martedì 29 marzo 2005

Stanotte il mio piccolino "ha fatto un sogno". Tradotto per il volgo significa che alle tre del mattino ho dovuto cedergli il posto nel lettone ed andarmene a dormire nel lettino della sua stanza, mentre lui stava al sicuro sotto la protezione del padre. Il quale è bravissmo nel tener lontani certi tipacci onirici...

sabato 26 marzo 2005

 


 


Presentazione. Uno si chiede chi è la persona che vive con me. E' questa qui.


L'UOMO INCREDIBILE - PARTE PRIMA


Questa è una storia piena di citazioni. Citazioni letterarie, cinematografiche, erudite; ma anche citazioni in cause civili, decreti di citazione a giudizio, citazioni di responsabile civile. Ed infatti comincia così: “Saigon, sono di nuovo soltanto a Saigon . . . . .” (da Apocalypse Now di F.F. Coppola, grandissimo film, uno dei miei preferiti) anche se, in realtà, io a Saigon non ci sono mai stato e stamattina mi trovo nel mio solito ufficio di via Cefalù.
E’ anche una storia Vera, come l’acqua minerale, tanto che a me, nel Vietnam al tempo della guerra, sembra di esserci stato veramente e talvolta la sensazione che provo svolgendo il mio lavoro sembra proprio quella del capitano Willard : un incubo senza fine.
Il mio peregrinare da una città all’altra, da un ufficio all’altro, da un collega all’altro ha avuto un numero di tappe da Guinness dei primati ma il posto che occupo da alcune settimane, a detta di chi mi ci ha voluto mettere, rappresenta il top della professione, il desiderio nascosto e l’ambizione ultima di tutti i colleghi, insomma il Valhalla del liquidatore. Perchè io, o meglio noi, siamo LIQUIDATORI SINISTRI e io sono l’addetto ai DANNI GRAVI !!!




Pensate che meraviglia: i miei capi sono lontani, in Direzione a Milano, divido con un collega una segretaria che fa per me le fotocopie e altri simili lavoretti cerebrali (che però vanno controllati, date le problematiche intrinseche alle suddette operazioni l’errore è sempre in agguato, diamine) e non debbo rispettare le esigenze di nessuno nel fissare le ferie; tutto questo ben di Dio a fronte, semplicemente, di un diguazzare quotidiano nei “sinistri gravi”.
“Carneade, Carneade, chi era costui ?”, si chiedeva don Abbondio nei Promessi Sposi; la stessa curiosità assale i profani ai quali parlo della mia attività. I “sinistri gravi” (s.g. d’ora in avanti, a risparmio di tempo e inchiostro) sono quelli che superano un determinato valore e, naturalmente, possono essere di diverso genere: incendi, furti, acqua condotta, danni materiali da responsabilità civile ma, soprattutto, infortuni personali e feriti in incidenti stradali e sul lavoro.
Faccio questo mestiere da 22 anni e pensavo, con un bel po’ di presunzione, di aver visto di tutto; ma sbagliavo, per quantità e qualità. Mi ha rapidamente convinto il corposo archivio nella stanza a fianco, costituito da quanto di peggio possa capitare ai frequentatori delle nostre strade e ai dipendenti delle nostre ditte, che costituisce il mio indigesto pane e companatico quotidiano.



