martedì 24 febbraio 2004

lunedì 16 febbraio 2004

Sono, in genere, una...

Sono, in genere, una persona pacata e riflessiva, ma di questi tempi mi trovate un pochettino alterata. Ho deciso di lasciare da parte il consuelto self control alla Jane Austen e di dare alle stampe quanto segue:


 




OGGI SI PARLA DI POLITICA



 


Ah, e gli innamorati del Nostro Caro Premier, quelli incantati dal suo bel volto maschio e fascinoso, dal sorriso durbans tra gli occhietti botulinati, affascinati e mesmerizzati dalla voce suadente, dallo sguardo diritto e penetrante, possono restare lì a fremere di rabbia o cambiare pagina.



 


Già sta faccenda di chiamarlo Premier mi si ferma a livello del cardias rifiutandosi di procedere per lo stomaco fino a che non mi reco in bagno a rigurgitare. Perchè si chiamava Primo Ministro o anche Presidente del Consiglio, prima che la televisività di un termine facesse aggio sulla sua correttezza linguistica. Perché classicamente Premier era un titolo da Dittatore Sovietico, da Francisco Franco, da sedicente unto del signore o giù di lì.


 


Ma je m’en fiche dei termini, andiamo al sodo. Io sono una poveretta, con orizzonti limitati, guardo solo alle mie faccende, alla mia casa, alla mia famiglia ed al mio lavoro. Questo pavoncello imbellettato mi sta sabotando il mio lavoro, ecco cosa.


Lasciamo perdere i termini della riforma della sanità in fieri, lasciamo perdere che sia sostanzialmente non sgradita anche alla sinsitra, NON LASCIAMO PERDERE, ma limitiamoci a rinviare il discorso sulla correttezza etica del far passare una riforma sostanziale non dal parlamento ma dal contratto di lavoro dei medici, bell’escamotage berlusconiano per non passare neppure attraverso una discussione (ricordo che rispose ad un giudice, cito: “si, certo, si trattava di una tattica per pagare meno tasse, ma non era espressamente vietata dalla legge!”, il che la dice lunga, secondo una povera cuoca come me, sul senso della legge e dello stato di questo cavaliere di ventura).


Parliamo del SOTTOFINANZIAMENTO DEL PIANO SANITARIO NAZIONALE.



 


Lo sapete cos’è? No, eh? Immaginatevi di sapere che la prossima bolletta del gas sarà di cinquantasette euro, ma di recarvi a pagare con cinquantacinque euro. Una volta giunti lì con minacce, blandizie, ed improperi e tutti i mezzi possibili riuscite a far pagare il resto all’impiegato della posta e tornate a casa con la bolletta quietanzata in tasca.


OK, improbabile, vero?. Ma immaginiamo che ci siate riusciti. Alla scadenza successiva vi recata in posta con una bolletta di settanta euro e cinquantacinque euro in mano. Poi pretendete di pagare così. L’impiegato non accetta e voi sbraitate e fate casino urlando che oramai avete fatto due ore di fila, che la posta fornisce un servizio schifoso, che la colpa è tutta loro e a voi non vi frega niente, si aggiustino, qui ci sono cinquantacinque euro o così o spaccate tutto.



 


Il quadro è esattamente questo.


Da un certo numero di anni lo Stato, pur essendo a conoscenza che il preventivo della spesa sanitaria era stabilito in una certa cifra, ne stanziava un pochino di meno, chiedendo alle Regioni di fare dei risparmi, ma alla fine ripianando quel tanto che non si era riusciti a tagliare.


Si chiamava sottofinanziamento, una specie di modo di dire: ragazzi, vediamo se riusciamo a starci dentro a questa cifra qui.


Adesso, con il Berlusca a Cavallo, la cifra mancante è di oltre cinquemila milioni di euro per il prossimo anno, cioè per questo, mi scordavo che è già iniziato. Diecimila miliardi di lire. E le Regioni si devono arrangiare. Che taglino i servizi, che la smettano di spendere denaro in modo improduttivo per mantenere in salute una manica di parassiti pensionati improduttivi, che si arrangino, ma non si permettano di imporre tassazioni regionali, perchè il Cavaliere ha promesso agli italiani di farle calare, le tasse.


