lunedì 29 marzo 2004

GIOVEDI'

GIOVEDI'


Giovedì mattina niente pazienti. Lezione di informatica al giovane tirocinante. Argomento: la cartella clinica computerizzata con annessi e connessi.


Il giovanotto di turno è un dispersivo, uno che ti fa cento domande. Molto bello da un certo punto di vista, perché ti fornisce molti spunti e chiaramente raccoglie tutto quello che gli fornisci. Ma pericoloso, perché se non reggi attentamente il timone di questa giostra finisci col perdere la rotta e col non fornire i contenuti che ti eri programmato.


 



Questi ragazzi sono veramente la croce e la delizia per chi insegna. Se ne avessi il tempo (solo nove giorni, accidenti) potrei provare ad insegnargli ad osservarsi, a verificare il proprio comportamento. Una cosa difficile, ma importantissima per chiunque gestisce una relazione, vuoi con un paziente, vuoi con un allievo, o con un professore, o con un collega di lavoro. Questo gli permetterebbe di fare un vero salto di qualità. Ma domani sarà l’ultimo giorno della sua frequenza: trenta ore in tutto, minimo sindacale.


Andiamo a mangiare un boccone, poi una visita.


 


“La persona che andiamo a visitare, gli spiego, è una signora gentilissima e molto curata, purtroppo caduta in miseria negli ultimi anni per una serie di vicissitudini familiari. Qualche settimana fa ha avuto un episodio febbrile con imponente edema del collo. L’ho ricoverata ed è rientrata a casa ieri. La particolarità è che lei non legge mai i referti. Li conserva chiusi e li fa leggere a me. Io dovrei poi riferirle “tutto”. Il problema è sempre capire quale “tutto” lei desidera sapere. Certamente vuole sapere tutte le notizie positive. Di quelle negative di volta in volta mi fa capire cosa è disposta ad accettare e cosa no.”


“Ma che cos’ha? Quale è la diagnosi?”


“Ah, questa poi! Lo scopriremo più tardi. E’ come la settimana enigmistica: per i giochi facili vai a pagina 37 a vedere le soluzioni. Per i Concorsi aspetti di leggerle due settimane dopo. Se la soluzione non c’è ancora, proveremo a giocare con i nuovi indizi”



 


Entriamo in una corte, un incrocio tra una strada di campagna ed un cortilone che collega vari condomini, in una zona della periferia vicina al greto del fiume. Panni stesi, auto e moto parcheggiate fittamente, bidoni, un mucchio di mattoni temporaneamente stoccati in un angolo, un cancello in fondo oltre il quale c’è ancora campagna verso il Reno. Parcheggio accostata ad una vecchia siepe d’edera, mentre il ragazzo borbotta qualcosa sulla antigenicità di stendere “in mezzo alla polvere”. Ragazzo moderno. Ragazzo ricco.



 


In certi racconti di fantascienza ci sono porte che si aprono su universi o pianeti immensamente lontani. Tu le varchi e con un solo passo ti trovi in un altro modo. La porta di casa di I. è così: ti fa accedere ad un luogo diverso, chic e civettuolo, elegante, raffinato. Nulla di lussuoso, sono gli abbinamenti di colori, la pulizia, la ricercata naturalezza degli accostamenti che creano l’atmosfera.


Parliamo, guardo la lettera di dimissione, la porgo allo spilungone da leggere, parliamo ancora, lei si allontana un attimo per rispondere al telefono e il ragazzo mi bisbiglia: “ma allora ha un cancro?” Faccio cenno di si.



 


I. ritorna, ci sediamo sul letto, mi spiega:


“Economicamente non ce la faccio più, i miei fratelli non mi possono aiutare, o non volgiono, è lo stesso, sono giunta alla decisione di vendere la nuda proprietà della casa per tirare avanti, mia nipote prenderà quel che avanza, se ne avanza. Ma ho bisogno di sapere quanto tempo mi resta, debbo fare i miei conti. Lei ha letto il mio referto, sa che non li leggo mai. Ho un tumore? E di che tipo? E cosa comporta?”


