lunedì 28 giugno 2004

APPUNTI


Sono stata a trovare il Pescatore. Vomito da oppiacei. M'ha detto: "Sai che ho cominciato ad andare in Chiesa?. Prendo il fresco. Obbedisco al tuo Principale, il Ministro. Noi vecchi dobbiamo prendere il fresco, eh?"


 

mercoledì 23 giugno 2004

NOIA?


Forse è arrivato il momento in cui le mie storie cominciano ad essere ripetitive.Le persone malate si somigliano tutte, i vecchietti in casa di riposo hanno tutti le stesse manine sottili e scarne, gli stessi due o tre tipi di tremori, le dentiere che si spostano mentre parlano e strati su strati di vestiti anche in estate. Ti scambiano tutti per una vicina di casa o per la loro mamma o per la nipote che non viene mai a trovarli, ed hanno l'identica aria smarrita e confusa di chi non capisce bene dove sta  e cosa succede e cerca di imbastire  due frasi di circostanza per non darlo a vedere.


Ad un certo punto ti accorgi che da due settimane non hai notizia di una malata grave che vive da sola e la cerchi dappertutto, nei reparti dei vicini ospedali, nell'Hospice del paese vicino, nei necrologi, e poi ti rendi conto che è una poveraccia sola, nei necrologi non ce la metterebbe nessuno. Il telefono squilla a vuoto, il campanello di casa pure, prima o poi ti arriva la comunicazione dell'Azienda USL con scritto Revoca per Morte, con la data, ed eccoti accontentata: qualcuno ti ha notiziata, come diceva quel mio paziente ex questurino.


Gli infermieri si assomigliano tutti, lavorano, soffrono, prima o poi scoppiano, non ne possono più, e allora cambiano reparto oppure ospedale, oppure passano dall'ospedale al servizio domiciliare o viceversa, gli viene l'ernia del disco a furia di sollevare pazienti che pesano dai 50 ai 180 chili, a volte addormentati dall'anestesia, a volte in coma, altre volte troppo deboli per muoversi da soli. E' vero che ci sono gli OTA ( o OSA o OSSB), cioè i vecchi infermieri generici, a fare il lavoro pesante, ma non dappertutto: in sala operatoria no, per esempio, e neanche in terapia intensiva. Oggi ho parlato con un infermiere che lavora in un reparto chirurgico specializzato in grandi obesi: se ne vuole andare, i pazienti più magri pesano 130 chili, i colleghi continuano a mettersi in malattia per lombalgie, strappi eccetera, per giunta i grassoni sono pure antipatici chè uno pensa accidentei tu brutto stronzo mangi  per decenni da far vomitare a guardarti e poi io mi debbo ammazzare per spostare i tuoi duecentodieci chili che tu stesso non riesci a portare dal letto alla poltrona? I grassi sono antipatici quando li devi assistere e farti carico dei loro pesanti problemi, letteralmente.


I pazienti si assomigliano tutti, gentili e leccac*** quando ti stanno seduti davanti e vogliono qualcosa da te, velenosi che seminano maldicenze fuori dalla porta mentre aspettano il loro turno e dicono: ecco, come si fa, questa non c'è mai e quando c'è ti tocca aspettare delle mezze ore e poi guarda, mi tiene la pressione così bassa che ho le vertigini, insomma questa fissazione della pressione bassa, io sono stufo, ci ammazzerà tutti, e l'altra seduta vicinoa lui che con la sua voce musicale aggiunge, e poi per farsi scrivere un'urgenza bisogna chiederglielo di persona, manco le costasse dei soldi, non capisco cosa le costa o che ci guadagna a dirti di no e poi vuole sapere perchè e per come, anche se le chiedi una ricetta ti fa tante domande e tante storie e chi gliel'ha prescritta e perchè la vuole, e anche se magari una signora interolquisce timidamente ma allora, scusi, perchè lei non cambia medico, così noialtri facciamo prima a farci visitare, che tanto la dottoressa è piena ed io ho dovuto fare la posta un mese, andando tutti i giorni a chiedere se si libera un posto? magari se lei cambiava medico io non avevo bisogno di aspettare un mese il posto dalla dottoressa. Ma non vuol dire nulla, anche lei la prima volta che avrà un piccolo motivo di scontentezza scrollerà la testa unendosi al coro delle lamentele....