Strano che questi 22 anni di esperienza non siano riusciti a raffreddare la mia sensibiltà in tema di sofferenze fisiche, oppure a convincermi che, in fin dei conti, l’unica parte da leggere della perizia medico legale è l’ultima, quella delle conclusioni, dove compare il fatidico numerino (la invalidità permanente) che interessa così morbosamente soprattutto ai legali patrocinatori. Io invece, testardo, mi ostino a leggerle tutte e per intero, anche quelle dove la sola descrizione delle lesioni riscontrate al Pronto Soccorso occupa buona parte della prima pagina, poi le degenze, le cure, le ricadute, eccetera eccetera . . . . E le autopsie, pensate forse che un intellettuale quale io mi reputo possa rinunciare a questi capolavori della letteratura horror ? “Il cadavere, di sesso maschile, dell’età apparente di anni tot, privo di abiti, giace supino . . . . la temperatura corporea è quella dell’ambiente . . . . rigidità cadaverica in atto, macchie ipostatiche diffuse . . . . si effettua sul torace un taglio a cravatta . . . . i tessuti appaiono modicamente infiltrati . . . si osserva espianto delle cornee . . . . gli indumenti vengono rifiutati dal parente Tizio e consegnati al necroforo per la distruzione a mezzo fuoco . . . .”, debbo continuare ? No, ci siamo già capiti.
Ebbene, nonostante tutto quanto premesso, l’ambiente lavorativo in cui opero è relativamente allegro, soprattuto però per merito degli “altri”, che trattano essenzialmente cose diverse e che, talvolta anche involontariamente, riescono a farmi sorridere.


Giorni fa, il collega del “contenzioso” con cui divido l’ufficio ha improvvisamente sollevato la testa dalla scrivania e mi ha detto, tra il meravigliato e il compiaciuto: “ Sai che svolgi il tuo lavoro veramente bene, nonostante tu sia qui da così poco tempo? Sembra quasi che tu l’abbia sempre fatto !”.
Io mi sono voltato e l’ho guardato stranito, pensando d’istinto: “perdio, che intuizione hai avuto, peccato che si parli di sinistri e non di astrofisica, ne sarebbe uscito qualcosa di epocale!”, ma mi sono limitato a biascicare, obiettivamente sorpreso, un “ah, grazie” di circostanza. Però, “la domanda sorge spontanea” (dalla trasmissione “Mi manda Lubrano”) e mi riporto ai capoversi precedenti : dopo 22 anni (il collega mi conosce da 5), siffatta osservazione è da classificare tra i complimenti volonatari o tra gli insulti involontari?
Ne ho parlato, abbastanza divertito, con un altro collega che conosce bene i miei trascorsi, ricavandone un eloquente sorrisetto finale; mi chiedo soltanto fino a quando si pretenderà da me, più o meno consciamente, non qualcosa ma la dimostrazione che so fare qualcosa; il fatto è che un risultato raggiunto talvolta non basta a soddisfare, occorre ripetersi ed anche quando ciò, più o meno miracolosamente, avviene, se il metodo viene giudicato inadatto non c’è scampo: anche tu sei inadatto. A me è capitato. Molto tempo fa, fantasticando, avevo disegnato l’identikit del liquidatore “perfetto”, quello che tutte le Compagnie di assicurazione vorrebbero: quarantenne, geometra piuttosto che laureato, freddo, silenzioso, calcolatore, astuto, scrupoloso e al tempo stesso privo di scrupoli, rispettoso delle politiche aziendali ma sempre pronto ad inventarsi qualcosa, rispettato sulla piazza, ossequiato e temuto dai colleghi, e potrei aggiungere tante altre qualità sul genere. Ammetto di aver desiderato di assomigliare a questo individuo, di certo però non ci sono riuscito e probabilmente oggi sconto i miei “difetti”.


