volta, novelli dottorhouse all’italiana. Ma non sarebbe meglio se i medici in una situazione simile, tutti, si tirassero indietro e dicessero: mi dispiace, in queste condizioni non possiamo lavorare diligentemente e prudentemente, perciò io, primario, chiudo il servizio fino a che non ci saranno le condizioni per riaprirlo. Vuoi vedere come si precipitano a provvedere, come per la faccenda dei reparti non a norma?

Fantascienza? Lo so, lo so. Ma andare avanti così?

 

Segue spazio per il Geriatra... se ha voglia di continuare (cosa che a me farebbe molto piacere, e ai lettori del blog, ci scommetto, anche di più) 

Baci

Capsicum

CONTROPARTI


Rientro adesso da una riunione con vertici aziendali e sindacalisti per farci conoscere il  nuovo contratto.


Un esempio: se lavori un'ora in più al giorno, e me lo garantisci per tutto l'anno, in pratica ventidue ore al mese per dodici mesi, cioè duecentosessantaquattro ore in più all'anno, ti do una cifra, ragazzi: da mille  a millecinquecento euro al lordo di tasse e contributi! annue, s'intende. meno di quattro/sei euro lordi l'ora.


Se lo propongo alla signora che mi fa le pulizie, mi ride in faccia. Il suo contratto prevede otto euro al netto di contributi per ogni ora in più, circa dieci eruo al lordo. e lei ha anche tredicesima, TFR e ferie.


Ma non è tutto! Se assumi un impiegato, ti  aggiungono degli incentivi che vedrai come sei contento. Ci siamo fatti i conti. Nel 2006 per garantire un impiegato in segreteria per otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana, abbiamo speso circa ventottomila e cinquecento euro, in quattro, e la azienda ci ha rimborsato la bellezza di tredicimila cinquecento euro, sempre tra tutti e quattro. Ci abbiamo rimesso di tasca nostra circa quindicimila euro, che diviso per quattro fa un po' meno di quattromila euro all'anno. Per offrire un servizio migliore al paziente. Che, in compenso, ci tratta sempre con minore rispetto.


Allora mi chiedo: mi conviene continuare su questa strada? Debbo finanziare di tasca mia il miglioramento dell'assistenza sanitaria? E i miei figli? non ho dei doveri verso di loro? Ho il diritto di decurtare il mio stipendio così? Non ho dei doveri verso la mia famiglia, anche?


Non farei meglio a lavorare senza impiegato, come fanno in tanti? La gente farebbe la fila per cinque, sei ore, è vero, e non avrebbe qualcuno che risponde al telefono tutto il giorno alle loro chiamate, ma  io lavorerei le stesse dieci-dodici ore al giorno, tanto in una giornata non ce ne sono mica di più, e prenderei lo stesso stipendio, solo che non dovrei pagare l'impiegato.


Sto seriamente riflettendo.


Mi sono sentita veramente umiliata.


Ma, udite udite, ci hanno fatto un grande regalo, a noi e a voi: da oggi il medico di famiglia non deve più assistere millecinquecento pazienti, no. Ne deve assistere milleottocento. Così, ci hanno detto, ognuno di voi avrà la possibilità di ottenere una clientela più vasta, e quindi guadagnare di più.


Senza lavorare di più? Certo, perchè le ore della giornata sempre quelle sono, no?


E voi pazienti? pensate che avrete lo stesso livello di assistenza se vi dovrete dividere un medico in milleottocento anzichè in millecinquecento?


Vado a dormire. Buonanotte a voi.


 


 


 


 

lunedì 12 febbraio 2007

E va bene, siamo qui a casa a smaltire il malanno e a prendere le telefonate. Siamo in piena epidemia, il novanta per cento hanno lo stesso ammalazzamento che ho io. Poi c'è il dieci per cento diverso.


