giovedì 29 aprile 2004

SONO TANTO STANCA O...

SONO TANTO STANCA


Ormai sono qui da sei giorni. Ho dormito poco, ho studiato molto, sono stata troppo tempo lontana dai miei figli, e, per quanto questo posto sia bello, sono impaziente di tornare a casa.


Come prevedevo l'età si è fatta sentire. Mal di schiena, sonnolenza, e un fastidioso ginocchio infiammato, oggi poi m'è esploso un erpes sul mento: mi sono aiutata con degli antidolorifici, cosa che a casa non faccio MAI. Ne ho presi in sei giorni molti più che negli ultimi due anni.


Mio marito è stato splendido. Non era d'accordo, ma non m'ha ostacolata. Solo oggi, mentre mi lamentavo della nostalgia di casa e della famiglia, ha accennato ad un "lo prevedevo" e un altro "sette giorni sono troppi".


A novembre mi autoridurrò le lezioni: salto il pomeriggio iniziale e la mattina finale: così i giorni effettivi di lezione saranno cinque e non sei, e i giorni di lontananza da casa saranno cinque e non sette.


Mi sono posta un sacco di domande su me stessa e sulle mie scelte, ho trovato alcune risposte scomode e sono riuscita ad accettarle. E' un inizio.


La provocazione di oggi:


E' importante essere buoni per curare bene i malati terminali?


La mia personale risposta alla prossima puntata.


'Notte da Capsicum

mercoledì 28 aprile 2004

PAROLE CHIAVE

PAROLE  CHIAVE  E NOCINO


Bene, stasera sotto l'influsso del vino rosso e del nocino mi riuscirà difficile essere chiara e concisa. Il nocino è quello propinatomi, dopo il vino rosso, le tagliatelle agli asparagi selvatici,  la mortadella di fegato con verze e patate, la bresaola valtellinese con  cicoria e rucola, e altro che non  ricordo, dalla signora Costanza della Casa delle Rondini di Oro. Ricco di spezie, mi proverò di rifarlo aumentando la dose di chiodi di garofano, il prossimo diciannove di giugno, notte di San Giovanni.


Dopo una simile, memorabile cena, una nota sulla giornata d'oggi riesce difficile, ardua. Dunque cosa m'ha colpita? La domanda a sorpresa.


Un indicatore particolarmente sensibile in cure palliative. Le quali cure palliative sono le cure ai moribondi, per chi non lo sapesse.


Sembra che nessuno sia moribondo negli ospedali, negli ambulatori e via dicendo, fino a due o tre giorni prima della morte. Ma se tu chiedi a un medico: "Ti sorprenderesti se questo paziente morisse  entro due mesi? e glielo chiedi per tutti i suoi pazienti, saltano fuori un sacco di persone per cui la risposta è: "No, non mi sorprenderei se fra due mesi fosse morto o moribondo". Quindi ecco trovato un metodo per individuare le persone per cui bisogna cominciare a garantire una buona assistenza  finalizzata a rendere più facile il morire. O meglio un poco meno difficile, perché facile non si può.


La domanda a sorpresa. Ovvero rovesciare il punto di vista.


Sono venuta qui a Varenna per cambiare il mio punto di vista. Sono contenta di averlo fatto.


Qui non si arriva facilmente. Devi spedire un curriculum, i selezionatori se lo leggono e si chiedono: di tutte queste persone, quali vale maggiormente la pena di formare? A chi serviranno di più le conoscenze che possiamo dargli? Quali di loro renderanno meglio come investimento culturale, medico, scientifico?


Ora, stasera io sono sbronza, il nocino mi si sta insinuando fra i neuroni, dove già una intera boccia di vino rosso dell'astigiano s'era insediata nelle ore precedenti. La conclusione è che mi ritengo fortunata per essere stata scelta. Ma non per la progressione che questo offrirà alla mia cultura medica, bensì per il passo avanti che mi consentirà di compiere in etica, in filosofia, in morale. Per il salto culturale.


Non so stare ferma, per cui credo che mi informerò sulla nuova Facoltà di Teologia di Bologna.


Non si può curare il corpo ignorando lo spirito.


E adesso ridete pure: io so d'essere nel giusto.

lunedì 26 aprile 2004

UNA GIORNATA DI QUEL...

UNA GIORNATA DI QUELLE CHE TI PIACEREBBE BUTTARTI DA UN BALCONE


 


Sono depresso. Molto. La cosa è correlata in un certo modo alla mia timidezza nei confronti delle altre persone, specialmente di quelle dell’altro sesso. È uno di quei giorni in cui a uno piacerebbe buttarsi da un balcone, oppure bere una tazza di varecchina, o di cianuro, o di catrame bollente. Per cercare di tirarmi un po’ su sono andato a fare un giro. Di solito non esco spesso di casa, ma tanto oggi non ho altro da fare.