Ma quando stanno male, davvero male, allora sono quelli delle mie storie, collaborano, ti seguono, ti ascoltano, come si segue la guida nella giungla mentre il leone ruggisce nel folto e tu hai paura e ti stringi alle spalle del cacciatore che ti precede col fucilone. Non debbo farmi infgannare dai loro atteggiamenti nel momento del pericolo, la fiducia è temporanea, e poi ti associano al momento della sofferenza, passata quella non ci vogliono nemmeno pensare a te, perchè gli ricordi cose che vorrebbero dimenticare.


Ma quello che veramente mi fa saltare la mosca al naso sono quelli che alla fine ti dicono che fare il medico, comunque, è una missione.


Lo dicono anche agli insegnanti, come racconta Lia qui.


Io non faccio nessuna missione, faccio una onesta e onorabile professione, quando finisco me ne torno a casa e faccio altre cose, compreso occuparmi dei miei figli, leggere, scrivere, stare con mio marito (troppo poco) e via dicendo. E smetterei immediatamente di farla se smettessero di pagarmi, visto che ho bisogno di mangiare (poco) e di mantenere la mia famiglia in una città vergognosamente cara come la mia.


E nel frattempo vivo. E mentre vivo imparo delle cose sulla gente, e talvolta desidero raccontarle, come farei se fossi un'insegnante, cosa che ero fino al 93 del resto, o una cuoca o altro. Essere un medico, in un certo senso, è un fatto contingente, una delle molte occupazioni con cui potrei mantenermi mentre faccio la cosa veramente essenziale: vivo.


Noia?


Qualcche volta bisogna, come diceva Mina, cercare un altro argomento di conversazione.


Mi faccio un giro sui blog.


Prometto, solennemente, che a fine settimana aggiorno i link, corredati di note esplicative ed aggiornati!!

domenica 20 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - FINE


 


Il sabato pomeriggio Milla accusa una fortissima cefalea. Prende un Optalidon, e non conta. Ne prende ancora uno, poi,  in preda ad un dolore lancinante, chiama la Nipote, raccoglie la borsa sempre pronta per l’Ospedale e si fa portare in Pronto Soccorso.


 


I miei Colleghi minimizzano. Non è niente. La Nipote chiede una TAC. Macché, macché, vorrà scherzare? La TAC ci serve per robe serie, per cose urgenti! Mettono una flebo, la situazione non migliora. Nel pomeriggio Milla non riesce ad alzarsi dal letto per andare in bagno. Usa la padella con fatica. Verso le diciannove e trenta la Nipota la lascia addolorata e angosciata. Due ore dopo le telefonano a casa: Milla è in coma.


 


Salta fuori che la TAC è disponibile, viene fatta, c’è una massiccia emorragia cerebrale, va trasferita in un altro Ospedale dove c’è la Neurochirurgia. Nel cuore della notte la Nipote segue l’ambulanza che porta Milla, ormai per sempre inconsapevole, su una ridente collina in vista dei monti su cui è nata.


 


Il neurochirurgo parla con la Nipote. “Deve firmarmi il consenso. Dobbiamo operarla, dice, l’emorragia è gravissima”.


La Nipote sembra una donnina di campagna, ma è una professionista affermata. Vuole sapere, prima di firmare. Sapere cosa si può ottenere con questo intervento: guarirà? Parlerà? Camminerà?


No, risponde il chirurgo, ormai il danno è fatto. Resterà paralizzata, del tutto. Difficilmente parlerà. L’intervento serve a ripulire, a limitare, forse, la paralisi, a farla, forse, sopravvivere.