Filosofie? Forse, ma a volte muove più la filosofia di una coppia di buoi.
Con i colleghi del “contenzioso” comunque mi trovo bene, li conosco da anni e ho osservato con una certa ammirazione il grande affiatamento che li unisce. Non sono giovani, ma mi piace pensare a loro come ai “Ragazzi di via Cefalù”; dopo i Ragazzi della via Pal, i Ragazzi di via Panisperna, i Ragazzi di padre Brown, questi “ragazzi” di via Cefalù meriterebbero la loro parte di “oscura notorietà”.
Ma torniamo ai s.g. e ai loro gestori. Come detto, la loro diversità mi si è perfettamente rappresentata già in queste prime poche settimane. La maggior parte degli avvocati sembra prendere tanto a cuore i casi loro affidati, tuttavia le trattative spesso rivelano interessi . . . equamente divisi tra risarcimento e onorari.
Mi capita sovente di dover leggere per la prima volta le perizie davanti al legale, o al telefono con lui. Giorgio Rossi, anni 27, operaio specializzato. Alla guida del proprio ciclomotore, si scontrava frontalmente con auto in fase di sorpasso. Ricoverato, si riscontrava: trauma cranico commotivo….frattura zigomatica….frattura pertrocanterica….versamento pleurico…frattura biossea esposta….vasta lacerazione dei tessuti…..rottura dei legamenti…..distorsione di entrambi i polsi….stato soporoso…..può bastare? Sì, dice l’avvocato, lui lo ha visto di persona e sa bene come era ridotto, poveretto, ma…..il numerino, perbacco, qual è la valutazione del medico? Quanto? Ma….ma….non è possibile, come si fa, non si può trattare così un povero giovane che.….Suvvia, avvocato, non sono i denari che fanno guarire la gente….ne parlerò con la Direzione, eccetera eccetera.
Fin qui, niente di anormale, le solite schermaglie; il bello arriva alla fine delle trattative, quando inesorabile scatta la fatidica domanda: centottantamila per il cliente, eh? Potrei convincerlo, ma….a me quanto date? Ventimila, duecentomila omnicomprensivi, “e più non dimandare!” (Dante Alighieri, La Divina Commedia). Nei s.g., gli onorari oscillano, a seconda dell’entità dei danni, tra i 10.000 e i 100.000 Euro. Scuserete, ma l’indecente ritornello mi ha già nauseato. Forse perchè dopo aver esaminato tanti casi simili, al termine di una faticosa giornata, meccanicamente penso piuttosto a cosa provi un motociclista che a 90 km all’ora si trovi all’improvviso la strada sbarrata da un furgone, o un pedone che vede l’auto investitrice a un metro di distanza, o l’operaio che si guarda la mano sanguinante con tre dita in meno, o la moglie il giorno che suo marito, dopo 6 mesi da quando era uscito per comprare le sigarette (fumare fa male alla salute!) rientra finalmente a casa, ma per sempre su una sedia a rotelle, e vai ancora con gli eccetera eccetera. Sarà una debolezza, ma talvolta non riesco ad allontare il pensiero: in fondo, potrebbe capitare a me, o ad un mio familiare; cerco allora di convincermi che il conoscere in anticipo le conseguenze, le procedure, gli atteggiamenti potrebbe, nel malaugurato caso, essermi di aiuto, di conforto . . . .


Qualche giorno fa, un legale che in precedenza mi aveva rivolto la fatidica domanda si è presentato nel mio ufficio, stranamente, in compagnia del patrocinato. Ebbene, costui ancor prima di sedersi ha improvvisato un pazzesco spogliarello rimanendo in mutande per mostrarmi la cicatrice sulla gamba, facendomi imbufalire di rabbia. Conclusa faticosamente la transazione, mi è rimasto il dubbio che lo spettacolo fosse stato organizzato dal legale nel timore che l’affare saltasse insieme ai suoi sudati guadagni (per la cronaca, si è beccato 15.000 Euro). A parte la mia ovvia reazione sdegnata, mi resta il solo rammarico che non si sia trattato di un’avvenente signora.
E vi è mai capitato di parlare con il padre di una quindicenne morta per investimento sulle strisce pedonali? Argomento della discussione: sua figlia valeva tot, anzi tot altro, però ipotizzando che avesse fatto determinati studi o avesse conosciuto un giovane di buona famiglia, piuttosto che farsi suora o rimanere zitella, allora poteva valere tot altro ancora. E via ipotizzando……
Quanto vale un Uomo? Proprio a me tocca stabilirlo? “Proprio a me! E già, non ci sono che io qui!” (da Taxi Driver di M. Scorsese; Robert De Niro che parla con se stesso allo specchio; questa è stata giudicata la più memorabile battuta cinematografica di tutti i tempi).


martedì 22 marzo 2005

CRITONE, DOBBIAMO UN GALLO AD ESCULAPIO


Negli ultimi dieci giorni hanno perso la vita, in omaggio alla mia perizia professionale, tre graziosi coniglioni, un cappone e una bella gallina da brodo. Un certo numero di ovaiole hanno detto addio ai loro embrioni, finiti  nelle pance dei miei cuccioli sotto forma di tagliatelle, quadrucci, pavesini, biscotti vari, frittate e crema pasticcera. E non ho ancora finito di godermi il miele rubato alle api residenti nel podere collinare del mio paziente apicoltore diabetico (che, per carità, ligio alle prescrizioni, non assaggia mai lo zucchero! Miele anche nel caffè!).