 


E soprattutto, dicono, è colpa delle Regioni, di cinque Regioni, per l’esattezza, che non hanno mantenuto gli impegni di modernizzare l’assistenza, di chiudere i posti letto e organizzare l’assistenza sul territorio e via di questo passo. Brutte stronze di Regioni inadempienti! Che non hanno fatto i necessari investimenti (con che denaro? Non si capisce, che dovrebbero investire, i pedoni?) E guarda caso sono cinque schifi di Regioni terrone, lo vedi che il Bossi qualche ragione ce l’ha, cinque schifezze di posti maruchein del c*, Sicilia e Campania in testa, che poi stiamo parlando di ventidue milioni e mezzo di cittadini italiani questo che cavolo c’entra? Magari non sono nemmeno classificabili come italiani, certamente non come cittadini, veh?



 


Sto esagerando? No, ho solo riportato la sostanza, e le cifre, dichiarate dal Governatore Regionale dell’Emilia Romagna Vasco Errani una settimana fa in una intervista su Radio Due. Gli abbellimenti letterari, soltanto quelli sono miei.



 


Cordiali saluti

Vostra Capsicum.

sabato 14 febbraio 2004

BOSS Tutti ...

BOSS


 


Tutti quelli che imparano un mestiere di tipo sostanzialmente artistico hanno uno o più maestri nel corso degli anni.


La medicina è un lavoro di tipo artistico.


 


Alla base necessita di una enorme quantità di conoscenze tecniche, oggettive. Un pittore ha la geometria, la prospettiva, la chimica del colore, la fisica del colore, l’anatomia, la tecnica del disegno, quella dei materiali e dei supporti, e tante altre ancora. Tutto questo non fa un quadro, tanto meno un buon quadro.


Un medico necessita di conoscenze base di chimica, fisica, biochimica, anatomia, fisiologia, patologia, anatomia patologica, tanta farmacologia, psicologia, tecnica del colloquio e via discorrendo con una montagna di roba che ci mettete decenni per impararla e pochi mesi per dimenticarvela, se non state attenti. E tutto questo non fa neppure un etto di pratica clinica, tutto questo non cura un paziente. A mettere insieme questo zibaldone di nozioni nel cilindro e a farne uscire un coniglio ci vuole qualcuno che ti insegni.


 


La dottoressa Capsicum è una vera fortunella, in questo campo: di Maestri ne ha avuto una serie.


Qualche mese fa sul vecchio blog, la Casa dell’Ozio, ho parlato di Alessandro Riva, uno dei primi, ma stasera sto pensando al Boss.


Il nome del Boss non ve lo dico, perchè è vivo, vegeto, molto attivo, notissimo e brillantissimo: magari gira anche sul web e se scopre che ho parlato di lui mi fa una telefonatina pepata e mi scuoia viva via cavo.


 


Il Boss è un grande appassionato d’arte, veramente serio. Innamorato della pittura, del colore, del segno. Mi ha insegnato a considerare in modo artistico la pratica della medicina.


 


Mi ha insegnato ad approcciare il paziente come se fosse un paesaggio da dipingere: ad osservarlo, a studiarlo, a farlo parlare. A raccogliere la miriade di informazioni e a riunirla come le tesserine colorate di un mosaico, ipotizzare i vari scenari e ad uno ad uno validarli o invalidarli mettendoli alla prova. Diagnosi differenziale, si chiama. Procedimento diagnostico, algoritmo decisionale: hanno coniato tutta una serie di termini di recente, ma il Boss diceva solo: cerchi di farsi un’idea e poi la metta in dubbio. Se riesce a farsene molte di idee è meglio: ha più probabilità che almeno una di esse non crolli alla prova dei fatti.


Diceva anche: non tema di impicciarsi degli affari degli altri: la pagano appunto per questo. L’importante è che non le venga in mente di insegnare a loro come farseli, i propri affari. Lei deve solo indagarli, non influenzarli.


 


Il Boss diceva anche: Lei fa parte strettamente della loro vita, ma non come una persona, bensì come un ruolo. Non se lo scordi, questo. Nel momento stesso in cui fa parte della loro vita come una persona, non è più idonea ad essere il loro medico: diventa un amico, un parente, e come lei sa non si curano mai i propri parenti, in particolare quelli stretti: si corrono troppi rischi di sbagliare.


 


Il Boss si alterava quando non trovava il deodorante spray sulla scrivania. Cazziava la segretaria: Non lo voglio questo coso liquido, che me ne faccio di questa specie di saponette profumate? Mi ci vuole una cosa rapida, lo spray mi serve! Non mi interessa dove lo va a comprare, lo cerchi e lo trovi.