 


“Allora, mi racconta la Nipote, ho pensato al terrore della zia Milla di restare su una sedia a rotelle, all’umiliazione, tremenda per lei, d’essere di peso, dipendente dalla carità di una assistenza altrui, e gli ho detto: no, nessun consenso, non si opera. Almeno, mi ha proposto, facciamo una TAC col contrasto. E’ venuto su il radiologo, anche lui voleva un consenso, e gli ho chiesto a che serviva l’esame. M’ha spiegato che era  necessario per preparare un eventuale intervento. Forse non m’ero spiegata bene, ho detto. La zia non si opera. Lei non voleva, non avrebbe mai voluto. Cosa dice, dottoressa, ho fatto bene?”


“La signora Milla avrebbe certo deciso così. Lei ha fatto la cosa giusta”


“Ora, dottoressa, potrei chiederle una cosa? Ha detto anche a lei come voleva essere sepolta? Perché, vede, sembra che potrebbero esserci problemi, per via di un fratello che vive lontano e che dovrebbe, sembra, firmare il consenso alla cremazione. Nel caso, posso disturbarla per confermare i desideri della zia?”


 


Parliamo ancora un poco di urne e di fedi nunziali, e d’altro. Infatti non è tutto. La Nipote mi dice d’aver saputo solo oggi dalla vicina che venerdì sera l’Assemblea Condominiale aveva lungamente discusso, e infine unanimemente votato, d’impedirle di dar da mangiare agli uccellini. “Le portavano via i suoi uccellini, ci pensa? E la zia non m’ha detto mica niente!” Il sabato mattina uno zelante e soddisfatto Amministratore aveva affrontato i cinque ripidi piani di scale per andarglielo a comunicare.


 


L’altro giorno m’è giunta la comunicazione ufficiale dell’Azienda Usl: Signora Milla, 7/5/04, revoca per morte.


Non ho ancora avuto il coraggio di telefonare al Boss.


 


 

sabato 19 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 5


 


 



Le visite alla signora Milla erano, del resto, sempre a domicilio. Cinque piani di scale ripide e due ginocchia minate dall’artrite reumatoide la rendevano prigioniera della sua piccola casa.


Ma parlava agli uccellini.


 


Nei primi tempi, dopo il suo rientro a Bologna, aveva affrontato e risolto preliminarmente il problema della dissuasione dei piccioni. Prepotenti, voraci, invadenti, si impadronivano del cibo destinato a passeri e merli. La signora Milla con una combinazione di sacchetti di plastica, nastri argentati ed assidua personale vigilanza, aveva insegnato ai piccioni a starsene lontani e contemporaneamente aveva attirato i loro più piccoli cugini. Sull’inizio dell’estate ho visto coi miei occhi madri uccelline imboccare i propri piccoli, cresciutelli ma non autonomi, sul davanzale della cucina della signora Milla. Molte volte, mentre sedevo al tavolo intenta aleggere referti dopo aver preso il caffè, alzando gli occhi incontravo quelli di un intrepido passero intento a spazzolare le briciole del biscottino. Venivano spudorati a pretendere il cibo dalla loro governante e se non la trovavano in cucina si inoltravano a cercarla in camera da letto, svolazzando impavidi e cinguettando.


 


Avevano ciascuno il proprio nome. I più anziani erano Collolungo, passero snello e aggraziato, e Cicciobello, grasso e impudente. Un merlo dallo sguardo torvo era Alberto, come il suo terzo marito.


 


Poi aveva, come ho detto, il telefono che usava senza parsimonia, e parlava quasi ogni giorno con la signora del piano di sotto che le faceva la spesa. E c’era la Nipote. Naturalmente con lei discuteva di continuo e contemporaneamente le era legata, un po’ per affetto e un po’ per forza. A volte la Nipote veniva apartecipare alle mie rituali visite, per parlare di esami, controlli, cure, diete e via dicendo.


 


Erano una via di mezzo tra una visita medica ed una di cortesia, inframmezzate da caffè, racconti, pianti, risate e ricordi.


Il primo matrimonio, per esempio: era finito dopo la morte del loro figlio appena nato. “Avevo una suocera cattiva, diceva, e fu contenta d’aver perso quel nipotino. Così le girai l’assegno che il Duce ci dava per la nascita di un figlio: che sia contenta fino in fondo, pensai.” Poi chiese l’annullamento dichiarandosi infedele e chiamando a testimone come corresponsabile dell’adulterio il Boss. “Un vero amico, confermò tutto, e mi sostenne, anche se non era vero. Ma io dovevo essere libera, non c’era altro modo allora”


 


Aveva conosciuto il suo secondo marito in Calabria, dove si era recata per lavoro su invito di una conoscente; non sono note alla scrivente le circostanze, forse dolorose, della separazione o della vedovanza.


