martedì 20 gennaio 2004

NARCISO E� OTTUSO &...

NARCISO E’ OTTUSO


 


La figlia del Pescatore mi viene a trovare spesso. Ha bisogno di raccontare a qualcuno. Mi relaziona sulle tappe del viaggio di suo padre e dentro questi fatti c’è il suo malessere di figlia che si rende conto d’essere stata sempre amata e di non averlo mai capito. E’ incazzata.


Suo padre le ha fatto una carezza sulla guancia e lei dice . accidenti a lui, poteva farlo anni prima? Perché non mi ha mai sorriso così, abbracciato così quando non pensava di dover morire presto?


 


E non sa neppure lei cosa vuole da suo padre. L’altro giorno è andata a cercarlo al bar, dove lui passa parte della giornata con gli amici. Il Pescatore è uscito nel gelo della mattinata invernale in maniche di camicia. Ma come, prendi freddo! E lui: dimmi quel che devi dire e sbrigati: sto giocando a carte e mi aspettano. Naturalmente lei si è incazzata due volte: per la mancata giacca e per la fretta di tornare alla briscola. Con quel che succede pensi alle carte? Perché, a cosa dovrei pensare? A me piace la briscola, andare a pesca, stare con gli amici. Non ho mica cambiato i miei gusti solo perché sono malato.


 


La Figlia sta peggio del Pescatore, in un certo senso. Vorrebbe un padre diverso, un padre che pensi solo a lei, che la coccoli come una bambina, che si adatti al ruolo di padre come lo vede lei, una specie di bambola/papà nel teatrino scritto, diretto e manovrato dalla Autrice Del Mondo Intero, la Figlia, appunto. E’ appena a metà del primo o del secondo atto e già le chiudono il teatro, spengono le luci, i macchinisti disfano le scene, e lei grida Nooo! Non è così, non va bene, non ho mica finito, non sono ancora arrivata alla fine, non ho neppure deciso il finale, basta, come vi permettete di interrompermi senza il mio permesso?


 


La Figlia non capisce. Mi dispiace molto per lei, conosco queste sensazioni, io pure sono, in fondo, innamorata di me stessa. Ma se non smette, almeno per un poco, d’essere Narciso, non capirà mai. Perché Narciso è ottuso. Tanto giovane, tanto bello e tanto ottuso.


 


Il Pescatore come padre forse non è stato un campione. Ma non si racconta balle, è fantastico in questo. E se muore di terrore non disdegna di camminarci attraverso, vive scopertamente la tentazione di anticipare la Morte correndo verso di Lei, e resiste al desiderio inconsulto di tuffarsi nel baratro prima che la Signora stessa lo spinga di sotto.


 


Gioca a briscola mentre l’aspetta, me lo immagino sollevare gli occhi dalla mano di carte per guardarla, Lei scheletrica e candida, le orbite vuote piene di una luce blù.


” ANDIAMO?”


“ Proprio adesso? Guarda qui: tre carte e tre carichi di briscola, fammi prendere e battere questi scalcagnati e sono subito da te, cara.”


 


Ma sarà ancora più difficile di così. Sarà un corpo a corpo sanguinoso, ed ho paura anch’io, terrore puro se oso fermarmi a pensarci. Vorrei che toccasse ad un altro il compito di reggere la sua spugna all’angolo del ring.


Maledizione, forse dovrei andare a trovarlo al bar e farmi io pure una mano di briscola, nell’attesa.


 

lunedì 19 gennaio 2004

FOCARIA IMMODERATA D...

FOCARIA IMMODERATA DIETETICA


 


Sono una cuoca compulsiva. E’ questo il motivo per cui mio marito ha raggiunto e superato il traguardo dei 60 chili. E’ il motivo per cui il mio figlio seienne ieri sera ha annusato ed osservato le patate al forno prodotte dalla zia ed ha detto: grazie non ho più appetito ( e mezz’ora dopo, a casa, ha reclamato la “sua cena”). E’ il motivo per cui entrambi i miei figli protestano vivamente per i pasti prodotti bisettimanalmente dalla baby sitter e ritenuti di livello inaccettabile e discettano amabilmente di lievitazioni ben riuscite o mal riuscite e sulla palatabilità del pane e sulla qualità della sfoglia del tortellino nonché sulla sua porosità e ruvidezza in rapporto alle caratteristiche organolettiche del ripieno. Due figli e un marito magrissimi e rompiscatole: ho creato dei mostri.