La cosa dovrebbe mettermi a disagio, invece no. Perchè rinnegare una così antica usanza? Sinite gallos venire ad me!

lunedì 21 marzo 2005

I pavesini erano ottimi. Ma effimeri.

Il giovane aiuto cuoco ne controllava il raffreddamento sul terrazzo; ad un certo punto s'è distratto ed una carta di pavesini ha preso un colpo di vento ed è finita di sotto. I pavesini, per chi non lo sapesse, si cuociono su un foglio di carta oleata. La perdita di una trentina di biscottini ha lasciato il giovanottino affranto. Per fortuna ha potuto consolarsi con le altre dieci "carte".

Visto che Comida ha  riproposto i cantucci di Prato, li metto in lista per la prossima sessione di pasticceria domestica, magari insieme ai frollini montati che riscuotono l'approvazione indiscussa del magrissimo compagno della mia vita.

domenica 20 marzo 2005

DOMENICA MATTINA


soleggiata e tranquilla. I bambini con i lunghi rami d'ulivo alzato formavano una piccola foresta. Lauda Jerusalem Dominum, Lauda Deum tuum Sion! Osanna, Osanna, Osanna filio david!


In chiesa trovo posto con la mia sedia di fianco alle candele. Niente ceri elettrici da queste parti, banalissime candide candele di cera. Le gocce si rincorrono fuggendo le fiammelle e si rapprendono nei lunghi arabeschi.  Le osservo mentre riascolto la Passione secondo Matteo. Da bambini rubavamo le piccole colate di cera ancora semiliquide e calde e le modellavamo tra le dita ottenendo una plastilina ante litteram color alabastro. La mia vicina si porta davanti alle candele, stacca i mozziconi ormai spenti, depone alcune monete nell'apposita feritoia ed accende un nuovo schieramento in prima fila. Furtivamente stacco una colata di cera e la modello tra le dita. Intanto ci alziamo in piedi dopo la struggente frase: levò un il grido e spirò. Poi viene il ricordo dell'anziano Giuseppe D'Arimatea che raccoglie il povero corpo martoriato nel proprio sepolcro. Don Ivo, con l'aria meno malata del solito, tutto vestito di rosso per questa Domenica delle Palme, ricorda laconico: siamo i seguaci di un morto crocifisso. Breve la sua omelia, brevissima, quasi tutta qui. Ringrazia i bambini ed invita al Pater Noster. La cera è diventata una mollicona malleabile.


Il nostro pranzo domenicale è semplice ed ottimo: filetti di sogliola impanati, patate duchesse dorate al forno, insalata verde, polenta fresca con lo spezzatino avanzato da ieri, frutta. la polenta è deliziosa, i filetti dorati nell'impanatura croccante, le patate perfettamente dorate e asciutte, l'insalatina freschissima. Sono davvero una cuoca eccellente.  Più tardi esperimento di pasticceria: pavesini domestici.


BUONA DOMENICA

Stamattina sono andata alla riunione dei presidenti di seggio. Che Dio ci illumini! E' sempre stato un lavoro impegnativo, ma ultimamente tra voti disgiunti, schede uniche, tessere elettorali, tagliandi autoadesivi, fuga degli scrutatori, sorteggio indiscriminato degli stessi dalle liste elettorali, mercato nero dei segretari (merce sempre più rara e ricercata, spuntano prezzi incredibili!), è certamente peggio del solito.