 


La prima volta che mi trovai vicina a perdere i sensi dopo dieci minuti trascorsi nel piccolo ambulatorio con due personaggi malnetti ebbi chiara percezione della misura della sua saggezza e preveggenza. Ohi, nessuno te lo dice che la gente talora puzza da farti svenire! Roba da crollare a terra nel mezzo di una banale auscultazione del torace.


 


Ora mi sono scordata dove volevo arrivare. Il Boss mi ha insegnato tante di quelle cose, spesso con le sue metafore “pittoriche” ma credo che stavo pensando alla sua lezioncina sui punti di vista, al particolare punto di vista del medico sulla platea degli ammalati e dei sani (sedicenti sani: siamo tutti ammalati e moribondi per il solo fatto di essere vivi). Voi vedete il malato grave al centro della scena, io vedo due o tre o più scene diverse: una con al centro il malato grave. L’altra con al centro la figlia, gravemente ammalata di dolore, che lo assiste, l’altra ancora con al centro la moglie, malata sia di stanchezza terminale che dio dolore iperacuto, una infine con al centro il nipotino, malato di ansia libera, apparentemente senza oggetto, in realtà ansia percepita nei movimenti e nelle intonazioni delle persone care. Ognuno di costoro, a sua volta, vede solo la scena intorno a sè, incentrata sulla propria persona e sui propri sentimenti. Il malato grave ha paura di morire e si sente in colpa per essere di peso. La moglie ha paura di  morire, di restare sola perchè le muore il marito, di ammettere con se stessa che è talmente stanca da desiderare che il marito muoia e che il tormento finisca, più una mezza dozzina di altre paure variabili di cui sospetto l’esistenza, ma che non so individuare. E via di questo passo.


 


La stessa cosa succede di continuo, ogni volta che una o più persone esprimono il loro parere: punti di vista, tanti punti di vista, e scarsa capacità di spostarsi per vedere dall’angolo visuale di un altro.


Questo è quello che amo dei blog: l’occasione che ogni blogger ci offre di guardare la vita coi suoi occhi e scoprirla di colori diversi e di differente profondità.


Buona notte da Capsicum

mercoledì 11 febbraio 2004

WIND nella zon...

WIND  nella zona di Bologna ha avuto due giorni di black out. Ho scritto due giorni fa questo post, volevo scaricarlo subito, avevo paura di ripensarci, di pentirmene. Invece sono stata costretta a rifletterci due giorni, e alla fine eccolo qui. Ci sono dentro i miei personali pareri, le mie opinioni, discutibili, su un argomento spinoso. Che ci sia del disaccordo è prevedibile, previsto.


 


CHI CUSTODIRA’ I CUSTODI?


 


La moglie del bellissimo Piero si sedette al mio fianco nel giardino spoglio, sotto il sole invernale, fuori dall’Hospice. Mentre lui viveva, sereno e senza dolore, nel suo letto candido e multireclinabile, con le infermiere pronte ad ogni suo cenno, nella stanza piena di luce, alcuni dei giorni della sua vita (e che differenza c’è tra i primi e gli ultimi? Tra un giorno qualunque segnato dal dolore, ma con davanti tanti altri, ed uno senza dolore, ma a cui ne seguiranno, e lo si sa, pochi?), lei ed io sentivamo il bisogno di confrontarci, di cercare un senso a quei mesi d’assistenza, a quel lavoro apparentemente senza speranza, ma forse, dico forse, non disperato.


Abbiamo parlato d’eutanasia, di suicidio, di fatica immane,- fatica immane è la parola esatta - di dolore, e di paura del peggior dolore ancora da venire, quando neppure il conforto d’averlo vicino, di parlargli, ci sarebbe stato.


