venerdì 28 maggio 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS  -  2


 


Tutto quel che so di lei lo so da lei.


per quel che mi riguarda è tutto vero, Infatti corrisponde alla vera percezione che lei aveva  di se stessa e che desiderava farmi conoscere, per farsi conoscere da me.


 


Sono nata, mi disse, a Villa D. La famiglia di mio padre viveva a Villa D., era la nostra casa. Lei deve immaginarsi, dottoressa, quella casa grandissima ed il bellissimo parco, il laghetto, le case della servitù, le stalle. Mia madre aveva già due figli da un altro padre quando incontrò il mio. Per tutta la vita disse sempre “E’ stata colpa mia, io sapevo esattamente cosa facevo, e l’ho fatto. Sapevo che era tanto più giovane di me, sapevo che era un donnaiolo, amante della caccia e del vino, sapevo ch’era un incostante.” Sa, dottoressa, noi donne facciamo cose terribili per amore, senza pentircene, mia madre non s’è mai pentita. Mai. E sono nata io. Sarà stato un bene, dottoressa? Non lo sarà stato?Io non lo so, io non lo so.


 


Avevo tutto, dottoressa, eppure non avevo nulla, ed avevo anche troppo. I miei fratelli non avevano i vestiti belli come i miei, e la catenina d’oro col cammeo, e non erano i figli del padrone. Non sono stata accettata. Neppure dopo tanti anni, neppure da grandi, non m’hanno mai accettata. Questa dove ci troviamo ora era la casa di mia madre, sono stata tanto infelice qui. E sono tornata. Sono tornata a Bologna perché so che sto per morire.


 


(Ho abboccato a questo amo, fatto su misura per me. L’ho rivoltata come un guanto. Ci ho messo un anno, forse anche di più, l’ho frugata organo per organo, apparato per apparato, e non aveva nessuna malattia mortale. Neppure una.)


 


Non m’ha raccontato nei particolari come da Villa D., sull’Appennino,  fossero venuti a Bologna. La relazione tra suo padre e sua madre finì. La madre rifiutò qualunque assistenza economica, sia per sè che per la figlia, andò via come era venuta, ma con la sua bambina. E con gli altri figli. Molti anni dopo, lei viveva a Roma, o in Calabria, non ricordo, vennero a cercarla per consegnarle la sua parte d’eredità. La sorella disse “non so dove sia, non ne abbiamo traccia da tanti anni”. Non era vero. La signora Milla lo seppe dopo la morte della sorella, da una nipote cui la madre l’aveva confidato, spiegandole perché la casa materna dovesse restare a disposizione di Milla. A mo’ di risarcimento? Non mi pare che Milla lo intendesse così. Sembrava pensare amaramente ad una specie di vendetta sororale, un modo per non lasciarla mai libera dalla colpa di non essere del tutto una sorella.


 


 (continua)

martedì 25 maggio 2004

 


Intermezzo in cucina


 


GALLINA LESSA AL MIRTO


 


E’ estate, tempo dei cibi freddi e profumati, da preparare il giorno prima e magari da portarsi dietro per un pic nic o un pranzo da amici.


E’ estate, tempo di vacanze in Sardegna: il posto migliore per procurarsi il mirto. Il posto migliore per viverci, anche.


Quando ero piccola vivevo in un paese della Sardegna vicino al Flumendosa. Si chiama San Vito. Non c’era l’acqua corrente nelle case e per lavare il bucato grosso ci si recava una volta alla settimana al fiume. Erano spedizioni in comitiva; sulla testa alcune portavano i grandi cesti di fieno pieni dei panni da lavare, altre i bigonci di metallo con dentro la cenere e il carbon coke.