Sto passeggiando sotto al portico accanto allo stadio. Non ho idea di dove andare. Mi si prospettano alcune alternative:


- prendere un autobus fino al capolinea e ritorno. Casso subito quest’ipotesi perché non mi va di perdermi e ho paura di metterci troppo tempo e non so quale autobus prendere.


- seguire la pista ciclabile fino al parco Talon. Accantono anche quest’idea. In una giornata soleggiata come questa, il Talon sarò fitto così di gente.


- andare al centro commerciale in via Andrea Costa. No, non mi va.


- tornare a casa. Non mi va nemmeno questo, perché non ho nulla da fare a casa.


- riflettendo un attimo, c’è il cimitero della Certosa a cento metri da qui. Sì, ho deciso, vado là. Dopotutto, i suoi inquilini sono noti per essere inoffensivi.


Detto fatto. Mi incammino verso la Certosa. Che io sappia, ho solo una bisnonna sepolta in Certosa, perché la tomba di famiglia è a Castelmaggiore. Passo davanti ad un impresa di lavorazione marmi e graniti, e ad un fioraio. Vedo due ragazze che stanno discutendo con la fioraia a proposito di quali fiori prendere. La fioraia consiglia qualcosa di azzurro, riferendosi al linguaggio dei fiori. Io passo davanti ad alcuni piccoli cactus in vaso. Mi piacciono i cactus. Se li tocchi, si sanno difendere. Sono aggressivi.


Sorpasso il fioraio ed entro nel cimitero. All’entrata ci sono le tombe di due sportivi che mancarono all’affetto dei loro cari gareggiando o tentando di battere qualche primato. Che modo stupido di andare al Creatore. Oltrepasso le tombe ed entro in una sala. Alle pareti stanno svariate tombe di famiglia, mentre al centro ci sono due sarcofagi. Le tombe di famiglia devono essere molto vecchie: tutte le persone sepolte lì sono passate a miglior vita negli anni ’20 o giù di lì, fatta eccezione per due persone trasferitesi in Certosa nell’86, ma si vede da un miglio che l’incisione è più recente. La tomba della famiglia Gennaro Fabbri mi piace. È un lastrone di vetro nero alto fino al soffitto, con sopra una croce grigia e il nome degli inquilini della tomba scritto a lettere d’oro. C’è silenzio. L’unico suono che si sente è il cinguettio degli uccelli.


Esco dalla sala e mi ritrovo in un corridoio di quelli con le tombe disposte in dieci file dal pavimento al soffitto. Gli uccelli cantano anche qui. Mi chiedo se sia registrato o cosa, il cinguettio. Mentre percorro il corridoio, mi chiedo anche dove siano le urne cinerarie. Poi penso che magari verrà anche per me il giorno che il mio cuore mi dirà basta, mi sono rotto le balle, il sangue è tuo e te lo pompi da solo, e così mi viene un infarto. Voglio essere cremato, dopo la mia dipartita. E non voglio funerali. Chiederò che le mie ceneri siano buttate nel bidone dell’immondizia più vicino senza troppe cerimonie.


Anche qui gli anni variano dal 1910 al 1950. Devo essere capitato in un’ala antichissima del cimitero. In molti loculi non c’è la data di nascita, ma è indicata l’età degli occupanti.


Esco dal corridoio. Sono in un cortile con uno spiazzo erboso al centro, per quelli sepolti in terra. I muri che delimitano il cortile sono ricoperti di tombe. A giudicare dalle date, questo settore risale agli anni ‘80. Le forografie non sono più in bianco e nero. C’è poco da vedere. Svolto alla prima porta che incontro.


Questo posto è diverso. È un porticato che sembra, anzi è lastricato di loculi. Le tombe sono seganlate da croci di marmo che si levano dal pavimento, con sopra il nome del proprietario. Il porticato delimita un’area rettangolare che è occupata da un campo. Le lapidi del campo sono particolarmente piccole e fitte. Forse sono urne cinerarie. Vado a dare un’occhiata.


Mentre mi incammino vedo che una delle piccole lapidi è ornata da alcune girandole di plastica. Non c’è vento, quindi le girandole non girano. Ma mi sfiora un sospetto terribile. Voglio allontanarmi, ma le mie gambe fanno quello che gli pare a loro. Ormai sono vicino e posso confermare i miei sospetti. L’occupante della piccola tomba è lì dal giorno in cui è nato.