Abbiamo parlato del senso di colpa, tremendo, per non essere stata abbastanza forte da assisterlo a casa sino all’ultimo, del confronto tra le reali possibilità ed i desideri, sia pur gli ultimi, di Piero. Ci siamo chieste molte cose, molte me ne ha spiegate lei, qualche domanda l’ho aggiunta anch’io. Insieme ci siamo ricordate del dolore dei trattamenti, delle gastroscopie operative, del male terribile che lo faceva torcere nel letto, per poco, per fortuna, presto sedato. Ci siamo sorrise pensando al suo sguardo mentre la nipotina, in piedi sul tavolo di fronte al nonno, si dondolava sulle incerte gambine e cinguettava con la sua vocina nuova di zecca, e chiamava nonno Pieo e tirava la coda al gatto. M’ha raccontato dei tradimenti, delle molte altre donne, della fatica, delle delusioni, e di quante volte aveva pianto. Del disaccordo del padre col figlio maggiore, nato proprio dalla disapprovazione del ragazzo nei confronti della disinvoltura paterna e dall’amore per lei, la mamma. Del senso di colpa per non riuscire, neppure adesso, mentre muore, a perdonare. Si, bisognerebbe perdonare tutto ai morenti, riuscire ad offrire tutto ai morituri, per farci perdonare a nostra volta del fatto che domani saremo ancora vivi.


Cosa abbiamo concluso. Non abbiamo concluso niente, cosa c’era da concludere? Siamo state vicine, in quel sole blando ed in quell’aria frizzante, fuori da quel gentile luogo così vicino alla morte,eppure così dentro alla vita.


 


Ma la fatica d’assistere un dichiarato morente è nulla, credetemi, è niente.


 


La figlia di Rachele, anni settantasette, carcinoma mammario operato, diabete mellito, obesità, ipertensione, osteoporosi, otto diversi farmaci al giorno, zoppicava stamattina seguendo la madre verso l’ambulanza che le avrebbe portate ad una visita, e poi ad un ricovero, in ospedale. Rachele, anni novantasette, cuore a posto, polmoni a posto, terapia in atto venti gocce di valium al bisogno, depressa cronica, una paura da morire di morire, problema in atto da risolvere un calcolino incastrato nel coledoco, peso terribile che non si solleverà mai dalle spalle della figlia, solo dopo la diagnosi del cancro a quest’ultima  la madre s’è rassegnata alla casa di riposo, dove comunque la bambina settantasettenne è tenuta a recarsi ogni giorno, a sedersi accanto al letto, a raccontare e relazionare, a raccogliere i sospiri ed i lamenti, a cuocere a fuoco lento nel brodo bollente del senso di colpa.


 


E mi ricordo Gualtiero, forse uno degli uomini più aridi che ho conosciuto, la moglie letteralmente morta di fatica per assisterlo, la figlia talmente carica, per questo, di rancore, da non venire mai a trovarlo: passava l’assegno al direttore della casa di riposo attraverso le sbarre del cancello del giardino. Per lui nessuno ha pianto. Io ho persino sospirato di sollievo!


 


Mi ricordo la madre invalida di una giovane e graziosa ragazzina, nubile, buona, dolce e allegra. Mi ricordo la stessa madre invalida di una giovane donna, nubile, buona, dolce e serena. Mi ricordo la stessa madre invalida  di una simpatica quarantenne, nubile, buona, dolce e amareggiata. Mi ricordo una quarantacinquenne sposata e senza figli, orfana di una madre invalida, finalmente. Mi ricordo bene di come mi sono incazzata quella volta, quando le ho detto cosa aspettava a piantarla questa faccenda della figlia amorevole e martire, quando avrebbe smesso di lasciarsi vampirizzare da una madre che in realtà poteva essere assistita da chiunque, lavata da chiunque, imboccata da chiunque, portata in bagno da chiunque, ma pretendeva, pretendeva sempre d’avere tutto ciò dalla figlia. Il giorno e la notte, le domeniche e le feste, no cinema, no uomini, no pranzi fuori, no  viaggi e no vacanze: adesso basta, le dissi, questo è sbagliato, sbagliato, capisci? Per te e per lei, per i figli che non avrai, per la vita che non avrai vissuto, per i rimpianti, per tutto ciò che non le potrai perdonare e perché non potrai perdonarti di non averglielo perdonato. Non m’ha voluto più vedere, da quel giorno. Mai più sentire. Neppure a me potrà mai perdonare d’aver parlato.


 


Perdono e senso di colpa, senso di colpa e perdono. L’amore non è vero che necessiti del sacrificio totale e supremo. La vita è troppo preziosa per essere bruciata sull’altare di un infantile senso di responsabilità universale.


Solo i bambini si sentono responsabili di tutto, dell’intero andazzo dell’universo, e in colpa per tutto, è chiaro. Il guaio è che di fronte ai genitori è facile sentirsi sempre bambini.