“Glielo saprò dire dopo il prossimo esame, la biopsia”


“Bene, perché io non lo voglio sapere da “loro”, voglio saperlo da lei. Ci parli, con “quelli lì’” e glielo dica. Mi sembra meglio se me lo dice lei, ha un più bel modo di dire le cose, e mi aiuta a capire. Lei sa cosa ho bisogno di sapere ed io so che posso contare sulla sua sincerità.”


Ci salutiamo, andiamo fuori.



 


Sto zitta, certe volte ho bisogno di tacere.


E’ un’epidemia.


mercoledì 24 marzo 2004

SORPRESA!! Il tiroc...

SORPRESA!!


Il tirocinante è alto due metri circa, possiede un ottimo stetofonendo Littman, come previsto è arrivato un pochino riluttante il primo giorno. Il secondo ha tolto una sutura, ha fatto due medicazioni, ha visitato una ventina di pazienti, mi ha subissata di domande ed ha avanzato un paio di idee piuttosto buone. Ha anche messo le mani nel computer e sembra piuttosto svelto nell'apprendere. Scrive a macchina con due dita sole, però.


Diagnosi accertata: aveva idee strane sul lavoro del medico di famiglia.


Terapia effettuata: di tipo cognitivo comportamentale.


Esito: guarigione.


Vostra Capsicum

domenica 21 marzo 2004

SUPERMERCATI E TELEF...

SUPERMERCATI E TELEFONATE


 


Sono impegnata nella spesa della pausa pranzo al supermercato; mentre mi impadronisco di un carrello squilla il telefono


“pronto, è la dottoressa Capsicum?”


“Si, chi parla?”


“Ah, senta, io, ecco, sono uno studente di medicina, io chiamerei, insomma, ho letto il suo nome e volevo sapere..


“lei deve essere il mio prossimo studente tirocinante, giusto?”


“si,ecco, io vorrei avere alcune informazioni, forse potrei parlarle lunedì


“meglio parlare adesso, lunedì mattina io ho accesso libero, troveremo almeno una decina di persone davanti alla porta ad attenderci”


“ecco, innanzi tutto, dove si trova esattamente lo studio?


 


Spiego dove.


“Ma è lontanissimo da casa,”


“Non direi, da dove mi ha detto che abita basta prendere il 14 che la lascia proprio alla porta dello studio”


“Ah, ma io giro in ciclomotore”


“Meglio ancora, in dieci, quindici minuti è qui, ottima scelta, anche io abito in centro ed uso spesso il ciclomotore”


“Insomma, devo proprio venire tutti i giorni? E poi è il mio ultimo tirocinio, ho da studiare io, ho già fatto cinque mesi di ospedale, insomma, non si potrebbe fare una cosa più intensiva?”


“Più di così? Ma se sono solo nove giorni? Lei deve venire dalle nove alle dodici ogni mattina, per un totale di circa trenta ore, come richiesto dalla Facoltà. Se preferisce altri orari mi dica pure.”


“Ma lei non fa ambulatorio al pomeriggio?”


“Certo: dalle quindici alle venti circa, il martedì e il giovedì. Lo preferisce?”


“Sino alle otto di sera? No, grazie. Ma almeno alcuni giorni posso restare a casa?”


“Se ha un esame da dare me lo dica pure, cui mettiamo d’accordo.”


“No, non è questo,ma vorrei dire”


“Lei vorrebbe evitare di venire, capisco. Può accordarsi con la Segreteria di Facoltà per spostare il suo tirocinio, o per farsi assegnare ad un altro Collega.”


“No, non è questo. Almeno la seconda settimana, la debbo proprio fare tutta?”


“Senta, lei ha frequentato in ospedale, questa è una cosa diversa. Nove giorni sono pochi per farle vedere e fare tutte le cose che mi è stato chiesto di mostrarle. Mi creda, non è affatto come si aspetta. Intanto venga lunedì mattina, poi si renderà conto da sé.”