Ormai sono in ballo. Continuo a girare. Non mi aspettavo che la Certosa avesse un settore ragazzi. Il cimitero a Castelmaggiore non ce l’ha, a quanto mi risulta. Su molte delle tombe è segnata una sola data, preceduta dalla sigla N.M. In alcuni casi ci sono due date separate da un paio di giorni, un paio di mesi, raramente un paio d’anni. L’inquilino più vecchio ha sette anni, e sopra la sua nuova casa c’è una foto di lui con una maglietta rosso-blù del Bologna. Ci sono anche delle girandole qua e là. Quando ci passo davanti girano, anche se non c’è vento, quasi che i loro piccoli proprietari siano contenti che qualcuno sia venuto a trovarli. Quello che mi colpisce di più sono le dediche su alcune lapidi. “Ti vogliamo bene. Mamma e papà.”


Voglio uscire. Appena ho compiuto metà del giro del campo svolto e ritorno al settore di quelli sepolto del pavimento. Ho le lacrime agli occhi, ma non devo piangere. Sono troppo sensibile. Voglio essere cinico, stronzo e cattivo. Se mi impegno a fondo ci vado molto vicino. Ma non stavolta. Il mio tentativo di non scoppiare in pianto ha successo, ma solo ne non parlo, e comunque mi si forma un groppo in gola. Spero di non incontrare nessuno. Finora non ho visto anima viva qui dentro. Solo anima non più viva.


Ritorno al settore con lo spiazzo erboso che risale agli anni ‘80. Cerco di darmi una calmata, almeno che non si veda il mio stato d’animo da fuori. Aspetto cinque minuti e mi do un’occhiata in uno di quei bagaglini argentati tipo vite che stanno su alcuni loculi per tenerli attaccati alla parete. Vado molto meglio. Ringrazio il proprietario del loculo, un certo Egidio; mi sembro Amleto che parla coi teschi. Mi incammino verso l’uscita, perché sento delle voci e non mi va di incontrare della gente.


Ripercorro il corridoio con dieci file di tombe dal pavimento al soffitto e ritorno nella stanza dei sarcofagi. Prima di uscire, vorrei vedermi in faccia usando il vetro della tomba Gennaro Fabbri come specchio, ma il ronzio di una vespa tra i fiori davanti alla tomba mi fa allontanate. Non mi piacciono le vespe. Non mi piacciono gli insetti in generale. Così mi guardo nel vetro di una tomba fuori dalla sala. Sono decente. Come dico di solito, non sono un gran figo ma mi arrangio.


Esco dal cimitero. Bologna mi si scaglia di nuovo contro con le auto, i rumori, le strade e la gente viva. Quasi quasi, ho voglia di rientrare.


 


 


per gentile concessione di Alex 


 


 


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sabato 24 aprile 2004

TEMA: QUEL CHE VED...


TEMA: QUEL CHE VEDO DALLA MIA FINESTRA


     Tutto per i vostri occhi. 


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VARENNA (SEGUE) &nb...

VARENNA (SEGUE)


 


Stamattina ho fatto la video simulazione, poi l’ho rivista e mi sono chiesta: ma io sono sempre così dura?


Probabilmente si.


Lo sono perché lo voglio essere, perché la ritengo la scelta più adatta?


Oppure ci sarebbe una modalità migliore ma io non ne sono capace?


La cambierei se potessi?


 


Le risposte mica ce le ho, veh?


 


La giornata è piena di sole, il lago è splendido.

NELLA CASA DELLE RON...

NELLA CASA DELLE RONDINI


Sono stata a Varenna tutt'oggi, ma adesso mi trovo ad Oro, in una casa del 600 splendidamente ristrutturata, e con splendidamente intendo "semplicemente" e con tanto gusto. Ho ottenuto l'uso di una soffitta piena di luce, con un abbaino sul cielo e due finestre che guardano dall'alto quel famoso ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, e tutto a seni e a golfi, ed i monti sorgenti dall'acque ancora imbiancati di neve sulle cime più lontane. Se questo non vi basta per morire d'invidia, vi aggiungo che i proprietari hanno organizzato stasera, dopo cena, una lettura dantesca, il canto di Ulisse, nientemeno, con la postilla dei ricordi di Primo Levi in Se questo è un uomo (andateli a rileggere, struggenti) e quelli di Gozzano, in quel poemetto che finisce "ah, che vita, che vita sarebbe la mia, se la signora vestita di nulla non fosse per via, che vita sarebbe la mia..". Il che per una che sta facendo un corso sulle cure ai malati terminali è il top della sincronicità.....