 


Contemporaneamente io sono sempre a dieta. Ecco perché ho riso fino alle lacrime leggendo questo saggio sulla etologia della Focaria Immoderata Dietetica prodotto dalla straordinaria cuoca ed esilarante scrittrice Giovanna.


Col suo permesso ve lo regalo.


 


Tra le varietà di Focaria Immoderata, delle cui abitudini già trattammo in una precedente lezione, se ne distingue una che è caratterizzata da un singolare mutamento di comportamenti con l’avvicinarsi della stagione estiva. Tale varietà, che prende il nome di Focaria Immoderata Dietetica (volgarmente detta yo-yo), passa da uno smodato interesse nei riguardi del cibo (tale che, si suppone, qualora ne avesse a disposizione quantità illimitate potrebbe mangiare fino a deflagrare) all’ostentazione di disgusto nei confronti di esso che si traduce in una drastica riduzione degli approvvigionamenti e del consumo.


 


 Mentre in altre specie animali l’assenza di alimentazione si verifica soltanto in coincidenza con il letargo, la Focaria Immoderata non va soggetta ad esso, ma pur agendo esattamente come se fosse sveglia e attiva riduce inspiegabilmente al minimo la propria alimentazione, per cui si parla, nel suo caso, di una sorta di letargo vigile durante il quale la Focaria si aggira inebetita nel proprio territorio manifestando una anomala aggressività. Gli etologi si interrogano tutt’ora sui motivi di tale atteggiamento, ed osservando il comportamento della Focaria in questa fase della sua vita (che ritorna ciclicamente) hanno concluso che essa FINGE disinteresse verso il cibo. Ciò sarebbe dimostrato dalle frequenti incursioni notturne negli angoli della tana in cui conserva le provviste e dall’usanza di prendersi a morsi i gomiti in presenza di individui del branco intenti a nutrirsi, saltellando sul posto come fosse afflitta da dolori lancinanti all’addome ed emettendo grugniti simili a lamenti che, a detta degli studiosi, suonano veramente strazianti e possono essere uditi a distanze chilometriche.


 


 La Focaria che si trova in questo stato trascorre intere ore a contemplarsi negli specchi d’acqua con uno sguardo indicibilmente malinconico e ad avvolgersi intorno al corpo foglie di banano di giorno in giorno più piccole con effetti ridicoli: sembra voglia convincere se stessa di potersi mimetizzare, quasi temesse assalti di predatori ingolositi dalla sua opulenza. Alcuni studiosi sostengono che la riduzione del cibo sia per l'appunto una misura di sicurezza volta a sventare tale rischio, ma ciò contrasta con l’immutata tendenza che essa mostra ad allestire pantagruelici banchetti per il suo compagno, spandendo odori allettanti tutt’intorno senza alcun timore di attirare i predatori.


 


Nel suo tentativo di affamare se stessa, la Focaria non riceve però alcuna collaborazione da parte dei membri del suo branco: il compagno (che, come anticipato nella precedente lezione, appartiene solitamente alla specie Nonsococerus Manconovo Simplex; se non l’hai studiata, peggio per te. Non posso darti nemmeno un 18; torna alla prossima sessione) reclama il consueto sovrabbondante nutrimento, malgrado il suo disappunto per le ragguardevoli dimensioni raggiunte, e la madre della Focaria è in assoluto il principale ostacolo al raggiungimento dei misteriosi scopi della prole. Essa si acciglia di fronte alle foglie crude che la figlia mastica svogliata, scopre i denti in una smorfia che assomiglia ad una risata umana ma agghiaccia per la sua crudeltà, la alletta dandosi alla preparazione sfrenata di cibi ipernutrienti, rifornisce la dispensa della figlia di ogni sorta di commestibili e la osserva con disgusto misto a pietà, come a dirle che si sta riducendo ad una larva, mentre appena poco prima la osservava con disgusto misto a pietà come a dirle che si stava trasformando in aerostato. Dal che si evince che la Focaria Immoderata ha nei confronti della prole un atteggiamento ambivalente ma pur sempre volto allo scopo di renderle impossibile l’esistenza.