 


Sospira, si arrende, ma non mi illudo: solo  per il momento. Questo qui sarà un osso duro. Non ha mica capito niente del nostro lavoro, è una specie di sindacalista/studente e probabilmente ha delle idee strane sul medico di famiglia. Chissà, pensava di cavarsela con due ore scarse nel pomeriggio, dicono così di noi in ospedale “Medici di famiglia? Due ore al giorno in ambulatorio a fare ricette, ignoranti e fannulloni”Spero che si porti dietro il camice ed un fonendoscopio. La fanciulla che l’ha preceduto non lo portò il primo giorno, e quello che portò il secondo era una schifezza, non si sentiva nulla. Per forza non aveva mai capito i suoni  polmonari! Non li sentiva!


Ad ogni buon conto ne ho un paio in più nel cassetto, naturalmente.


Finisco la spesa, la carico in macchina e torno a lavorare. Fino a sera.

giovedì 18 marzo 2004

SALUTI Ques...

 


SALUTI


Questa è una notte silenziosa. Oggi pomeriggio ho visto i primi narcisi sbocciare, una bambina bellissima appena nata, una vecchia signora molto triste, e altro. Stasera ho preparato dei tortini di carote e mandorle, soffici e leggeri come piume. I miei figli dormono già. Buonissima notte a tutti

domenica 14 marzo 2004

IL CORAGGIO ...

 


IL CORAGGIO DI IMPARARE.  E QUELLO DI ACCETTARE.


 


Il Pescatore è dimagrito. Così asciutto, con gli occhi intensi ed i capelli grigi, il viso segnato dal sole, ma più pallido del consueto, ha più che mai  uno sguardo di sfida.


Entra, s’appoggia di spalle alla mia scrivania, le mani in tasca, mi saluta: Ciao.


Ci penso dopo che forse le tiene nascoste le mani, nasconde la magrezza vera, non forte, ma smunta, che lo ha preso.


Non lo sentivo da settimane, ho saputo dalla Figlia che ha cominciato la chemio,  che è convinto che sia una presa in giro e si fa beffe di lei, credulona, pronta a farsi tranquillizzare dagli oncologi. Mi manda il primo emocromo da leggere e gli scrivo un messaggio sul foglio da ricettario. Non premeditato, mi scappa. Gli chiedo se ce l’ha con me e perché non si fa vedere di persona. Ecco perché è qui, oggi, perché mi guarda dritto in faccia, perché rimango in piedi di fronte a lui e so che tocca a me chiedere, e non so cosa dirò, fino a che le parole vengono da un punto imprecisato della mia mente, o del mio cuore, forse, sorprendendo me pure.


 


“Come ti trovi in questa situazione?”


Guarda di lato, alla sua destra, in basso; scuote appena la testa e con la voce calma, apparentemente serena


“Ti dirò, dice, non lo so.


La parte più difficile è arrivarci, capisci.”


Lui mi guarda, e vede che non capisco


“Arrivarci, voglio dire smettere di correre qui e là, l’esame, la visita, questo, quello, e intanto fai finta di non vedere, non vuoi renderti conto, eviti i loro sguardi e loro guardano da un’altra parte. Perché non volevo capire, sai? Ma poi mi sono visto, mi vedi anche tu...”


E si tocca le braccia, indica il corpo smagrito, io li guardavo già, e anche le dita, forti e nodose, ora ridotte come quelle di uno scribacchino, sottili, bianche


“non si può continuare a far finta, bisogna farlo il passo, quello di accettare. E appena lo fai diventa tutto più facile. O almeno non facile, accidenti, ma non impossibile ... “ e gli scappa una risata amara.


“Accettare?”


“Si, accettare, smettere di illudersi, guardarsi in faccia, accettare. Quello che è, quello che succede, dove sto andando.


“Ma c’è una cosa che non posso accettare, anzi due cose. Intanto quella di essere diventato un povero culo. Un povero culo, vedi, non mi frega di avercene poco, di tempo, ma quel poco che me ne faccio se non sono più in grado di fare nulla? Io non voglio essere qui”


E mi fa il gesto di chi lancia la lenza


“Con questa neve? Mica vorresti andarci oggi a pescare?!”


“No, oggi no, ma comunque...


Io finirei la frase per lui così facilmente, ora che il tempo si rimette un poco, no, forse la forza di andarci non l’avrai. Ma taccio, lo spazio è suo, ascolto.