Una volta giunte per prima cosa si accendeva il fuoco col carbone e con la legna portata da casa; nelle vicinanze tutta la legna raccoglibile era già stata raccolta dalle altre lavandaie. Il carbone faceva un bel fuoco caldo, su cui veniva posto il bigoncio pieno d’acqua. A bollore vi si scioglieva il sapone ridotto in scaglie col coltellino, e la cenere. Questa mistura serviva per lavare i panni più sporchi. Mentre l’acqua bolliva si cominciava a lavare la roba più delicata o meno sporca, per mettersi avanti. Poi era la volta di lenzuoli, tovaglie, teli, insomma il vero bucato grosso. Si sciacquava nell’acqua corrente, si sbatteva su alcune rocce adatte, in due si torcevano i panni, tenendoli ognuna per una estremità. Poi si stendevano sull’erba o, meglio ancora, su corde stese tra gli alberi appositamente. Da bagnati erano troppo pesanti da portare a casa. Mentre la roba asciugava, si mangiava qualcosa, pane e ricotta salata, oppure pane e pomodoro, e poi si lasciava la più giovane o la più vecchia a sorvegliare il bucato e si partiva per spedizioni di raccolta: funghi, fichi d’india, asparagi, cardi selvatici, misticanze di cicoria, bietoline, nasturzi, tarassaco, grandi fasci di mirto, bacche dello stesso, corbezzoli (ah, i corbezzoli!) a seconda della stagione.


Al ritorno i cesti di fieno erano pieni dei panni, ed il bigoncio del bottino delle raccoglitrici.


 Il mirto si tiene per molti giorni in un vaso con dell’acqua e più a lungo ancora se lo appendete a seccare o lo mettete nel congelatore.


 


La gallina, o il pollo, va messo a bollire nell’acqua salata. Mia madre si asteneva dal metterci odori: solo acqua bollente e sale. Appena la carne è tenera, si scola la bestiola e si lascia intiepidire, indi si mette in una ciotola fonda capace su un letto abbondante di mirto. Altri rami vanno inseriti all’interno ed ancora una bella copertura sopra. Si chiude con un piatto, si avvolge in una tovaglia e si lascia raffreddare, meglio se nella parte bassa del frigo. Il brodo si rifinisce con gli odori preferiti e si utilizza come si vuole.


Qualcuno mette degli odori  a lessare col pollo, ma solo cipolla, prezzemolo e sedano. Io preferisco di no.


Il pollo va mangiato il giorno dopo, freddo, appena levato dal suo lettino aromatico.


 Attenzione: se mettete il pollo bollente sul mirto le foglie si cuociono, diventano scure e perdono una parte del loro profumo.


 

domenica 23 maggio 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS


 


Cinque o sei anni fa mi chiama al telefono la segretaria del Boss.


“ Dottoressa, le passo il Dottore.”


“Cara Capsicum, Lei non si fa più vedere. Debbo dedurne che lavora troppo o che si è dimenticata di questo vecchio?”


Nego con veemenza la seconda ipotesi ed esterno la mia contentezza nel sentirlo. “Posso esserLe utile, Dottore?” “Ahimè, si! Vede, mi ha appena chiamato una vecchia amica. Una cara amica d’un tempo, che è tornata a Bologna dopo anni di assenza. Mi ha chiesto di seguire la sua salute ormai malandata, ma, cara Capsicum, mia moglie sarebbe assai contrariata da una simile iniziativa. Così, conoscendo la Sua pazienza, ed anche la Sua competenza si intende (e lo dice con un tono che lascia capire come la pazienza si, può andare, mentre per competenza.. sono “quasi” affidabile. Per il Boss è già un gran complimento), dunque, mi sono permesso di fornire alla mia cara vecchia amica il suo numero di telefono. Mi farebbe un grande favore se potesse occuparsene al meglio. Una donna con un carattere particolare, come tutte le belle donne del resto”. E aggiunge, in tono sincero e rammaricato: “Pare che abbia un gran bel ricordo di me, sarebbe assai delusa nel vedermi con la pancia e senza capelli ... Ma mi tenga al corrente, mi raccomando”


 


Così pochi giorni dopo mi accingo a visitare per la prima volta quella vecchia, cara e bella amica del Boss...


 


Io odio fare le scale. Odio le scale ripide. Cinque piani di scale ripide in una vecchia palazzina bolognese, mi dico, accidenti se non me l’avesse chiesto il Boss....


In cima ai cinque piani di scale, proprio sull’ultimo pianerottolo, in mezzo a vasi di piante un cancelletto chiuso. Dietro, una porta chiusa. Cortese contrattazione, presentazione, referenze, infine s’apre l’uscio e compare il candido volto interrogativo, circondato da riccioli bianchi, e illuminato da due azzurrissimi occhi azzurri.


La signora Milla.