 


 La fase di sottoalimentazione si esaurisce di solito con l’arrivo dell’estate, quando la Focaria torna alle sue smodate consuetudini alimentari, dando vita a monumentali gozzoviglie di gruppo nella tana propria e altrui, cui spesso fanno seguito repentine depressioni ed autoflagellazioni di vario genere: sfiancanti nuotate (benché la Focaria appaia piuttosto goffa in acqua, sembra che si trovi a proprio agio in quell’elemento), corse affannose sotto il sole delle tre del pomeriggio, ansimando come un mantice (non sono rari i collassi conseguenti all’abbondante sudorazione e alle temperature elevate), movimenti inconsulti e ripetuti in grandi saloni maleodoranti (sembra che tale pratica prenda il nome di “ginnastica”). Resta costante, comunque, in ogni stagione dell’anno, l’esercizio di una forsennata attività culinaria che appare anzi intensificata, benché a beneficio dei conviventi, nei periodi di restrizione alimentare.

giovedì 15 gennaio 2004

EMOZIONI BIANCHE &n...

EMOZIONI BIANCHE


 


Ci sono le volte in cui cominci a scrivere e sai già esattamente di cosa parlerai, come se stessi per raccontare un film cui hai assistito. Conosci già persino le parole che userai, hai in mente le virgole, i due punti, ti senti un attore che recita appassionatamente e con intelligenza la sua parte, ma rispettando ogni singola battuta del copione.


Sono le occasioni, per me, in cui racconto una storia cui ho assistito e partecipato, una storia già definita, che attende solo d’essere scritta.


Altre volte  guardo la pagina bianca virtuale di fronte a me ed attendo di tuffarmi in questo vuoto che sta per contenere il mio presente, l’emozione d’oggi, che sia sofferenza, gioia, sorriso o risata, grido o pianto.


Nel primo caso m’occorre intelligenza, nel secondo soprattutto coraggio. Per cominciare.


Poi il coraggio non basta. Dove l’emozione è disancorata, restando ignota la sua sorgente, la sua fonte, ci vorrebbe un poeta per trovare le parole che ne facciano risplendere il colore.


Oggi l’emozione è l’ansia.


Ansia libera: la prima volta che ho letto questa definizione l’ho trovata illuminante.


Ansia libera mi ricorda una nube di gas asfissiante, che vola bella e pericolosa vicino e te e poi lontano da te e poi ancora vicinissima e trattieni il fiato nell’attesa di sapere se stai per morire adesso o se potrai ancora vivere.


Ansia libera, incontrollata, paletto di segnalazione fluttuante, mina vagante, ironico e beffardo.


Ansia libera e imprendibile, appena fuori dalla portata delle tue dita.


Ansia libera, cioè senza oggetto, diceva il testo di psichiatria. Oh, ma questo, questo è falso. L’oggetto è dentro la nube, nascosto, motore antigravitazionale che la trasporta così inafferrabile.


Prendimi, prendimi, e per prendermi devi scoprire cosa sono, cosa c’è qui dentro! E sventola l’ansia come una bandierina rossa, accecante, tanto da costringere a distogliere quello sguardo che vorrebbe agganciare, e non vuol essere fuggito, ma catturato, vuol essere guardato dentro, riconosciuto.


Sembra così difficile da prendere, così impossibile, ma, sapete, è falso. Non è lui ad essere lontano, sono io che non oso allungare la mano.


Quando dolorosamente stenderò i muscoli del mio braccio contratto, lo scoprirò beffardamente vicino. E, forse, struggentemente bello.

mercoledì 14 gennaio 2004

SAPPIATELO: da Natal...

SAPPIATELO: da Natale non ho più la connessione sul lavoro!. Spero di riaverla per domani se funziona un piccolo escamotage. Vi farò sapere. Altrimenti andrò avanti a ranghi ridotti

domenica 11 gennaio 2004

.....SON CIACCO........

.....SON CIACCO.....