 


“E comunque essere un povero culo per la gente, quegli stronzi che ti si avvicinano e ti chiedono come stai. Ma perdiana, cosa mi chiedi, non si vede come sto? Non me lo chiedere, e soprattutto non mi guardare così. Io non lo tollero di farmi compatire, la loro pena così soddisfatta la vadano a dare a qualcun altro. E allora non vedo nessuno!! Non voglio vedere nessuno, non voglio parlare con nessuno!


E poi ho paura dell’altra cosa, lo sai, tu certo ne hai visti tanti, ma anche io sono abbastanza vecchio da averne visti un po’. Urlano per il dolore, sai? Persino quando sono in coma gridano! E io sono al quarto stadio. Quarto stadio! Cosa mi debbo aspettare?”


Ora tocca a me, gli spiego cosa vuol dire quella stadiazione, prima gli chiedo cosa gli hanno già spiegato gli specialisti, nulla, naturalmente la risposta è “nulla”. Mi dispiace, gli dico, doverti raccontare io questo, non è una bella verità, ma se ti raccontassi balle tu le confronteresti con la realtà e capiresti che ho mentito e allora tra noi non ci sarebbe più nulla da dire. Lui annuisce con forza, e aspetta.


Continuo a esporre cosa ci si può attendere dalla chemio, quanto tempo ci vorrà per capire se funziona o no, preferirei potergli dare delle certezze, anche pessime, ma mi tocca dirgli  di questi due mesi di attesa prima della tac di controllo, nei quali non sappiamo, e possiamo temere tutto, e persino sperare un po’. Ora debbo parlargli del dolore. Ci sono mezzi, dico, per controllare il dolore. Ci sono medici che non se la sentono di farlo, ci sono credenze assurde che gli analgesici abbrevino la vita, ma sono stronzate. Gli studi dicono che la sedazione del dolore la allunga invece, la vita, perché il corpo che non soffre .. E qui mi interrompe. “E’ chiaro dice, soffrire è fatica, soffrire ti consuma prima, ti uccide prima”


Io lancio la mia offerta. Questo è lavoro mio, se mai ne avrai bisogno ci penserò io. A casa, in ospedale, non importa, basta che mi fai chiamare. Io spero che questo non sarà necessario, ma se dovesse esserlo, se dovesse servirti...


“Si, va bene, se mi servirà me ne ricorderò”


 


E poi vorrei dirgli ancora qualcosa, a quest’uomo così brillante, così più in alto delle altre menti, perseguitato dalla stupidità umana e infastiditone sino all’ultimo, e lo dico. Perché badi alla gente? Che ti importa di loro, non sai che non capiscono? Fanno finta di non sapere che toccherà a loro


“Ah, ma li invidio, invece! Maledizione, era la sola cosa che sognavo, di prender sonno e di prenderlo del tutto, così semplicemente. Una morte da ricchi, una morte di lusso. Senza sapere, senza capire, senza aspettare. E li invidio non sai quanto questi che non capiscono, e non guardano mai avanti e se guardano non vedono, così  presi da quattro piccole stronzate, davanti alla televisione come galline alla cova, e sono felici, e mi fa rabbia, è una felicità da poco, è vero, la felicità degli stupidi, una felicità non conosciuta, ma è una felicità, non me lo puoi negare!”


Ah, no, questa non passa, amico mio. Quale felicità? Non sono in grado neppure di capire cosa è soffrire o essere felici, galleggiando come tappi tutto il tempo, inebetiti davanti a Sanremo, la capacità di essere felici si paga con quella di soffrire, non lo sai? C’è un prezzo per tutto, e questo è il suo. Preferiresti non avere mai conosciuto neppure la differenza? Preferiresti non saperla neppure riconoscere la felicità? Preferiresti essere sempre stato cieco solo perché ora sei al buio? E non averla mai guardata in faccia la vita, in cambio del lusso di non vedere, adesso, la morte?