A proposito del corso, la finalità dichiarata è quella di "svitarvi la testa ed avvitarvela nell'altro senso". Mmmm, la mia è già avvitata giusta, ma una stretta non fa mai male, no.


Domattina videosimulazione. Una cosa che ho già fatto: ti fanno recitare la parte di te stesso medntre tratti un paziente difficile e, chiaramente, scazzi di brutto, tutti scazzano di brutto. Robetta, roba da ridere!! Tre anni fa Giuseppe Leggieri, morto di leucemia nel settembre scorso, mi trascinò in una esperienza di gran lunga peggiore. Mi convinse a videoregistrare una intera mattinata di ambulatorio, per poi visionare un caso clinico, vero, non simulato, con i colleghi. Io ne scelsi uno in cui scazzavo di brutto, lo scelsi apposta, mi sembrava il più significativo, e non era mica simulato, no, quel paziente, che aveva ed ha metastasi di cancro della prostata, è ancora vivo ed in ottime condizioni, mentre Giuseppe....


La videosimulazione di domattina non sarà divertente, ma non potrà essere peggio, no.


La mia paziente con le metastasi orfane sparse ovunque ha fatto la PET che ha confermato una miriade di buchi ossei e di linfonodi metastatici, ha fatto anche una biopsia stamattina. Ne ho parlato con alcuni colleghi, qui, e mi hanno suggerito di cercare alla base della lingua. Il posto peggiore, mi dicono. Lo sapevo, accidenti, ma l'avevo scordato. Appena parlo col medico ospedaliero gliela butto lì.


I miei figli e mio marito stanno benissimo anche senza di me, pare. Questo è Bene.


Le mie ginocchia si sono messe a fare le bizze, non mi lasciano camminare, e soprattutto fare le scale. Peccato che qui a Oro il paese sia impraticabile per le auto e composto unicamente di scale selciate tra case arroccate. Vado a letto con aspirina ed un massaggio di olio canforato. Notte.

mercoledì 21 aprile 2004

TOH, CHI SI RIVEDE!!...

TOH, CHI SI RIVEDE!!


 


La biglia! Di acciaio brunito, adesso. Potrebbe aver fatto una vacanza alle Maldive tanto s’è scurita!


 


La dottoressa Capsicum è nuovamente tranquilla.


 


Assedio ambulatoriale degli ultimi giorni prima del corso di Varenna. Tutti hanno delle urgenze terribili, esami da farmi vedere (rigorosamente nella norma),vecchie artrosi entrate in fase di gravità assoluta negli ultimi dieci minuti, impellenti certificati per andare a nuoto ed incalzanti ipercolesterolemie necessitose di ... nulla, perchè la dieta non la vogliono fare!


 


I colleghi hanno insistito perchè non prendessi un sostituto esterno “Ti sostituiamo noi, cara Capsicum, in tre ti dedichiamo un’ora ciascuno e ti risolviamo l’ambulatorio”. Poi ho saputo dal segretario che hanno dato istruzione di accettare solo visite urgenti.


Ora, i miei pazienti sono tutti un poco strani come me. Se gli chiedi: è urgente? Ci pensano un poco e dicono: non lo so, in genere è la dottoressa che mi dice se è urgente....  Sono gente di paese, pigliano un antidolorifico e aspettano me. Poi quando torno scopro un paio di coliche renali, una broncopolmonite, cistiti varie, cisti suppurate, cuori scompensati, casini d’ogni genere. Tutti a casa ad aspettare me. Dottoressa, si, avevo male, ma il suo impiegato mi ha chiesto se era urgente, proprio urgente non sapevo cosa dire, non lo so, ho risposto, magari richiamo, poi sono stata tanto peggio che mi hanno ricoverata e allora dopo che mi hanno dimessa ho aspettato lei.


 


E al mio ritorno vedo sessanta persone al giorno per i primi tre o quattro giorni. E ne sento un’altra ventina per telefono.


 


A proposito, sapete che mediamente ho novecento contatti e passa ogni mese? Tra visite, ricette e telefonate.


Così per stavolta passa, ma a novembre ho già prenotato un mio caro amico, molto bravo, che si occuperà della platea dei miei datori di lavoro quasi meglio di me. Anzi, meglio di me e basta.


 


Adesso che il corso si avvicina mi sento un poco intimidita. Saranno tutti tanto più giovani, tanto più svelti, più freschi di biochimica e farmacologia, più aggiornati, tanto più entusiasti.