 


E’ finita. Stavolta è davvero finita. L’ultimo panino appena sfornato, preparato col lievito naturale e guarnito da una fettina di pancetta di maiale. L’ultimo morso della cialda di parmigiano, croccante e dorata. L’ultimo arrostino al latte bagnato con l’ultimo frizzante rosso della cantina Tirelli, misto di lambrusco e bonarda. L’ultimo mostacciolo oristanese fatto con la ricetta di zia Rita è qui di fronte a me, in compagnia dell’ultimo bicchierino di mirto dalle bacche raccolte un anno fa, sulla Giara e a Carloforte.


E’ finita, amici miei, finita.


Da domani sono di nuovo a dieta.

sabato 10 gennaio 2004

LA CROCIERA DEL TOSC...

LA CROCIERA DEL TOSCANA


 


Dove sei stata, Capsicum, in questi giorni?


Potreste farmi una domanda del genere. Anzi facciamo conto che sia stata fatta: è qui, nero su bianco (o blù o rosso o lavanda, non so ancora che colore avrà questo post). Un espediente come un altro, un modo per introdurre la risposta.


Sono in viaggio, sapete, e nella mia crociera, che si prospetta lunga, scendo di quando in quando per esplorare una delle non contate isole che compongono l’oceania di me.


 


Ma in questi giorni mi sono anche recata a trovare una anziana signora, ex crocerossina, che ci ha mostrato, e prestato, il ricco album di foto con cui documentò, nel 1941, la crociera della nave ospedale Toscana nel Mediterraneo e in particolare nell’Egeo, su cui era imbarcata in qualità di infermiera “crocerossina”. Vorrei tanto mostrarvene alcune: la sua foto tessera col velo bianco e la piccola croce appuntata al centro, sopra la fronte.


 


La foto dello sbarco dei feriti, ingrandita e digitalizzata da mio marito, che ha sciorinato ai nostri occhi la fila di dozzine di mutilati, con stampelle e la gamba vuota del pantalone, destra o sinistra, appuntata in vita.


 


Il gruppetto delle infermiere sul Partenone, alla loro destra le tre bandiere sventolanti, greca, italiana con lo stemma sabaudo, e quella nazista poco più in là, in primo piano le ombre dei tre ufficiali-fotografi.


 


L’immagine, ripresa in navigazione, dell’immensa Gradisca, la mitica nave ospedale di cui la signora racconta: era spaventosamente grande, una città che mi incuteva timore, ero fortunata ad essere imbarcata su una realtà più piccola ed umana come il Toscana..


 


Le foto delle tre giovani crocerossine, il trio Lescano le chiamavano, intente a cucire, rattoppare, sedute vicine, le teste chine, forse inconsapevoli d’essere ritratte.


 


La foto di lei intenta a redigere i diari di bordo in qualità di Segretaria alla navigazione.


 


La foto del Comandante, medico, e dei suoi ufficiali, tutti medici anche loro, seduti in circolo, uno di spalle, intenti a parlare, il Comandante con la pipa in mano, quello di spalle giocherella con la stilografica, il terzo s’è accorto del fotografo e, voltato verso l’obiettivo, gli dedica un sorriso tirato ed evidentemente stanco.


 


Una guerra nella guerra.


Prometto che, se trovo il modo, ve le mostrerò


Saluti da Capsicum

venerdì 2 gennaio 2004

ULTIMO TRASLOCO

 


ULTIMO TRASLOCO


 


Il Borgo faceva comune fino al primo dopoguerra. Mia suocera, e quelli della sua età, ce l’hanno sulla carta d’identità come comune di nascita. Per questo motivo il Borgo ha il suo Cimitero. Non una cosa monumentale come la Certosa di Bologna, solo molto grande.


Si trova , come tradizione nei paesi, subito dietro alla Chiesa parrocchiale, col cancello aperto nel muro di cinta rosso mattone e proprio sul sagrato. Lo spiazzo antistante, acciottolato, è occupato dalla mostra dei fiorai e dalle macchine dei visitatori. Dal cancello parte il vialetto principale, sulla destra gli edifici moderni di servizio, con le camere mortuarie, il deposito salme per la cremazione. Dritto, lungo il viale, le lapidi che ricordano i caduti: quelli della grande guerra, quelli della seconda guerra, quelli partigiani, che è come se fosse una terza guerra, dichiarata dalla gente però, la più sentita. E qui la guerra civile è stata grave, lacerante, violenta, fatta di politica e di vendette personali, di ideali e d’ira, e non capirete mai come veramente fu perché chi la racconta non ha ancora trovato la pace dentro necessaria per essere obiettivi, sereni, e mentre rievoca fa in un certo senso ancora propaganda e dice ciò che vuole e tace ciò che gli pare.