Ha aperto gli occhi, un piccolo sussulto, ora è vicino al lavabo, cammina un po’ in tondo, con gli occhi a terra, poi li solleva e mi guarda di nuovo:


“Sai, non l’avevo mai vista da questo punto, mi dai da pensare”


 


Parliamo un poco dei prossimi giorni, della Figlia che gli sta addosso, che non capisce, che non cresce


“E io avrei la tentazione di darle uno spintone, di scuoterla, ma proprio così, con una manata, ahò, aprili quegli occhi, accidenti, e mi chiedo adesso cosa farà, cosa farà, eh?”


“Imparerà, imparerà qualcosa, dai genitori si impara, no?”


Ride ancora, un poco amaro...


“Ah, vedi, non credo di essere stato un gran che come padre. E’ la distanza, vedi. C’è questa distanza, tanti anni, almeno trenta, come chilometri attraverso cui non si riesce a farsi sentire la voce. Ma ad un certo punto, crescendo, questa distanza dovrebbe ridursi, diventare di meno, da trenta a dieci, due, forse persino quasi niente, e allora si potrebbe riuscire a farsi capire. Ma lei non cresce ancora, e io....”


Anche questo è un discorso che potrei continuare facilmente: tu, amico mio, tu non hai più tempo d’aspettare che si decida a maturare.


“E non è più tanto piccola, e poi non è vero che c’è una sola età per imparare. Io ho imparato che avevo diciassette diciotto anni l’A B C D, leggere, scrivere, lei ha cominciato prima, no? Adesso dovrebbe aprire gli occhi, se non adesso quando?”


 


Parliamo ancora, ci salutiamo, poi sulla porta continuiamo a parlare, torniamo indietro, ci stringiamo la mano di nuovo, alla fine è una telefonata che mi trascina via e che lo spinge fuori, dove la Figlia aspetta.


 


Perché, e questo non l’ha detto, negli ultimi tempi il Pescatore, ed è una cosa nuova per lui, ama farsi accompagnare.....


 


 

venerdì 12 marzo 2004

LETTERE DALL�ESILIO ...

LETTERE DALL’ESILIO


 


Sono isolata dalla Rete ormai da parecchi giorni, durante i quali la vita non ha smesso di scorrere.


Ogni sabato mattina accompagno mio figlio a scuola, ma prima passiamo dal bar per una colazione insieme. Abitiamo a quattrocento metri dalla scuola ed il bar è, naturalmente, nella direzione opposta, ma il sabato il mio ragazzo salta giù dal letto senza storie e contrattempi, si veste velocemente e allegramente, e mi sollecita anche: dai, mamma, si fa tardi, non vedi?


 


Sabato scorso, l’ultimo sabato di febbraio, siamo usciti sotto un cielo nuvolo e le prime briciole della nevicata che ci avrebbe assediati per due giorni. Subito dopo averlo lasciato sono partita per una piccola visita domiciliare. Al ritorno mi intercetta la Casa di Riposo: Rachele è peggiorata.


Dopo i tentativi di risolvere l’edema polmonare, dopo aver raccolto l’ultimo suo sguardo, dopo aver spiato l’ultimo respiro, ed il silenzio che segue, la pelle ancora calda sul torace pieno ormai solo di silenzio, dopo la carezza sulle palpebre presto rigide, dopo le scartoffie, i timbri, i certificati, m’accoglie, fuori, la neve.


E' sabato 28 febbraio 2004

DICIANNOVE GIORNI SE...

DICIANNOVE GIORNI SENZA BLOG!!!!


ACCIDENTI A WIND INFOSTRADA!!


Spero di esservi mancata quanto mi siete mancati tutti voi. Adesso farò una vera orgia blogosferica, il giro di tutte le case degli amici, non posso ancora inviare email, ma rimedierò anche a questo.


Un abbraccio


Capsicum

CONFINI. APPARTENENZ...

CONFINI. APPARTENENZE. LIBERTA’ E FELICITA’


 


Ho detto altre volte che sono sarda. Desterrada, in esilio cioè, ma imbevuta delle abitudini, tradizioni e modi di pensare della mia terra. Per giunta non sono più una ragazza, e neppure una giovane signora, quindi le tradizioni di cui parlo sono già un pochino stagionate.


Questa strana premessa è per parlare di appartenenza e di confini.


 


Una delle modalità di pensiero che non sono riuscita a modificare è quella relativa ai miei propri confini.