 


Senso di colpa e onnipotenza, desiderio di essere onnipotenti, di poter fare tutto e anche di più e senso di colpa nel constatare di non esserlo (ma che strano, veh? Come mai non lo sono? Come mai?). Desiderio di onnipotenza che ci rende incapaci di chiedere aiuto, di riconoscere i propri limiti, di scaricarci di quella parte del peso che non possiamo, e non dovremmo neppure portare.


Come si fa a scuotere chi è carico sotto un simile peso? Come si fa a rimproverare un simile esempio di fulgida bontà? Come si fa a criticare una santa? Sembra di volerle levare l’unica consolazione rimasta, quella appunto d’esser santa. Perché mi rubi l’aureola? Quella che m’illuminava così delicatamente il triste volto?


Perché schiaffeggi ed insulti questa vergine votiva, questa vestale della padella, questa suorina delle pillole e delle tisane, questo dolce angelo dell’ospedale?


 


Adesso questo post lo scarico prima di pentirmene, io non desidero offendere nessuno, chi assiste i malati fa certamente una cosa buona, io stessa me ne occupo per la maggior parte del mio tempo, MA ci vuole senso della misura, la bontà e l’altruismo non possono diventare masochismo, l’amore necessita di rispetto per se stessi


La colpa d’esser vivi di fronte al morente è inevitabile, fa parte della situazione, distruggere le propria vita insieme alla sua non la corregge e non la cancella, solo la raddoppia.


 


Bisogna che lo scarichi subito questo post, che corra di nuovo il rischio d’esser cattiva, di non essere compresa, il dolore è una cosa, l’amore è una cosa, l’autodistruzione è un altra. Se il basto è troppo pesante va almeno in parte scaricato. SCARICATO.


Non è una colpa non farcela, non è una colpa chiedere aiuto.

E’ un delitto invece lasciare che insieme al nostro caro muoia in noi la voglia di vivere. E’ un delitto uccidere la nostra vita levandole tempo, levandole respiro, schiacciandone ad una ad una le possibilità, sacrificando la vita alla morte.

lunedì 9 febbraio 2004

IL CAFFE', PASSABILE...

IL CAFFE', PASSABILE


Ho provato oggi una ricetta di liquore al caffè che pare riuscito molto bene.


Se ne avete voglia, potete provare a farlo. Semplicissimo e veloce.


Mettete sul fuoco 250 grammi d'acqua in un pentolino. Appena bolle scioglieteci 500 grammi di zucchero. Non appena è sciolto aggiungete una bustina di vanillina e spegnete. Mettete da parte a raffreddare.


Adesso pesate 450 grammi d'acqua e pure quella sul fuoco in altro acconcio pentolino. A bollore lasciteci cadere 140 grammi di caffè macinato (io ho usato arabica, ma vi lascio liberi di utilizzare il vostro preferito). Spegnete immediatamente il fuoco, rimescolate con cura, mettete a raffreddare anche questo.


Ora procuratevi una bella pezzuola pulitissima, foderatene un imbuto e cominciate a filtrare i liquidi in un vaso da oltre un litro: lo sciroppo, poi il caffè, facendo ben attenzione a spremere tutto il fondo, che si inzuppa come una spugna: rischiereste di perdere una preziosa parte dell'infuso. Al composto ormai freddo aggiungete 250 grammi di alcol finissimo da liquori, quello a 96 gradi. Chiudete la bottiglia o il vaso, scuotete un poco e lasciate riposare per tre o quattro giorni prima di berlo.


Somiglia a quello di Bianca.


Una buona notte a tutti

sabato 7 febbraio 2004

COSA STATE PENSANDO?...

COSA STATE PENSANDO?


 


Ora voi crederete che io mi dispiaccia così tanto per il Pescatore perchè sta morendo. No, guardate, proprio non è così. Morire, si sa, è usanza sella gente, diceva Borges. Stavolta tocca al Pescatore, prima o poi toccherà a me e via discorrendo per ognuno di noi.


Non è nè un bene nè un male, semplicemente è.


 


Quando sono rimasta incinta per la prima volta ho detto a me stessa: no, non è il momento, è troppo presto. Poi mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: hai passato i trent’anni, qui c’è un bambino che vuole nascere e se per lui non è il momento ora, quando lo sarà secondo te?