 


Il terzo compagno l’aveva portata a Roma, quarantenne ma ancora bellissima, bionda e levigata, con un fisico sottile da pin up. Tra una cosa e l’altra aveva fatto la giornalista sportiva seguendo un Giro d’Italia (unica donna allora, ricordava), l’impegata, la moglie, la baby sitter, l’infermiera. Aveva imparato dialetti del Sud, del Centro, del Nord, e li parlava fluentemente. E “sentiva” le cose.


 


Assorbiva, così si esprimeva, i pensieri, i dolori, le preoccupazioni di chi le stava intorno. Quando andava in ospedale le ci volevano due o tre giorni per riaversi dalla sofferenza.


E presagiva gli eventi. L’undici settembre, per esempio, era stata male sin dal giorno prima, lamentando una terribile cefalea. Sin qui posso fare da testimone. Mi aveva chiamato per chiedere un farmaco. Durante la notte, disse, dormì male e sognò fumo e fiamme. Al mattino mi chiamò di nuovo dicendo che “stava male, male, molto male”. Più tardi, nel pomeriggio, mi disse che la notizia del crollo delle torri era stata quasi liberatoria, dopo quella lunga angoscia.


Come dice Pratchett: sono superstizioni, ma non è detto che siano false. In ogni modo sono certa che era molto sensibile alle emozioni altrui.


Ed era infelice.


Ed era sola.


Ed era certa d’esser prossima a morire.


 



Una domenica sera d’inizio maggio la Nipote mi telefona. “Mi scuso per il giorno e per l’orario, ma ho ritenuto importante farle sapere che la zia Milla è in coma. E’ gravissima, dice, non ce la farà”


 



(Continua, e finisce, domani)

sabato 12 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS  - 4


 


Eppure una visita a domicilio alla signora Milla era per me fonte di grande angoscia.


 


Le cose andavano così. Lei telefonava, gentile, con quella voce da bambina arrochita, cominciando con un buongiorno o buonasera, dottoressa come va? E poi aggiungeva, con tono pacato e quasi soddisfatto”io sto male. Male male male” E continuava sempre discorsiva elencando dolori, febbri, tumefazioni delle ginocchia, crisi ipertensive, soffocamenti, svenimenti, cadute. Poi cominciava il pressing “allora cosa si fa? Lei cosa dice? Come debbo fare? Che cosa prendo? E si ricorda l’ultima pillola che mi ha dato, andrà ancora bene o no?” mentre io non mi ricordavo quale fosse l’ultima pillola, e senza neppure sapere se alludeva all’ultima della settimana scorsa o all’ultima di un mese fa, all’ultima prescrizione nuova o all’ultima ripetizione di ricetta, o all’ultima riesumazione di una terapia precedente. Poi, ottenuta una disposizione, cominciava un lunghissimo torrenziale discorso che comprendeva ricordi di gioventù, barzellettine stantie, resoconti di incomprensioni, resoconti di presagi, intuizioni, barlumi precognitivi e telepatici. Nel frattempo avevo imparato a continuare la visita al paziente che avevo davanti, col telefono tra spalla ed orecchio, comunicando a cenni col poveretto, o a bigliettini, palpandolo, auscultandolo con l’orecchio libero, implorandone la comprensione con sguardi eloquenti. Quindici minuti, poi venti, infine “Debbo lasciarla signora Milla, ho un paziente davanti a me” ed ecco la stoccata finale “allora quando la vedo? Domani? Giovedì? (il giovedì è la mia mattina delle domiciliari)” e neppure stabilire un appuntamento era sufficiente, perché rimaneva il capitolo del “come stanno i suoi bambini? E il marito, eh?” Mi lasciava stremata. E angosciata al pensiero del bis domiciliare.