Ma più giovani, soprattutto. Di quelli che non si stancano mai, mentre io alle dieci amo andare a dormire, se posso. Di quelli che una birra in più non se ne accorgono, mentre a me calano i riflessi. Di quelli che una cena pesante la digeriscono, mentre io cerco ristoranti piuttosto buoni per digerire bene quella quantità limitata di cibo che fornisco al mio stomaco attempato.


Giovani, abitanti diversi del mio stesso pianeta. Giovani che non sono figli.


Ah, vabbè, ognuno ha i suoi punti deboli, no? A me rogna invecchiare e questi dannatissimi ragazzi mi impediscono di dimenticarmene.

domenica 18 aprile 2004

PANE VITAMINIZZATO ...

PANE VITAMINIZZATO


 


Ho comprato uno dei libri di Hervè This, Pentole e provette, ed ho deciso di tentare l’uso della vitamina C (acido ascorbico) come additivo per favorire una buona lievitazione del pane. Così me ne sono procurata una confezione da cento grammi e ne ho aggiunto una punta di cucchiaino al solito impasto del pane integrale. Risultato: assolutamente ottimo! Sofficissimo e fragrante. Nessun cattivo influsso sul sapore: anzi mi pare migliore del solito. Per inciso decisamente superiore al pane integrale di qualunque panettiere di mia conoscenza. Ora, giusto per completezza d’informazione, ecco la ricetta.


 


Ieri sera ho preparato una biga con 300 gr di farina integrale di kamut (16% di proteine), trecento grammi d’acqua calda e quattro grammi di lievito di birra. Ho messo a riposare sino alle dieci di stamattina.


Ho messo nella ciotola dell’impastatrice 500 grammi di farina 00 bio, cento grammi d’acqua calda, venti grammi di sale, una cucchiaiata di strutto, una punta di cucchiaino abbondante di vitamina C pura cristallina, altri 4 grammi di lievito sciolti in 50 grammi di latte ed ho impastato col gancio a spirale per quasi un’ora a bassa velocità.


Ho lasciato raddoppiare di volume, ho rovesciato l’impasto sul tagliere, ho sgonfiato e , lavorando coi pollici, ho confezionato quattro grosse spolette. Le ho coperte con un foglio di plastica e poi con un tovagliolo ed ho lasciato lievitare circa due ore  e mezzo. Ho spennellato la superficie con olio d’oliva ed ho cotto in forno temperato a 200 gradi con la solita teglia d’acqua sul fondo per circa quaranta minuti.


 


Nel frattempo Andrea ha INGOIATO la BIGLIA D'ACCIAIO (vedi sotto), così ho lasciato a mio marito il compito di vegliare sulla cottura: è stato bravissimo.


 


Il pediatra ha suggerito di far mangiare al piccolo siderofago molto pane e molta pasta: con una adeguata quantità di nutella credo che non ci saranno problemi!!


 

PRIMAVERA

PRIMAVERA


 




Colpita dal desiderio di novità, ho investito una discreta cifra in euro nell’operato della mia parrucchiera. Mi sono procurata una quantità di cosiddetti colpi di sole che hanno trasformato il mio caschetto castano in una roba striata di rossiccio e di biondo. Il marito ha mostrato evidente soddisfazione per il risultato.


 



Anche mio figlio è stato travolto dal desiderio di nuove esperienze: ha deciso di testare la digeribilità dell’acciaio ingerendone una sfera del diametro approssimativo di un centimetro. Una radiografia ha appurato che nel giro di un’ora la biglia era già arrivata nell’intestino tenue. Ora mi toccherà vigilare sulla ... produzione dei prossimi giorni. E, naturalmente, trovare qualcuno che lo faccia al posto mio mentre sono al lavoro....


 



Solo ieri nondevoverificare rimarcava l’avventurosità della vita d’un genitore. Ecco, cara, aggiungi pure questo.

giovedì 15 aprile 2004

FISHERMAN'S NEWS Tr...

FISHERMAN'S NEWS


Tra un ciclo di chemio e l'altro, trova il tempo d'andare a pesca quasi tutti i giorni. Mangia di tutto e di più, nonostante il vomito dei giorni dopo chemio. E' cresciuto persino di un chilo. E i globuli bianchi vanno bene.

mercoledì 14 aprile 2004

GUARDINA MEDICA For...

GUARDINA MEDICA


Forse sono troppo severa col collega che ha ricoverato con la forza il mio paziente matto. Ma odio dover dire "l'avevo detto".