 


(continua)


 

giovedì 20 maggio 2004

Se leggete la poesia che ho incollato qui sotto, pensatela come una specie di bandiera per un diario di bordo come questo, notazioni durante ul lungo viaggio dove incontri solo quel che porti nel desiderio del tuo  cuore


Un caro saluto da Capsicum molto intenta a tenere la rotta, in questi giorni.


 

Costantino Kavafis

Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrígoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrígoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.


Fa’ voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa’ scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti piú puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città d’Egitto,
a imparare imparare dai sapienti.


Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.


Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti piú.


E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce cosí saggio, cosí esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.


 


cortesemente messo in rete da  www.poesia.it



lunedì 17 maggio 2004

Nuova interruzione per aggiornamento piattaforma splinder. Tutte le volte sono in apprensione: mi viene il dubbio di non ritrovare più la mia casetta virtuale, i miei condomini, i vicini di casa. Ok, chiudiamo gli occhi e speriamo in bene.

mercoledì 12 maggio 2004

LA CONOSCENZA


I was confused and uncertain about all the little details of the life. But now, while I’m still confused and uncertain, it’s on a much higher plain and at least  I know I’m bewildered about the really fundamental and important facts of the universe. (T. Pratchett)

domenica 9 maggio 2004

UNA PERLA DI REALTA'


 



Se chiudo gli occhi vedo una piccola sfera, iridescente e vorticante, fatta di nebbia compatta, che si libra subito sotto il diaframma, immersa nel rosso flusso dell’aorta. Ad ogni respiro questa concrezione d’angoscia sussulta verso il basso e risale, elasticamente, con un piccolo colpo provocando un battito dolente al cuore sovrastante.


Non ho singhiozzi che possano frantumarla, neppure un urlo che, vibrando, ne spezzi la superficie esplodente in minuscole scroscianti gocce di pianto.


sabato 8 maggio 2004

TIGELLE


Non ho fatto il pane, alla fine, ma le tigelle. Si tratta di piccole formelle rotonde e piatte di pane spesse circa un centimetro, soffici, cotte dentro una doppia piastra di ghisa posta sul fornello.


Ricetta da me usata oggi:


Farina OO bio: gr. 400


farina manitoba gr. 350


latte gr. 500


lievito di birra un cubetto


sale 15 grammi


vitamina c cristallina una punta di cucchiaino


panna 60 grammi.


Ho impastato il tutto, lasciato lievitare un'ora, tagliato in circa 35 pezzetti e cotto nell'apposita piastra.

venerdì 7 maggio 2004

RITORNI


Ho cattive notizie. Per il Pescatore, per la Signora Lalla, per la Signora I., per la signora Quintina, per un vecchio novantaduenne che aveva paura di morire. Tutte storie da raccontare, presto, purtroppo.


Ma ho visto la seconda bimba della Carlotta, ed è stato uno spettacolo memorabile, ditina rosee, guance di biscuit, peluria chiarissima su testolina tiepida e rotonda, palpebre chiuse e respiro d'uccellino, rivolo di latte di mamma dalla boccuccia incantata.


Ho riabbracciato il mio bimbo, ho ascoltato i resoconti accurati delle novità scolastiche e non.


Domani faccio il pane.


Buonanotte.

martedì 4 maggio 2004

A CASA Al mio rient...

A CASA


Al mio rientro una marea di lavoro, di cose, persone, brutte notizie anche. Per il momento mi limito a rispondere alla domanda del precedente post, anche se non esattamente come ho fatto durante il corso, risparmiandovi la spontanea  imprecazione:


Non serve a nulla essere buoni per curare bene i malati terminali. Serve essere onesti.


Non è la stessa cosa. Riflettete prego sul concetto di bontà, su come sia discutibile, soggettivo, aleatorio. Provate, prego, a fornire una definizione di bontà che non sia quella di onestà, che non sia quella di correttezza, che non sia quella di altruismo. La bontà d'animo cosa sarebbe? E non vi rifugiate in una definizione religiosa, perchè non c'è una religione che abbia più rilevanza di un'altra nell'assistenza ai moribondi. Qui siamo, e qui ci dobbiamo confrontare. La bontà, che cosa  veramente è? A cosa veramente serve? E quali diritti si arroga?