 


Ora sono qui a chiedermi da quale fonte scaturisse tutta la mia ansia. Intanto la consapevolezza di non avere una soluzione ai suoi mali, la solitudine in primo piano. Poi quella di non avere neppure una soluzione “accettabile” ai suoi dolori. Lei non accettava le cure. Aveva la convinzione incrollabile d’esser morente, pertanto non gradiva essere smentita. C’erano tre problemi: una tiroide ammalata, le articolazioni infiammate e un aneurisma dell’aorta ascendente e dell’arco, vicinissimo al cuore, che sembrava stabile, ma in grado comunque di rompersi a sorpresa. Così non era possibile rifiutare una domiciliare. Ma, una volta lì, non c’era altro da fare che ascoltare, lasciare scorrere la piena alluvionale delle parole sino a vederle smagrirsi in rivoli sempre più sottili. Infine guadare il torrente così sfogato traghettando un nuovo assetto farmacologico, una nuova tappa di consulenze ed esami.


E sono qui a parlare di lei. Non è facile, davvero.


 

venerdì 11 giugno 2004

Voce disincarnata


Priva di forma


Timbro forza odore


 


E mi traduce


Dice quasi la stessa cosa


 


Un’eco viva


Che ripetendo


Cambia, aggiunge, leva.


 


Su un altro suolo


Percorre quasi la stessa strada.


 


Non posso.


Crederla.


Reale.

giovedì 10 giugno 2004

domenica 6 giugno 2004



Mi sto smarrendo


Tra chiedere aiuto


E dichiarare resa.



 


Non mi raggiunge


Nessun tocco.



 


La nebbia


Del dolore


A me noto


M'avvolge.



 


La signora vestita di nulla


Troppo si fa aspettare


 

sabato 5 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 3


 


La signora Milla era sempre civettuola ed elegante. Come facesse ad essere così elegante io non lo so. Soprattutto se si pensa che indossava generalmente delle camicine da notte accorciate davanti con le forbici per evitare che l’orlo battesse sulle ginocchia spesso gonfiate violentemente dall’artrite reumatoide, e  con sopra, in inverno,  dei vecchissimi giacchini di lana, liseuses come si chiamavano, a colori pastello, sottili, consunti, che si avvolgeva addosso con gesti da ragazzina. E ciabatte. Sapeva di talco, di sapone; ondeggiava leggermente per via, sempre, delle sue ginocchia molto malandate, e si appoggiava senza parere a muri, mobili, maniglia delle porte. Elegantissima.


 


   Era ancora alta, quasi quanto me, con le mani piccole e candide, unghie corte e pulite, alito sempre profumato. Mi aspettava con la caffettiera pronta e la tazzina capovolta sul piattino, al centro di un piccolo vassoio sul tavolo di cucina. Mi chiedeva sempre se volevo un caffè prima di accendere il fornello, e non mancavano convenevoli di rito: “la tazzina è scompagnata, ma lei l’accetterà ugualmente, non è vero? E’ venuto buono, dottoressa? O è una ciofeca, come dicono a Napoli?” e poi un raccontino, una barzelletta, vecchia a volte, altre volte così vecchia da risultarmi nuova.


Quella per esempio dei vecchietti al sole nel cortile del condominio, la sapete? Uno si lamenta: “ a me mi frega lo stomaco, ché per il resto starei benissimo, ma mannaggia, non posso digerire più nulla, altro che semolini e semolini”. La sua vicina protesta per l’artrosi: “debbo solo stare a sedere, appena mi muovo vedo le stelle, a me mi frega questa maledetta artrosi”; e il terzo afferma che andrebbe tutto bene se non fosse per il fiatone che compare ad ogni minimo sforzo “dice il medico che è colpa del cuore, ecco, a me mi frega il cuore”


L’ultimo si volta verso la moglie e le dice sottovoce “Annina, me so’ stufato di questi carri rotti, sempre a parlà de tutti sti mali. Annamoce de sopra a farce ‘na scopatina”.


E lei “Marce’, non sarà neppure un’ora che l’abbiamo fatto!”


“Ecco, vedi, a me me frega la memoria!”