L'avevo detto. Al Primario, quando per una prima visita psichiatrica concordata col pover'uomo fortunosamente e con miracolosa opera di convinzione, me lo assegnarono ad una specializzanda del primo anno. Il Primario, bisogna dire, si incazzò ferocemente me presente, e fece una spiega con parole durissime a tutto lo staff riunito. Ottenni un appuntamento con uno psichiatra, non con un giovane medico in odore di psichiatria, ma non servì a nulla. Credo che non mi credette, credo che se la sia risa della mia diagnosi, parto di una presuntuosa dottoressa di famiglia, ma vista la sgridata primariale, mi telefonò, come dire, per rassicurarmi d'aver eseguito l'ordine ricevuto. L'avevo detto anche a lui, in quell'occasione: ricordati di questo poveretto se mai capiterà che abbia un delirio florido e burrascoso.


Ora in realtà sono contentissima che l'abbia ricoverato: il ricovero in se è una gran bella cosa opportuna. E' in grave e piena fase maniacale. Ha appena dilapidato la sua intera pensione  più lo stipendio della moglie per farsi stampare ottocento cartoncini d'auguri col ramoscello d'ulivo da inviare a tutto il personale del Centro Commerciale. E' anche  in piena fase bulimica con una glicemia che passa i trecento a digiuno. Ha sfiorato la querela per aver versato acido solforico sulle radici di un enorme albero nel giardino di una villa perchè i rami gli davano noia. Per la verità è stato il Maresciallo della locale Stazione a convincere il proprietario dell'albero e della villa a ritirare la querela: apprezzo molto i Marescialli: sono spessissimo persone piene di buonsenso e diplomazia. Ha dei livelli di adrenalina pazzeschi che gli hanno mandato il già malandatissimo cuore in scompenso. Ergo, il ricovero andava benissimo, non c'è dubbio alcuno.


Quello che mi è dispiaciuto è stato il modo. Il collega si è evidentemente preso paura, se è arrivato ad alzare le mani. Il pover'uomo non dovrebbe far paura a nessuno, tra l'altro non ha mai picchiato nessuno in vita sua, ma certo alza la voce, grida. Uno psichiatra non si dovrebbe mai e dico mai spaventare per quattro urlacci. Forse attorno c'era molta concitazione, va bene, forse a menare  ha cominciato qualcun altro, va bene anche questo, ma rimane il fatto che uno psichiatra degno di questo nome dovrebbe riuscire a metabolizzare la propria ansia e quella di uno psicotico contemporaneamente, dovrebbe essere addestrato a farlo, dovrebbe riuscirci.


Nessuno è perfetto, ok, tutti possiamo sbagliare, ok, però in quei momenti tu sei lo specchio in cui il paziente si guarda. Se l'immagine che rifletti è serena, anche il paziente, piano piano, si vede rasserenato e si convince, non a parole, perchè le parole sono inascoltabili in quei momenti, ma senza parole che non c'è motivo di agitarsi, che le cose stanno andando meglio, che le acque si calmano, e che accanto a lui c'è un alleato, non un nemico, qualcuno che può inglobare in sè, sentire NELLA sua parte, non DALLA sua parte, non so spiegarvi bene in poche parole la differenza, ma è sostanziale, sono momenti in cui queste persone perdono i confini, sono in pieno panico da liquefazione. Debbono vedere una tazza in cui riversarsi, non un deserto di sabbia in cui perdersi.


Non sto mica dicendo che sia facile, no. Sto dicendo che non puoi aver fatto sei anni di medicina, quattro di psichiatria, dieci o dodici di lavoro clinico e non esserne capace.  Con un malato violento solo a parole come il pover'uomo. Oppure, puoi, ma non ne dovresti andar fiero, neppure un po'.


Adesso qualcuno potrebbe dire che è troppo facile per me, che da anni sono stata nominata "sorella onoraria" dal pover'uomo, dare questi giudizi. Ma il fatto è che il l'avevo detto. L'avevo detto proprio a quel collega lì.


Comunque il ricovero in sè non è affatto male. Solo, bisognerebbe convincerne il pover'uomo. Cosa che la sua avvocata/medico/sorella onoraria sembra al momento candidata a fare.