 


Abbiamo l’abitudine di voler decidere il quando e il come della nostra vita, così ci autoconvinciamo di poterlo fare anche per la nostra morte. Balle. E’ il momento giusto quando il momento arriva, e basta.


 


Ma mi dispiaccio per il Pescatore perchè in tutto il tempo della vita che gli è sinora toccata lui non è stato mai amato. Da nessuno.


Sua moglie non lo ama, a malapena si accorge della sua esistenza. Farà un bel pianto di autocompatimento, sarà protagonista di una spettacolare vedovanza e si farà venire qualche interessante malanno.


La figlia maggiore non la conosco, ma da quel che so gliene importerà pochissimo. Piuttosto si informerà accuratamente di quanti soldi lascia il vecchio e di come bisognerà dividerli.


La Figlia è disperata, ma, come vi ho detto qualche giorno fa, ha della strada da fare prima di riconoscere il Pescatore come una Persona e di abbandonare l’idea della bambola/papà che abita il suo teatrino del mondo. Tuttavia potrebbe riuscire a farla in tempo ed offrire al Pescatore un poco di amore autentico.


 


Senza nessuno che lo ami, come farà il Pescatore a trovare un Significato nella sua morte?


Una morte senza amore è una morte senza senso. I legami dell’amore sono come tanti fili e nodi di una rete d’affetto attraverso cui la tua vita fluisce e rimane nel mondo in barba a qualunque morte.


 


Non lo so se mi sono spiegata, ma provate a ripensare alla storia di Bianca, a quella di Silvana. Hanno dato un significato alla loro fine dedicandosi al pensiero di chi rimaneva, ed in questo amore hanno trovato la consolazione, il senso, un buon motivo ed un buon modo per morire.


Come dicevano gli indiani d’America: questo è un buon giorno per morire. Voleva dire, credo: se muoio qui ed ora, per un buon motivo, per la mia gente, questa morte ha un significato, ha un grande valore, un valore capace di illuminare tutta la mia stessa vita passata,  ed allora questo è un buon giorno per morire.


 


Mio zio, ottantenne e malato, mi ha abbracciata stretta l’ultima volta che ci siamo salutati. Io piangevo al pensiero che avrei potuto non rivederlo più e lui mi ha consolato. “Abbiamo tanti bambini, tanti nipotini, sono molto contento di questo, adesso bisogna fare spazio per loro. E’ il turno.” Mio zio è un uomo molto amato e che ama molto. Per lui la vita ha questo significato: l’amore. E la morte non prevarrà sull’amore, anzi diventerà uno strumento per l’amore, una nuova luce per l’amore.


 


Mi dispiace per il Pescatore. Non so come aiutarlo a trovare un significato perchè nella sua vita , purtroppo, non c’è molto amore. Intelligenza, coraggio, spirito, onestà: tutte queste cose ci sono, ma non c’è molto amore.


 


Vi invito, amici miei, a costruire molto amore nella vostra vita: amore per le persone, amore per i bambini, per gli animali, per la vita stessa. E poi, armati di questo amore, non avrete timore di nulla, neppure di soffrire: il buio non prevarrà.

venerdì 6 febbraio 2004

Sapete, c'è un metod...

Sapete, c'è un metodo standardizzato per dare le cattive notizie. Lo devo aver archiviato da qualche parte. Magari lo cerco e me lo vado a rileggere. All'epoca non mi sembrò nulla di particolarmente innovativo, ma forse mi servirà per contenere il dispiacere. Mi dispiace proprio ma proprio tanto.

NON SIETE STANCHI? I...

NON SIETE STANCHI? IO SI. SONO STANCA DA MORIRE.

LA SCONFITTA dove co...

LA SCONFITTA dove comincia? e soprattutto quando comincia a farti male?


Il Pescatore è inoperabile, forse non potrà fare neppure la chemioterapia. E il suo cancro polmonare è particolarmente aggressivo. E probabilmente ha già una metastasi nel cervelletto. L'ho saputo stamattina. Nessuno glielo ha detto, ancora. Non so chi glielo dirà, ma posso fare una supposizione: toccherà a me.