 


Ed io me la vedevo, maliziosa e candida, ridacchiare nel ruolo dell’Annina, in una vita diversa, in un diverso destino.


 


   La signora Milla veniva, ultimamente, da Roma, dove aveva abitato negli ultimi venti o trent’anni, col suo ultimo marito, e poi, dopo essersene separata, da sola. Si dichiarava appassionatamente romana, perché una città si sceglie, diceva, e s’ama più di quella dove casualmente s’è nati. Mi descriveva le strade, i condomini, il pizzaiolo, il fruttarolo, i tre ospedali che la facevano sentire tanto sicura (ecco, quando si è vecchi com’è bello vivere accanto ad un buon ospedale!) e i suoi gatti. Erano gatti condominiali, cosa assai particolare, per lei naturalissima: dormivano fuori, o da lei, o da un altra padrona, e mangiavano dappertutto. Aveva le foto appese in cucina: il gatto tigrato che cerca di acchiappare la pallina, quello bianco e nero stravaccato sul termosifone. Me li indicava e ne raccontava le prodezze. Poi mi raccontava dei suoi bambini. Dopo essersi separata aveva fatto la baby sitter per i bimbi dei dintorni, e due soprattutto ne aveva amati. Le telefonavano ancora, o forse era lei che li chiamava, per informarsi sui loro studi, e mi riportava ogni nuova, ogni esame sostenuto, ogni trenta, ogni prodezza, ogni saluto.


Circa venti anni prima aveva avuto un cancro all’intestino. Era stata operata e si era convinta di essere ormai destinata ad una fine sgradevole. Così aveva deciso di separarsi dal marito. Una roba del tipo Sweet november, se l’avete visto. Solo che lei, da non crederci, era guarita. Ed era rimasta sola.


 


Da Roma, ho poi capito, era partita perché sfrattata. Ma soprattutto perché era convinta di avere molto poco da vivere, aveva avuto un presagio, sapeva, mi disse, che era questione al massimo di un paio d’anni, e voleva morire a Bologna per essere sepolta con sua madre.


Si chiamano disposizioni anticipate, nel gergo corrente. Lei voleva essere cremata; che le togliessero la fede nunziale e poi la rimettessero nell’urna con le ceneri, un’urna piccola e senza orpelli, perché non è dignitoso l’uso di queste scatole ridicole accostato alle ceneri d’un morto, e l’urna nella tomba perpetua della mamma. Tutto molto semplice, così.


Ma lei non credeva nella morte, credeva nella vita.


 


 

martedì 1 giugno 2004

NICK E TROLL


Ci sono alcuni bloggers che firmano col proprio nome e cognome. Lo farei io stessa se non avessi da difendere altre privacy oltre la mia. Sono persone limpide, coraggiose, prive di infingimenti. Fa piacere leggerli e fa piacere sapere che esistono.


Ne potrei fare un elenco, ma viste le ultime vicende forse non è opportuno.


Io capisco che si possa essere in disaccordo, ma quello che ha fatto Luna di carta è veramente troppo. Oltre che illegale. Non si pubblica l'indirizzo e il numero di telefono di casa di un blogger, per giunta con tale leggerezza da coinvolgerne anche la mamma. Non senza il suo permesso, acquisito nei modi e nelle forme previste dalla legge, non senza averlo informato e non senza essere in grado di cancellare i dati sensibili dalla rete qualora il titolare di essi dovesse ritirare il consenso.


La signora in questione non ha seguito alcuna di queste regole. Non c'è nulla che giustifichi la trasgressione della legge.


Nessuno di noi che scriviamo in rete, sia firmandoci col nostro nome, sia con un nick, tollereremmo un comportamento simile nei nostri confronti. Basta ricordare quel che è accaduto quando, per uno stupido errore di Clarence, sono stati messi in chiaro i nomi dei titolari dei blog.


Posso aggiungere che ci sono un sacco di Trolls in giro, alcuni dei quali intelligenti e simpaticissimi. La signora in questione non merita neppure di essere inclusa nella categoria.


Tanto andava scritto per correttezza e solidarietà nei confronti dei bloggers de L'indignato.