Ora, per qualche psichiatra che si fosse sintonizzato su questo blog/canale solo ora, in venti anni di lavoro, di cui dodici di guardia medica un poco ovunque in Regione, non ho MAI  eseguito un trattamento sanitario obbligatorio. Ho ricoverato un sacco di matti in piena crisi, ma tutti col loro consenso. Una volta avevo dei grossi dubbi che il matto in questione potesse cambiare idea, così mi sono portata dietro i carabinieri, uno  in ambulanza con me e con il matto, e uno  in macchina al seguito. Questi scalpitavano un poco a starmi ad aspettare mentre lo psichiatra di servizio in reparto si alzava, si vestiva e veniva a fare materialmente il ricovero, mi guardavano pensando che fossi piuttosto matta anch'io mentre fumavo una sigaretta dopo l'altra col matto in questione, ed avevano anche dei dubbi sulla procedura. alla fine, prima di andare via, uno dei carabinieri mi chiese: "Ma non ha compilato nulla, non abbiamo chiamato i vigili, non abbiamo mandato a firmare nulla dal Sindaco, non abbiamo avuto nessuna ordinanza, si può sapere che razza di ricovero obbligatorio abbiamo fatto?". "Noi non abbiamo fatto NESSUN ricovero obbligatorio, signori. Ce lo siamo tenuto di riserva, ma non è stato necessario. Come avete potuto osservare il signore non ha avuto nulla in contrario a farsi curare. Avete fatto della panchina. Validissimamente, per cui vi ringrazio".


I matti veramente violenti sono, grazie a dio, pochi. E non ti danno il tempo di fare ricoveri obbligatori, in genere. Fanno le loro tragiche cazzate senza preavviso. Ammazzano, si ammazzano, ti lasciano da curare solo cadaveri. E ho visto anche questi.


Chi grida al lupo grida aiuto.


E smetto qui, prima di esagerare.

GUARDINA Ok, forse ...

GUARDINA


Ok, forse potrei ottenere un permesso sulla parola per la mattina di domani per il mio Cliente, a patto che accettasse di rientrare entro il primo pomeriggio. Nessuna cauzione. Basterebbe che io me ne facessi garante, il che significa, presumibilmente, che in qualità di suo medico? /avvocato? dovrei garantire non solo il suo pronto rientro tra le mura ospedaliere, ma anche l'astensione da litigi, alterchi, discussioni, contrasti oltre che da qualsivoglia dimostrazione di turbamento e/o insanità.


Sono (posso dirlo?) codesti miei colleghi dei veri pezzi di *****. Vogliono dirgli di no senza assumersene la responsabilità, ergo girano la palla a me e sostengono che la responsabilità di negare il permesso d'uscita sarebbe solo mia, perchè loro, a queste condizioni, lo darebbero.


Il Capitano Achab fa scuola anche in psichiatria. Farisaismo imperante. Bene dici, caro Tony: "non ci si può fidare di uno che ti ritiene pazzo".


Lui, il pover'uomo, deve pagare una cambiale che scade. Forse non è neppure vero che ha una cambiale che scade. E a me pare persino irrilevante che abbia o no la cambiale che scade. Mi pare, invece, molto rilevante il fatto che lo psichiatra sul territorio, cui l'avevo raccomandato mesi fa come un paziente importante, da tenere presente, da approcciare con gentilezza per ottenerne la piena collaborazione, non abbia saputo fare di meglio che farlo ammanettare, prendere di peso per mani e piedi da una manica di vigili incazzosi e rinchiudere in Reaprto, "contenuto", come mi è stato riferito, il che significa legato a letto, con la famosa camicia di forza che esiste ancora, sissignori, esiste.


E adesso, fidati di me, eh?


 

PRESAGIO

PRESAGIO


 


Questa notte sono stata colpita da un Presagio.


Un Presagio non è altro che un’ondata di sofferenza indicibile che si trasmette fino a te attraverso il tessuto dell’Universo.


Non sai da “quando” proviene. Talora non sai neppure esattamente da chi o da dove proviene. Talaltra lo sai, ma in questo secondo caso è perfettamente inutile cercare di mettere in guardia l’interessato: non ti crederà.


Si tratta del destino di Cassandra.

martedì 13 aprile 2004

SCIOPERI Mentre Pan...

SCIOPERI


Mentre Pannella faceva lo sciopero della fame/sete, un mio paziente/amico intraprendeva lo sciopero della comunicazione.


A seguito di un violento litigio con uno sconosciuto in un centro commerciale, è stato arrestato. I tutori dell'ordine si sono, fortunatamente, resi conto che delirava e così da tre giorni è ricoverato nel reparto psichiatrico del locale ospedale generale. Stasera mi telefona la moglie informandomi che gli ha potuto parlare e lui le ha chiesto di riferirmi che non parlerà con nessun medico,non aprirà bocca con nessuno, vivaddio neppure col Primario, se prima non gli verrà consentito di parlare con "la sua dottoressa".