succede che mi sono ammalata, lo sapete, la settimana scorsa. Lunedì ero a casa, mi chiama una signora gentilissima, mi racconta che suo marito improvvisamente non parla, non fa di conto, non riesce a battere le cifre in cassa, è confuso e disorientato. Il mio sostituto lo visita nella stessa mattinata e lo manda in ospedale con una richiesta di visita neurologica con urgenza immediata. L'uirgenza immediata, teoricamente, sarebbe da vedere in giornata, non passa dal cup e si mandano i pazienti direttamente in reparto. Solo che è successo un casino, all'ospedale nessuno voleva farsi carico del paziente, lo rimandavano da pietro a paolo, alla fine la signora s'è incazzata e qualcuno al pronto soccorso ha fatto la visita e l'immediato ricovero. Alle tre del pomeriggio aveva già fatto due tac. Se teniamo conto che alle dieci e mezzo era ancora nello studio col mio sostituo, l'efficienza del sistema non è stata poca, vi pare? Tuttavia rimane il disorientamento della persona che deve rivolgersi a dieci addetti, in un ospedale, ricevendo risposte  evasive e contraddittorie prima di beccare la persona giusta. Ecco, le organizzazioni come il tribunale per i diritti del malato lo dicono spesso: il problema è che il paziente non viene trattato con gentilezza e disponibilità, e anche se poi viene fatto tutto quel che si doveva, viene fatto bene, in fretta eccetera eccetera, rimane la sensazione iniziale di non accoglienza e di scarso garbo che indispone il paziente e lo carica di dubbi.


Ora, il mio paziente ha una neoplasia cerebrale e in una settimana ha fatto due tac, una risonanza, la consulenza oncologica, quelle cardiologica, diabetologica, pneumologica e neurochirurgica e domani viene operato, però quel momento iniziale di disperazione della signora che non trovava nessuno che si facesse carico di suo marito, inviato peraltro in urgenza assoluta dal curante, quel momento rimarrà a viziare tutto il resto.


Quando io dico che la cosiddetta malasanità italiana è al novanta per cento non un problema di sanità, ma un problema amministrativo e organizzativo, mi riferisco proprio a situazioni così.

sbaglio i condizionali. roba da matti, mi sto deteriorando. sarà la cinquantina o la febbre?


Prrof, su gioia c'è un articolo di Monica Ceci sulle donne che tengono un blog e una delle tre sono io. Una è una homeless britannica, credo, e la terza è il Cavoletto di Bruxelles, che ho sempre invidiato per le foto che fa delle sue pietanze. Mi fa rabbia, mi fa. le cose che cucino io, intanto sono in quantità industriale rispetto a quelle che fotografa lei, poi non si fa mica a tempo a metterle in posa così perchè tempo di tirarle fuori dal fuoco e sono già "morsicate" in qualche modo, e poi perchè da queste parti si hanno dei problemi con le decorazioni. Niente salse perchè qualcuno le adora e qualcuno le odia, niente formaggi o latticini perchè il piccolo è intollerante, lo zucchero a velo bisogna comprarlo al momento, altrimenti evapora misteriosamente, i canditi non ne parliamo, le mandorle idem, che poi quando le cerchi il candido marito ti dice: ebbè, erano lì. Se non posso neppure mangiare quello che c'è in casa mia, allora...


Certo se fossi una fotografa vera potrei valorizzare anche questo. Potrei immortalare una tortina di carote (muffin si chiamano adesso) semisbriciolata. Sapete, come fanno per i rossetti o le ciprie, che li fotografano tutti rotti e mezzo spalmati.  L'altro giorno volevo fotografare una cotognata che mi era venuta tanto bene, a forma di cuoricino con i fiori in rilievo, e quando sono arrivata con la macchina ci mancava un pezzetto del cuore, con il segno di due dentini bello netto sopra. Andrea, perchè hai lasciato la cotognata morsicata? Non sono stato io, è stato il Dado. Alex perchè mi lasci le cotognate morsicate? perchè non avevo voglia di finirla, mamma. La finisco dopo.Non ti preoccupare, comunque: è ottima.


Perfettamente ragionevole, no?

domenica 11 febbraio 2007

Credo che probabilmente tutti conoscete Eriadan. Il mio piccolo invece non lo conosceva sino a ieri. Oggi ha passato il pomeriggio a scorrere le vignette del blog.  Ma prima s'è informato: Mamma, siamo sicuri che è adatto ai bambini?

sabato 10 febbraio 2007

RAFFREDDORE E GIOIA


Ora non mi fraintendete. Io ci credo ai farmaci. Nei limiti. Dice quali limiti? Quelli in cui ci vuole il farmaco perchè c'è una falla biologica da riempire o una correzione da fare o comunque un buon motivo.


Oppure le situazioni in cui la persona ammalata non riesce a fare le cose che dovrebbe fare per star  meglio.