Questo cimitero non fa che crescere. La Certosa è piccola, quindi vengono sin  qui a seppellire i loro morti dalla zona sud di Bologna, da quella est, da nord, e i campi intorno sono già “battezzati”, come si suol dire, s’aspetta solo l’ennesimo allargamento delle mura di cinta, ma sarebbe l’ultimo perchè la città, crescendo lei pure, è giunta ormai sin qui, ogni anno sacrificando un frutteto, una vigna, un campo.


Domani Biagio va a stare di casa lì, per sempre.


E’ morto la sera di capodanno.


Un cimitero tranquillo, dietro la chiesa, vicino a casa.

giovedì 1 gennaio 2004

RADICI NEL SUD &nbs...

RADICI NEL SUD


 


Toni mi manda un racconto che rileggo da dieci giorni.


Le mie radici, lo sapete, sono nel sud. Un sud isolato, diverso, ma sempre molto sud. Un sud ad ovest del Sud. Nella preistoria di tutti i Sud. Con un largo, profondo respiro.


Lo sapevate che bisogna avere un po’ fame per respirare fino in fondo? Provate a farlo a pancia piena e a pancia vuota, ma vuota davvero, e noterete la differenza.


Andiamo a piedi, è vero, ma non ci fermiamo mai.


Noi, poi, da un’Isola Lontana, ci tocca pure prendere una barca, e saper remare, e saper nuotare.


La cosa incredibile di questa gente del Sud, è che gira per tutto il mondo, e rimane con la nostalgia, il dolore del ritorno, fino a che, talvolta, fortunosamente, riesce a tornare.


Ma non è la stessa casa che ha lasciato. Naturalmente. E’ risaputo. Universalmente, oh, yeah...


 


E’ impossibile ritornare. Anche se fai la stessa strada a ritroso, non ti ritrovi mai nel posto da cui sei partito. Per poter tornare a casa bisogna non lasciarla mai.


 


Restiamo stranieri. Stranieri per sempre. Stranieri dovunque, ormai, tranne che a noi stessi e tra di noi.


Ci riconosciamo, ci scambiamo gli antichi cibi, ci confortiamo nella lontananza gli uni con gli altri, anche se i Paesi da cui partimmo sono distanti tra loro, ma tutti laggiù, nel mitico, favoloso, caldo, assolato, siccitoso, sanguigno, appassionato, antichissimo, sterminato, marino, azzurro, indimenticabile, indimenticato, amatissimo Sud.


 


Ecco il racconto anche per voi:


 


 

SUD "Del sud amo:...