Mi sento Perry Mason, questo pover'uomo fa confusione tra medici e avvocati, ospedali e prigioni (o forse non si confonde affatto, eh?), ma il messaggio è chiaro: aiuto, sono in prigione innocente. INNOCENTE!!! vienimi a liberare!


La malattia mentale è spesso un problema di comunicazione. Io stessa sono parecchio matta, quindi potrei definirmi una specie di poliglotta.


Comunque nessun avvocato può tirarsi indietro quando un cliente lo chiama dalla guardina. Vi farò sapere come è andata. Intanto dite una preghierina per me. E per lui. Non si prospetta mica una passeggiata, no.

sabato 10 aprile 2004

PASQUA Quest'anno a...

PASQUA


Quest'anno arriva in sordina, dalle mie parti. Pasqua al Sud è un'altra cosa. Me lo ricorda paroledisicilia nel suo ultimo post. Quaggiù al Nord Venerdì Santo si è consumato in una luce grigia e piovosa, silenziosa. Pochi regali, che vogliono dire pochi malati seri, poca gente costretta a ricordarsi del medico. Questo è Bene. Amo occuparmi solo di esamini di controllo, di scartoffie, corsi di aggiornamento, piccole medicazioni, faringiti, qualche glicemia. Mi godo questa primavera tranquilla.


Se è vero che nulla che sia molto molto bello o molto molto brutto dura molto molto a lungo, spero stavolta di imbattermi in una fortunata eccezione.


Molti auguri a tutti noi.

mercoledì 7 aprile 2004

VARENNA 2

VARENNA 2


 


C’è un piccolo posticino sopra Varenna, con un B&B a prezzo contenuto. Ho beccato l’ultimissima sistemazione, in mansarda! Promette d’essere suggestivo! La signora sapeva già tutto del corso: due miei colleghi avevano prenotato le altre due stanze. Evvai!


Intanto l’Hotel Galattico Villaviendalmare ha richiamato tre volte per sollecitare una mia prenotazione, la prima dicendo che erano strapieni ma proponendomi un albergo accanto, la seconda ventilando la possibilità di una stanza da loro, la terza ricordandomi che le stanze ancora disponibili erano poche. Alla fine ho detto chiaramente che in ogni caso avrei trovato un posto meno lussuoso e più economico, visto che non ho nessuna Azienda che mi sponsorizzi. Ho sentito un sospiro dall’altra parte del telefono.


C’è crisi, c’è grossa crisi...


 


Oggi era l’ultimo giorno di scuola. Niente compiti per domani, quindi giochi con gli amichetti per il piccolo e riunione scout per il grande.


 


Ho infornato una profumatissima torta di riso, l’odore scivola per le scale fino al piano terreno e sale fino all’ultimo. Ognuno dei miei vicini, rientrando a casa, rimarrà deluso non trovando la torta in tavola.....

martedì 6 aprile 2004

VARENNA Mi sono isc...

VARENNA


Mi sono iscritta ad un corso che si prospetta piuttosto interessante, sul tema delle cure palliative. Costoso. E mi sono trovata difronte ad una proposta alberghiera da nababbi.


Io, lo confesso, da qualche parte dentro di me rimango convinta che una caramella gommosa di menta costi una lira, dieci per dieci lire, in alternativa due caramelle ripiene per lo stesso costo, un ghiacciolo lire venticinque ed un cono due gusti lire quaranta. Nella mia testa euro 516 sono uguali ad un milione, un milione e cinquantatremila lire erano il budget mensile mio e di mio marito nel primo anno da sposati, riuscivamo pure a risparmiare, mi sembravano tanti e, perdonate, mi sembrano tanti ancora.


Così spendere un milione di lire IN PIU' per sei giorni di pranzi e cene alberghieri mi ha fatto balzare il cuore nel petto, girare la testa, impossibile, mi sono detta. Il classico schiaffo alla miseria.


Sono alla ricerca di una soluzione creativa. Non a Varenna, impossibile, da quanto ho visto. Ma a Bellano, forse...


Sono graditi suggerimenti.


Intanto sabato vado in avanscoperta col marito!


(P.S. credo che per la maggior parte dei partecipanti il problema si ponga in termini diversi: in genere pagano gli ospedali o le usl da cui dipendono. Probabilmente sarò tra i pochi a pagare di tasca propria.....)

sabato 3 aprile 2004

PENSARE NON E' DIFFI...

PENSARE NON E' DIFFICILE. IL DIFFICILE E' RACCONTARE QUELLO CHE SI E' PENSATO (T. Pratchett)