Ognuno di noi ha un confine fisico, quello del proprio corpo, e poi uno, più complesso e sfrangiato, che definisce la nostra psiche. Sfrangiato, si, debbo ancora conoscere qualcuno che riesce nettamente a delineare, riconoscere e descrivere i confini della propria psiche: credere di riuscirci è una cosa, poterlo fare veramente comporterebbe conoscersi esattamente, e questa è un’illusione. (Tra parentesi questo discorso sconfina nel difficilissimo, cioè  nella pretesa di stabilire un confine tra la salute e la malattia mentale).


 


Poi ognuno di noi ha il confine delle proprie appartenenze. Dalle mie parti sono appartenenze parecchio strette. Per esempio i miei cugini ed eventuali fratellastri sarebbero sullo stesso piano di parentela: fradilis e sorrestas. Non si dice cugino/cugina: si dice fratellastro e sorellastra. Ma non si tratta solo di parole, esse sottendono dei legami reali e profondi. Tra due sorelle la comunanza è tale che il figlio di una è figlio anche dell’altra, essendo il “fratello” dei suoi figli. Se mia sorella ha un dolore, una sofferenza, io mi commuovo nel pensarci, e non mi sto commuovendo solo per lei, ma per me stessa, sto piangendo anche per il mio proprio dolore che è una stessa cosa col suo.


Se incontro un mio “paesano” anche del tutto sconosciuto, anche nato a cento chilometri dalla mia città, questo “paesano” è quasi un parente.


 


La prima volta che mio marito mi accompagnò in Sardegna ricordo che si recò a vedere non so che vecchio deposito ferroviario. Il custode lo guidava cortesemente nella visita, fino a quando, nel parlare, non disse di aver sposato una sarda. L’atteggiamento cambiò visibilmente; venne offerto un bicchiere di vino e si telefonò ad un collega che era di riposo ma aveva le chiavi di altre sale, rimesse o che so io; il collega arrivò, brindò lui pure, e si partì per l’esplorazione dei più remoti angoli, si discusse, saltarono fuori vecchi cataloghi, ritagli di giornale, venne calorosamente presentato ad ulteriori colleghi, nuovo piccolo brindisi, infine saluti e inviti a “ripassare al più presto con la moglie”


 


Si tratta della filosofia/etica/modello sociale del Clan.


Il Clan, possiamo chiamarlo così in una accezione generale, è un modello assai più diffuso nel mondo rispetto all’amerricano schema individualista della “ricerca della libertà e felicità”.


 


Cosa offre il Clan: appartenenza, ruolo, identità, solidarietà. Offre una posizione ben precisa: sin da quando nasci sei un membro del Clan: una figlia, una nipote, una sorella, una cugina. Offre sostegno mentre cresci. Se è un buon Clan (ci sono chiaramente buoni Clan ed altri meno buoni) favorisce la tua crescita al massimo, ti spinge ad esprimere le tue potenzialità non solo nel tuo interesse, ma nello stesso interesse del Clan. Ti sollecita al matrimonio ed alla procreazione, si stringe attorno a te assistendoti nell’organizzare la tua casa. Tipico residuo del Clan sono le liste di nozze, i doni al neonato, le condoglianze e le veglie funebri. Tipico residuo del Clan è la famiglia tradizionale, quella dove la mamma è una sola e un  bacio è per sempre.


 


Quale prezzo bisogna pagare al Clan? Una auto limitazione della propria libertà nel senso di una disponibilità alla solidarietà nei confronti degli altri membri. Se uno si sposa gli devi fare un regalo. Magari ti sta antipatico, ma è tuo cugino/fratello/nipote e ti spetta di fargli un regalo. Magari volevi usare quei soldi per te stesso o per altri scopi, ma invece gli fai il regalo dovuto. Se un altro membro viene nella tua città per un giorno lo ospiti sul divano del salotto. Può darsi che sia una visita gradita, o anche che tu non lo sopporti, ma insisti comunque per ospitarlo. Se uno è malato gli fai visita, se un vecchio zio senza figli rimane solo e malato ti cucchi il tuo turno di ospitalità e assistenza. Se una giovane mamma deve rientrare al lavoro e non ha trovato posto al nido per il piccolino ti smaroni anche tu, con gli altri, per trovare una soluzione. Se la cugina zitella è depressa o va giù di testa te la tieni a pranzo la domenica a turno con altri, le telefoni ogni giorno e sopporti DI BUON GRADO i suoi lai. Se tua sorella/cugina/zia/nipote/nonna ha un problema, TU HAI un problema, e non ci dormi la notte magari.