SUD



"Del sud amo:
-la gente,quella seduta fuori della porta a parlar di niente,"perché è di niente che hai bisogno";
-le case, quelle vecchie, di pietra calcarea chiara,con uno o due grossolani scalini alla base di un portone di legno su cui il tempo ha disegnato la sua contorta storia;
-il mare,un mare viola, e i suoi bagliori,i suoi riflessi che paiono tanti fili argentati,che sospendono questa infinita distesa d'acqua e la attaccano su nel cielo,e tutto si confonde, all'orizzonte;
-il cielo, un cielo blu intenso, che ti ci perdi nello sguardo,che non ti lascia dubbi; niente colorucci pallidi stile Canaletto, niente nuvolette, niente di niente, solo un cielo che ti spara dritto nelle pupille e ti scuote l'anima."
Stavo scrivendo tutto questo.
A chi, poi?
Tre possibilità zampettavano davanti ai miei occhi come spot pubblicitari, tutte verosimili, tutte e tre non convincenti fino in fondo:
-a me stessa? Sì, forse, un promemoria, un disperato tentativo di dipanare quella matassa di emozioni contrastanti che si gonfiava nella mia testa, di dare un significato profondo al viaggio oppure..
-al mio compagno che mi attendeva perplesso? boh, può darsi..me lo vedo ancora lì, col suo sguardo frenetico a corrente alternata tra il fiume e me, e io, confusa, con le gambe ripiegate sul corpo, a seguire la corrente continua e lenta della massa d'acqua: "Il tempo di ricaricarmi le pile, di rilassarmi un po'..quindici giorni..che vuoi che rappresentino nella nostra bella storia, Francesco?"
Ma c'era di più, e lui forse intuiva qualcosa e cercava di tenermi stretta; in realtà non mi aspettavo niente di particolare da questo viaggio, ma da un po' di tempo non avevo più l'entusiasmo dei primi tempi, come quando attendevo impaziente il momento di vederlo per parlargli di come ero stata rapita dal corso di letteratura ispano-americana, o di avvinghiarmi stretta a lui per tempi infiniti senza parlare..e ora anche un ritorno a casa, a quella che casa mia non era più da tempo, con la prevedibile scansione dei tempi delle ripetitive giornate era preferibile alla nostra mancanza di entusiasmo, alla nostra routine.
Non era un periodo entusiasmante, in tutti i sensi, ma allo stesso tempo facevo fatica a renderglielo esplicito, e così, più semplicemente, preferivo tacere.
Forse lui preferiva non chiedere.
Forse, chissà, si sarebbe aggiustato tutto da solo.
Forse, con queste parole schizzate su un uno spazio bianco di una pagina di un quotidiano, volevo fargli capire che era giunto il momento di dare un po' d'acqua alle mie radici.
-A mia madre,a cui volevo idealmente annunciare, con un pizzico di originalità, le motivazioni del mio temporaneo ritorno?
Lei era stata la principale responsabile della mia fuga, con tutti quei bla-bla sulla gente di lì, sulla buona famiglia, sulle donne che sfioriscono in un solo istante, sui sacrifici che aveva fatto per me, sui "non ti ritirare tardi", sui suoi "discreti" controlli nella passeggiata della Marina Garibaldi.
Già dalla prima liceo, su un punto avevo le idee chiare: pensando alla futura scelta della sede universitaria Messina sarebbe stata solo una trappola, Napoli un'opzione troppo vicina e familiare, Roma un luogo con qualche parente di troppo ad offrirsi per concedermi una camera.
Via, via, lontano da me, mamma, le tue parole avevano contaminato, insozzato la freschezza dei miei primi amori, anche quando non eri con me.
Solo ripensandoci, qualche mucchietto di brace composto da lacrime, scazzi, rancori, porte sbattute, riprendeva vigore in qualche remota area del mio cervello, e dava un colore rosso cupo ai miei ricordi.
Ma in quel viaggio forse desideravo una tregua, e ancora forse, addirittura una rappacificazione.
"Forse" era la parola del giorno.
Girai la pagina del quotidiano, trovai un altro spazio bianco e ricominciai a scrivere:
"Del sud odio:
-la gente, quella gente che mi scruta severamente, dai balconi delle case, dalle panche della chiesa, e mi giudica una forestiera, ormai, e volge lo sguardo verso il basso;