Prendiamo ad esempio uno obeso col diabete. Io propongo il farmaco, ma chiarisco che la cura vera comprende il calare drasticamente di peso, stare rigorosamente a dieta e camminare, camminare, camminare. Poi a volte la persona ci riesce, a volte no, e allora va bene il farmaco.


Ma io, per me,  sto a dieta, grazie. Il farmaco lo tengo in panchina, per quando la dieta non basterà più.


E quando ho il raffreddore aspetto che passi. In compagnia di una montagna di fazzolettini di carta.


E quando ho mal di schiena mi metto una borsa dell'acqua calda.


E se sono stitica bevo molta acqua e mangio insalata, insalata, insalata. Grosse ciotole di insalata. E cammino. Niente guttalax per me.


Mica perché non apprezzi i farmaci, li apprezzo, e molto. Quando avevo l'età di mio figlio la gente moriva, a dieci soli anni più della mia età attuale, "di vecchiaia".  I farmaci fanno la differenza, altroché. Ma non li spreco per ogni ca**ata che mi capita.


Questo per dire che sono maledettamente raffreddata, una roba epica, a casa al caldino, solo consulti telefonici questa settimana.  Neppure il latte col miele mi posso fare, mi accontento di tisana di rosa canina con aspartame. Magari ci metto della ciliegia selvatica, che ne dite?


Buona notte e buon fine settimana.


Ah, comprate GIOIA.  A pagina 56.


Baci a tutti e grazie a Monica.

giovedì 8 febbraio 2007

Oggi ho conosciuto un collega che si occupa praticamente solo dei certificati di morte e dell'analisi delle cause di morte. E' una persona veramente notevole.


Poi mi ha chiamato mio figlio e mi ha detto che aveva passato bene il suo esame.


E poi finalmente mi sono messa a letto a smaltire l'infreddatura, con un pacco di fazzolettini e una tisana.


 

mercoledì 7 febbraio 2007

Sono di nuovo a dieta. In realtà sono sempre a dieta, da 35 anni, ma ci sono periodi di dieta così così e periodi di regime ipocalorico. Questo è uno di quelli. In cui si conta ogni caloria, si pesa tutto, ci si astiene completamente dall'alcol e dagli zuccheri, eccetera eccetera. Avrei dovuto cominciare prima a smaltire gli eccessi natalizi, ma non mi sentivo dell'umore giusto.


Stare a deita vuol dire tenersi continuamente un po' di fame. Questa non dovrebbe essere una sensazione spiacevole, eppure lo è, per me come per molte altre persone. Forse e' per questo che non siamo mai veramente magri, anche quelli di noi che bene o male controllano il loro peso entro limiti accettabili.


Poi ci sono altri motivi. Se li esaminassi tutti scriverei un trattato, non un post. però i grassocci come me li conoscono bene (o dovrebbero conoscerli), anche se preferiscono non pensarci troppo.


E con questo cosa voglio dire? Non lo so, ma ho fame, e i fatti mi cosano.

lunedì 5 febbraio 2007

Un primo pomeriggio limpido e soleggiato, appena un po' fresco, una giornata così luminosa. i primi ad arrivare i fiori dei ragazzi del calcio. Poi, un po' per volta, s'è riempito il sagrato, e la chiesa. I ragazzi , i suoi allievi a scuola e quelli della società sportiva, poi gli amici del gruppo teatrale, gli amici dei figli, i colleghi di lui, della moglie, gli amici, i vicini. Quanti.


E' forse semplicemente il fatot d'esser morti così giovani, ancora nel pieno della prorpia attività vitale, oppure ho ragione a pensare che solo in pochi radunano attorno a sè tanto calore?


Persino don Ivo è riuscito ad essere semplice, ad evitare la retorica, ed il suo odio per gli applausi in chiesa, non l'ha espresso stavolta.


Eppure, in quanto poco tempo è tutto finito

domenica 4 febbraio 2007

Ho un sostituto per lunedì. Per fortuna. Così posso andare al funerale. Per me sarebbe una consolazione, avere la gente amica vicino, così spero che lo possa essere anche per lei..Intanto mio figlio, il fortunello, s’è ammalato alla vigilia dello scritto di recupero di chimica. Martedì vado in studio, ma per il resto delle prossime due settimane ho dato forfait. Sto a casa. Coi ragazzi, che hanno bisogno di me adesso, in queste settimane. Meglio esserci oggi: ci sarà un domani?

sabato 3 febbraio 2007

Adesso, chi era che non credeva alla sfiga dei medici e dei loro parenti? Il marito della mia amica è già morto. Un mese e mezzo dal primo sintomo, una banale colica.