Mi sento cadere le braccia. Ho il fine settimana per pensarci e anche lunedì.


mercoledì 4 febbraio 2004

NELLA NOTTE

NELLA NOTTE


 


 


La notte in città è sempre chiara, lattescente, sotto un cielo arrossato dalle luci diffuse delle strade, delle case. La   notte in città ha un odore diverso dal giorno, migliore: il respiro s’approfondisce nel gustarlo questo sentore di pulito tanto più sorprendente quanto più scontato è il pesante aroma di petrolio bruciato delle ore di traffico e di luce


 


Ho lavorato di notte anche in campagna, dove il cielo è d’un nero profondo punteggiato di bianche  capocchie di spillo, dove l’aria ha un diverso ma sempre pulito profumo, spinto su  per il tuo naso dalla brezza umida che t’assale a folate scompigliando i capelli ed insinuandosi tra gli abiti e il cappotto.


S’esce fuori dalla porta e s’entra nel silenzio. Il silenzio della notte, abitato dal fruscio del vento invernale o dal frinire dei grilli d’estate, è denso e consistente come un mare di panna.


Il silenzio ti raccoglie e ti sospende, crea una nicchia solida attorno ai tuoi pensieri, il silenzio si rapprende sulla tua pelle vestendoti d’una muta invisibile con cui nuoti nel mare della notte.


 


Mare abitato da strani, come te, pesci fosforescenti, annunciati dal brillio di due luci lontane, nuotano a lenti colpi di coda fino a te ed, incrociato, ti sgusciano alle spalle, indifferenti. Mare in fondo al quale qualcuno t’aspetta, fiducioso, impaziente, spesso terrorizzato: la malattia di notte è più cupa, rapace, tremenda. Quel mal di pancia che di giorno, al lavoro, ti conduce a sorbire una camomilla in compagnia della collega solidale, nel pieno della terrificante notte si fa lancinante, acuto. Ti stringe, come una mano d’acciaio, subito sotto i muscoli e la pelle, e d’improvviso ti lascia andare, sudato, spaventato, libero solo di contare i respiri fino l prossimo morso. La febbre che al mattino affronti con un’aspirina e un telefilm, ti scaglia nel sonno agitato, quando non nel delirio, tra lenzuola umide e infuocate.


Mentre la notte ti scorre accanto,puoi vedere con l’immaginazione la moglie, o la madre, aggirarsi irrequieta nella casa silenziosa, sedere nel divano, sospirare, tornare al letto del febbricitante, cambiare la pezzuola, tenere una mano bollente. E’ un sospiro il primo suono che t’accoglie, liberandosi da un cuore pesante, ora silenzioso, ora quasi esclamato, un sospiro, un semplice ahhhhhh.


 

La notte, là fuori, t’aspetta paziente, pronta a riaccoglierti nel suo buio o nella sua luce grigia, coi suoi odori ed il suo silenzio. Mentre s’assottiglia verso l’alba, aprono gli occhi gialli le porte dei bar liberando profumi di caffè e brioche lievitata, avanguardie degli odori del giorno, ingannevoli canti di sirena presto inseguiti e sopraffatti dall’inevitabile smog

martedì 3 febbraio 2004

HOME ALONE

HOME ALONE


 


Stasera mio marito è a Roma per un dannatissimo corso aziendale. Normalmente esce di casa alle sette e mezzo e  rientra alle otto di sera, quindi si potrebbe pensare che la sua mancanza passi inavvertita. Assolutamente falso. Tanto per cominciare stamattina la sveglia non ha suonato, nonostante io l’avessi diligentemente puntata. Alex è arrivato a scuola con un’ora di ritardo, io non sono riuscita a passare in banca a pagare le bollette prima di andare in studio. Qualcosa scadeva oggi e mi toccherà di pagarci la mora. A pranzo non ci siamo ricordati di mangiare, in compenso la giornata è stata talmente fitta di lavoro che non sono riuscita a rientrare in tempo per i compiti di Andrea, così li abbiamo fatti dopo cena. Al momento di prepararsi per la notte, poi, nessuno voleva lavarsi. Il grande non voleva staccarsi dal pc prima e dalla televisione poi. Il piccolo s’è messo a piangere al momento di infilarsi il pigiama ed ha adottato la sua ultima tattica di ribellione al potere materno: “Voglio il mio papààààà”.


Finalmente siamo lavati, stirati, impigiamati e pronti per la nanna.


Alcuni dicono che il matrimonio uccide l’amore, ma nessuno s’è accorto che più spesso provoca assuefazione e dipendenza? Oppure lo sanno in tanti e si vergognano di ammetterlo....


Per fortuna domani a quest’ora sarà già qui.