 


Detto così pare una cazzata, un prezzo ovvio, piccolo, magari scontato, ma scontato non è. Comporta il fatto di tenere conto delle opinioni del Clan nel fare le proprie scelte. Comporta la disapprovazione e persino l’espulsione se si ha la cattiva idea di abbandonare le regole sociali accettate per abbracciarne altre. Per esempio se divorziate vi tocca farlo “coi dovuti modi”, con un buon motivo e rimanendo disponibili a prendervi cura dei figli, pena l’essere additati al pubblico ludibrio. Se per caso aveste voglia di vendicarvi sulla vostra ex moglie per gli anni di infelicità subiti, ecco che non lo potete fare a meno di non ottenere l’assenso del Clan. E comunque non potete coinvolgere i bambini, e se lo fate accettate la riprovazione e l’espulsione dalla rete di solidarietà. Se siete omosessuali e questo non è accettato dal Clan vi tocca fare vita casta oppure emigrare. Non scherzo: un caro amico di mia madre era omosessuale, ma visse sempre casto per non offendere la mentalità sociale cui egli stesso aderiva. Se vi pare un prezzo da poco questo! Provateci!!


 


Avanti, il Clan è una struttura sociale nota, solo che qui in Italia non funziona più. L’adesione si è spezzata, il prezzo non è più accettato, la Libertà irrompe nei nostri cuori, il Peccato alletta anziché intimorire. Vivere la propria vita, io sono Mia, andare verso il Futuro, godersi la Gioventù, restare giovani, Noi siamo i Giovani dell’acqua Fiuggi, rispettare le Scelte, imparare ad Amarsi, imparare a Dire No.


Si arriva persino ad indentificare il modello sociale del Clan con la sua più deleteria ed aberrante caricatura: la Mafia.


 


Siamo soli......


L’altra faccia della Libertà.


 


Ma se la solitudine fosse il solo prezzo da pagare, sarebbe ancora poco. C’è un costo monetario di questa nuova scelta sociale. E’ il costo dell’assistenza agli anziani, il costo della scuole materne e degli asili nido, il costo delle pensioni e degli invalidi, il costo dei portatori di handicap, il costo, enorme, esorbitante, della dilagante depressione, dell’onnipresente attacco di panico (eh, si, perchè ricerca della felicità significa anche fallimento quando questa felicità non la trovi, intollerabile fallimento, inammissibile, no?), il costo dell’infelicità, il costo, gravissimo e pericolosissimo, suicida, della denatalità.


Sono costi che dobbiamo pagare, non c’è santi.


Bisogna piantarla di fare delle chiacchiere sulle tasse e non tasse, sullo sviluppo e non sviluppo, l’americanizzazione porta questi costi, oppure....


 


Oppure.


 


Oppure lo scenario che vedete oltre oceano: i barboni che muoiono assiderati per le strade. La delinquenza minorile. La carcerazione, almeno una volta nella vita, per oltre un quinto delle persone. Il fallimento economico personale sempre più frequente per chi ha dei figli. La divaricazione della forbice tra i ricchi, sempre di meno e sempre più ricchi, ed i poveri, sempre di più e sempre più poveri.


Il costo della Libertà.


Il costo della Ricerca della Felicità.


Il costo della ricerca del Grande Amore.


Il costo della Libera Sessualità


Il costo del Diritto al Piacere.


La differenza con i costi del Clan?


E’ che questi costi potete illudervi, o sperare, che verranno pagati SOLO DAGLI ALTRI. Potete illudervi, o sperare, che per voi sia GRATIS. E infatti per qualcuno lo è davvero, mentre un altro paga con la vita.


Costi statisticamente distribuiti.


Amen.