Il marito ha vietato l'ennesima ripetizione dell'esperienza. Che sia l'ultima volta! Scegli: o me o il seggio!

Ma per stavolta si replica ancora.

Il Boss dell'ufficio elettorale ha esclamato, stamattina, esasperato: "Se sopravviveremo a queste regionali, ai referendum e alle politiche del 2006...." Ha lasciato in sospeso il pensiero, probabilmente non aveva la forza di andare oltre.

Comunque, qui lo dico e qui lo nego, una buona parte dei presidenti sarebbe meglio che andasse a far qualcosa d'altro. Mi sentirò in colpa quando smetterò. La mia povera sezione elettorale, in che mani finirà?

sabato 19 marzo 2005

subisco un certo numero di attentati alla mia vita ogni giorno, da quando ho ripreso ad andare in moto!


 

venerdì 4 marzo 2005

LA TORTA DI RISO DELLA SIGNORA ALFONSINA

-Mah, non so se la mia torta è così speciale come dice lei. A noi la insegnò una vecchia, vecchia cuoca, di quelle di una volta, e lei diceva: “la torta bisogna dimenticarsela nel forno”. Proprio dimenticarsela nel forno. Certo che il nostro forno di allora non era mica di quelli di adesso. Sa, si cucinava col carbone, e non c’erano mica le lancette o gli orologi. Adesso poi queste teglie usa e getta, sono molto comode, davvero. Come facevamo? Eravamo abituati, facevamo anche il pane ogni settimana, e dopo il pane mettevamo la torta e chiudevamo il forno e ce la dimenticavamo proprio dentro. Poi mica si faceva sempre. Ci voleva un’occasione. Eh, ma comunque la ricetta è facile, proprio facile. Ci vuole semplicemente un etto di riso per ogni litro di latte, poi lo fa cuocere piano piano e il giorno dopo ci fa la torta.

-Ma quanto zucchero ci mette?

-Zucchero? No, non ce ne metto molto, il solito.

-Cioè?

-Quattro etti, ce ne vanno quattro etti.

-Tre di zucchero semplice e uno di vaniglia?

-Nooooo, quattro etti di zucchero.

-Allora non ci mette la vaniglia?

-Come non ci metto la vaniglia? Tutti ci mettono la vaniglia! Un etto di vaniglia, si capisce!

-E poi?

-Insomma, lei vuole tute le dosi. Un etto e mezzo di mandorle…
(e conta con le dita)
Un etto di cedro, ma è meglio se è abbondante, più è e meglio è, il cedro si sente, a me piace il cedro, un pochino di più!… un etto di amaretti. E sei uova, sei uova naturalmente. E basta, è tutto. Tutto a pezzetti, e tutto mescolato insieme, e poi messo nella teglia e in forno.
Però la mia è un po’ diversa, eheheh….. (pausa ad effetto)
Ci sarebbe una cosa da fare in più. Se ne ha voglia, naturalmente, solo se le piace.

-Siii?

-Vede (e abbassa la voce e si china verso di me ridacchiando), vede quei quattro etti di zucchero non li metta tutti nel latte appena ha finito di cuocere col riso, no. Ne metta due etti. Gli altri due li mette al fuoco insieme con le mandorle tritate, non troppo piccole, quelle mandorle, e le fa leggermente caramellare. Mica da bruciarle, nooo, solo quel pochino, sa, quel pochino… (si raddrizza di scatto) poi mette tutto insieme. Ehehehe, gli da un altro sapore, un po’ così…. E non la bagni da calda col liquore, aspetti che si freddi bene, il caldo gli rovina il sapore.

-Che liquore?

-Ah, il misto per dolci, o l’amaretto, o l’alchermes. L’amaretto è buono, ma costa caro. Il misto andrà bene, vedrà. Se la torta è buona, tutto va bene, pure il rosolio.
E’ contenta adesso? Ma mi dica la verità, lei non l’ha mica mai fatta la torta, eh? Me lo poteva dire subito che voleva farsela insegnare!!!!  Eeh!