-le case, quelle nuove, che spuntano come funghi qua e là, alla periferia del paese, in aperta campagna o talvolta in riva al mare, con i tondini che spuntano dalla soletta, quei maledetti manici di ombrello che rappresentano l'indefinitezza del progetto, un "non si sa mai" per la figlia che un domani si marita e decide di stare lì, e si può ripartire con il piano di sopra. E un domani ancora "non si sa mai",e dunque sulla nuova soletta si ripiantano i manici di ombrello, quella specie di canditi incolori, magari per un nipote.
Ma oggi, maledetto oggi, c'è quella giungla di tondini;
-il mare, in cui sfrecciano, impuniti, ostentati motoscafi d'alto bordo a pochi metri dalla riva, con la spiaggia libera insozzata e offesa da strati di indifferenza composti, come nella pagina del "corvo parlante", da bucce di cocomero, cicche di sigarette, cartacce;
-il cielo, sempre troppo uguale, immoto, ti basta guardarlo una volta e sai che sarà sempre così."
Rilessi, piena di rabbia , e poi rigirai la pagina e rilessi, confusa, e poi andai con lo sguardo fuori del finestrino, finchè le lacrime mi annebbiarono la vista. Appallottolai la pagina e la buttai.
Intanto il treno progrediva e mi rendeva ,per ogni attimo trascorso, un po' più serena, di una serenità indefinita, immotivata, effimera, ma che importa?..
Un fischio, un cambio di luce improvviso, una galleria, niente dissolvenza: il mio "Cecco" se n'era andato via, spazzato in malo modo dai miei pensieri.
Arrivai a Roma, ultimo caposaldo del nord, di un nord che avevo io nella testa, e quella giungla di binari che convergevano da più punti della penisola confluendo in un'unico luogo erano per me un toccasana, mi sembrava che confermassero l'esistenza di molteplici vie per giungere ad una stessa destinazione, in un certo senso le cose diventavano più semplici; tutto finiva lì, a Termini, anche se il viaggio era ben lungi dall'essere concluso, anzi.
Da lì si ripartiva con una direzione precisa, netta: quanto più sud possibile, senza staccarsi troppo dal mare - staccarsi dal mare è una follia, anche per un treno - Salerno, Battipaglia, Lamezia terme, Villa San Giovanni, Messina, Milazzo.
Da Battipaglia in giù il treno veniva ogni tanto smembrato,a seconda delle direzioni; a Villa veniva divorato dall'enorme nave F.S. e poi risputato, un pezzo alla volta, a Messina.
Mi rapiva questo vai e vieni del treno, pareva un gioco per bambini, una specie di enorme "Meccano" che osservavo dal ponte della nave; inoltre rallentava il viaggio nello stretto, sempre troppo rapido, e mi pregustavo la visione della madonnina nel porto di Messina, con quella scritta che da bambina assumeva risvolti misteriosi: "Vos et ipsam civitatem benedicimus", nonostante me la facessi spiegare ogni volta dalla mia mamma.
Per me era soprattutto il segnale dell'arrivo, un simbolo di Itaca, un cambiamento radicale di disposizione d'animo.
Ma ero ancora lì, a Villa, a guardare quei vagoni che scomparivano nella enorme bocca della balena, mancava ancora quel tratto di mare..
"Stia tranquilla, c'entra sempre tutto, senza rompere niente.."
"Eh?"
"Il treno, dicevo..Ma mi scusi, era una battuta, una stupida battuta.."
Un luminoso sorriso a trentadue denti, forse di più, stava in bella mostra ad attendere una mia reazione, che tardava ad arrivare.
Aveva un modo di parlare piuttosto elegante, e mi aveva colpito il fatto che pensavo proprio al treno, era come una voce fuori campo dentro il mio cervello.
E poi, non nascondiamocelo, era bello, e questo aiuta.
Un fisico asciutto, occhi scuri e profondi, un bel viso dai lineamenti decisi ma non volgari, e le mani, quelle mani con dita lunghe ed affusolate, che rastremavano molto lentamente.
Quella pelle scura, nera, dava alle parti esposte del suo corpo lucido, agevolato dalla peluria scarsa, dei bei chiaroscuri esaltati dalla forte luce del sole.
"Ah, sì..certo, ma lo so che non si rompe, l'ho già visto fare altre volte, e mi piace.."
"Anche a me..una nave che ingoia un treno e dopo un po' esce a pezzi.."
"E poi, tutto si riaggiusta..",sorrisi anch'io e lo osservai divertita.
Il suo sguardo su di me si fece serio per un attimo, non lo ressi e lo distolsi puntando la costa siciliana.
Riprendemmo a conversare, ma non so di preciso di cosa; le parole parevano sassi che, una volta usciti di bocca, rotolavano in terra, fino a raggiungere un angolo del ponte, per poi piombare nell'acqua, producendo schizzi fragorosi; esaurimmo le nostre scorte e rimanemmo in silenzio, e nel silenzio le cose assunsero un'altra qualità, in modo incredibilmente rapido.