 

venerdì 2 febbraio 2007

VISITE


Adesso vediamo chi visita me, a domicilio. Ecco le chiavi di ricerca degli ultimi due giorni:


quanto guadagna un medico ospedaliero
sfrappole
bambina morta per lo sciroppo  
blog diario di vita di un medico  
cardioablazione
come si fa una visita angiologica
consenso informato e demente   
cucina economica in ghisa   
diario di anoressica   
dice di no trovi un'altra senza problemi  
distanza chilometrica roma natal   
dove curare orticaria autoimmune   
eliminare lendini
emicrania cronica e optalidon 
eutanasia nei classici latini e greci   
foto crocerossine
foto di un'insegnante 
frase per condoglianze "collega di lavoro"   
gardasil quando in commercio
il signor sporcelli disegnato  
impastatrice sfogliatrice bugie 
insetto che mangia buste di plastica  
linfonodi del collo ingrossati   
linfonodi ovali
materiale infermieristico 
mio figlio ipogonadismo   
ozio
papillomi   
pidocchi se abiti non si possono far lavare a secco ne a 30°   
pidocchi sui vestiti come eliminare  
quanto guadagna un medico di base   
quanto manca per la mia pensione   
radici
rimedi per la faccia gonfia   
stipendio medio di un medico   
tempo di cottura radici amare   
trietanolamina pidocchi   
ziclon b


MI veine da commentre che la mia ricetta delle sfrappole vale proprio la pena di venirla a cercare, e che le istruzioni su come eliminare i pidocchi, a distanza di oltre un anno, sono ancora utili.


Chi è che si chiede quanto manca per la pensione? E' una domanda che mi faccio pure io

A DOMICILIO


Oggi giornata molto piena. Tanto piena che ho chiesto al sostituto di farmi una visita a domicilio, la più semplice, secondo me. "Senti, gli ho detto, mi vai a vedere questa signora, ultaottantenne, che ha male alla spalla?"


e lui: "ma perchè, un antidolorifico? non glielo possiamo suggerire per telefono senza andarci?"


"L'ha preso, figurati. Una vecchia artrosica, l'antidolorifico l'ha preso.  I miei pazienti sono addestrati, gli faccio la spiega di continuo (a proposito, adesso si chiama educazione terapeutica, come se dandole un nome nuovo l'avessero scoperta ora!). Ma sai, la zona, una spalla destra ed il braccio, ho già visto due Herpes Zoster questa settimana, e poi i vecchi non si guardano allo specchio, fanno fatica a spogliarsi, a piegare il collo. Vacci, va bene? Alla peggio saranno dieci minuti"


Bofonchia, sospira, ma ci andrà.


Ore dopo, io nemmeno me lo ricordavo, ero a casa di uno con la distrofia muscolare, pensavo ad altro, e mi chiama. "Avevi ragione, abbiamo un Herpes qui". Io pensavo al giovanotto che avevamo appena mandato in dermatologia per un sospetto di Herpes genitale, ma come, così in fretta hanno fatto la consulenza? Non posso crederci.


"No, dice lui, lo Zoster"


Prima o poi, con ancora una dozzina di dimostrazioni, si convincerà che i vecchi vanno visitati, e che le terapie telefoniche vanno riservate ai giovanotti in buona salute che si rifiutano di venire a farsi vedere. Altrimenti io visito anche loro, non si sa mai.


Non vale la pena di rischiare, nè per loro né per me. Gli errori tanto li facciamo lo stesso, almeno eliminiamo la disattenzione.


E comunque la morale di tutto ciò è che sto diventando vecchia. Vecchia e sospettosa.

giovedì 1 febbraio 2007

Ok, nelle prossime due settimane mi occuperò di un corso di formazione sulla compilazione dei certificati di morte. E' andata così. Riunione. Allora questo chi lo fa? I miei colleghi si sono voltati tutti a guardarmi, e il coordinatore mi ha apostrofato: credo che questo argomento sia proprio di tuo interesse.


Mi debbo preoccupare?