Nel frattempo la vibrazione dei motori era aumentata, il treno era stato completamente inghiottito e la nave stava per partire. E anche noi. Stavamo levando i nostri ormeggi, stavamo salpando.
"Il tempo di un tamarindo", diceva Gene Gnocchi, protestando timidamente contro il destino che lo aveva punito con una multa per divieto di sosta.
In quel breve tempo, in quel viaggio nel viaggio, mi ero già piacevolmente persa, cercando l'inclinazione migliore della testa per assaporare le sue labbra, provando il brivido di essere tra le forti braccia di uno sconosciuto nipote di Martin Luter King, e traendo da tutto ciò una paradossale sicurezza, un segreto piacere; una scorza di abitudini si era adagiata sul molo di Villa, e la mia nuova buccia sapeva di acerbo e di fresco.
Quel che avevo dentro non lo so esattamente, ma so che tutto il mio corpo era proteso verso di lui per cercare una perfetta aderenza, avvertendo la profondità del suo respiro e l'elasticità delle sue membra che si sincronizzavano sul metronomo dei miei sensi.
Desideravo tutto questo, non desiderando altro.
Desideravo solo espandere e prolungare questa nuova esperienza, ma non sapevo come.
Poco prima di attraccare riprendemmo fiato, la madonnina occhieggiava benevola e sullo sfondo una nave della compagnia concorrente, la Caronte, col disegno del "dimonio" sulla prua, stava per terminare anch'essa il suo viaggio.
Un simbolico contrappunto di bene e male si confondeva e si amalgamava ai miei occhi.
Il treno mi attendeva, e lui attendeva le mie decisioni, non c'era bisogno di dire altro.
Lo presi per mano, scendemmo rapidamente le ripide rampe di scale che mi portavano alla mia carrozza, tirai giù il borsone, mentre una signora vestita di nero dentro lo scompartimento ricambiava il mio saluto con freddezza, forse per quell'anima nera che avevo dietro di me.
Salii un po' sollevata sulla sua auto, mi adagiai sul sedile, mi tolsi le scarpe, mi stirai le membra, come attraversata da un'onda, lo guardai e sorrisi.
Assistemmo, rapiti, al progressivo aumento di luce determinato dall'apertura del portellone anteriore della nave; il sipario si stava alzando, ma non conoscevamo la trama della rappresentazione.
Le strade di Messina, piene di macchine strombazzanti, sature di un'umanità dai forti contrasti, ci dettero il benvenuto.
Tutto era diverso.
Quei tre chilometri tra Scilla e Cariddi rappresentavano tutt'ora un'interruzione netta, pensavo a questo con piacere mentre mi abbandonavo completamente alla strada, agli odori, a lui.
Dopo un po' vidi dall' autostrada la testa del coccodrillo che affiorava placidamente dall'acqua, lo stretto e lungo promontorio di Milazzo che si avvicinava e dettava ulteriori decisioni da prendere; potevo esserne divorata in un sol boccone o continuare il viaggio.
Strinsi forte la mano di Lamin appoggiata sul cambio.
"Sono tanti anni che non vedo Agrigento" dissi.
"Io non l'ho mai vista" e mi guardò, fra il divertito e l'interrogativo.
"Laggiù ci sono, proprio adesso, i mandorli in fiore, e anche i resti dei miei avi, credo, spero, e un sole che sembra inventato per tramontare solo lì; quando lo vedi lì, tra quelle colonne, difficilmente lo pensi in un luogo migliore..tu ce l'hai un posto simile?"
"No, non ho esattamente un posto..ho una canzone in testa che parla del mio popolo, e ha un titolo di una sola parola che non saprei tradurti: significa.. orgoglio di appartenere ad una tribù ben precisa, orgoglio di essere un tutto unico con la tua gente, e, se necessario, di combattere per essa; ma orgoglio non è la parola giusta, è troppo forte..invece questa parola viene..sussurrata, cantata con..gioia, direi. Più o meno. Ed è qui, nella mia testa.."
Il sorriso a trentadue denti ritornò vigoroso; le sue mani, ora entrambe sul volante, ferme, sicure, davano la rotta del nostro viaggio mentre si girava verso di me.
Lo guardai rapita, e un po' invidiosa.
Ero felice di essere lì.
Lasciammo il bivio per Milazzo alle nostre spalle, il sud del sud ci stava aspettando.


IL 2003 E' PASSATO, ...

IL 2003 E' PASSATO, ORAMI CE  L'ABBIAMO ALLE SPALLE.


PERCIO', TUTTO CONSIDERATO E RIPENSANDOCI BENE, E' MEGLIO CONTINUARE A CAMMINARE CON LE SPALLE ATTACCATE AL MURO...


SERENITA' A TUTTI


CAPSICUM