domenica 26 dicembre 2004

giovedì 23 dicembre 2004

LA STRATEGIA DEL CONTROLLO



Ho un marito che combatte l'ansia cercando di mantenere un controllo totale sull'ambiente che lo circonda: casa, lavoro, moglie, figli.


Ho un figlio che combatte l'ansia cercando di mantenere sotto controllo il suo pc ed i giochi che ci sono dentro e via dicendo: circoscrive il territorio per averne un controllo più totale.


Io sono una megalomane: ho cominciato a combattere l'ansia cercando di arginare la malattia e la morte, il che è come dire cercando di controllare la Morte.


La quale è la fonte dell'ansia di noi tutti.


Ma Lei non si lascia controllare.


Però le rendo la vita difficile, eh?


Megalomane e ambiziosa. E pure di successo!


Sharon Stone mi fa un baffo!!

mercoledì 22 dicembre 2004

Dopo quasi due mesi d'assenza torno alle radici dell'ozio.


Non è facile scrivere in momenti difficili. Ogni cosa che scrivo dovrebbe, nelle mie intenzioni, rispettare i sentimenti altrui, e contemporaneamente comunicare qualcosa che valga la pena di leggere. Nello stesso tempo dovrebbe essere qualcosa che soddisfi anche il mio bisogno di esprimermi


Tuttavia ultimamente non sono in grado di rispettare queste tre condizioni nello stesso tempo: se sinora c'ero riuscita, recentemente non m'è stato possibile.


Spero andrà meglio in futuro. Intanto molti auguri a chi dovesse capitare di qua.


Baci


Capsicum

lunedì 1 novembre 2004

COMIDA DE MAMA - ovvero anche se sono in ritardo IMBB numero sei


Negli ultmi due giorni ho avuto la gioia di ospitare la mia sorellina in visita. Abbiamo bevuto birra, cucinato, preparato una dispensa di cucina, portato i bimbi a pranzo fuori ed infine abbiamo mangiato una vecchia minestra di quando eravamo piccole: la Minestra Rinfrescante.


Il nome è legato in parte alla convinzione di nostra nonna e di nostra madre che si trattasse di una vera terapia per i disordini di stomaco, in parte al sapore deliziosamente fresco che ha. La ricetta originale prevede formaggio pecorino semifresco, cioè vecchio di dieci giorni, e una specie di yogurth sardo chiamato gioddu. Poichè vivo in esilio, mi accontento di quel che trovo sul mercato per fornirne una ottima imitazione.


Ingredienti per due o tre persone:


mezzo litro di brodo


100 grammi di semola, preferibilmente grossa


150 grammi di formaggio feta


2 grossi cucchiai di yogurth greco


un ciuffo di menta fresca tritata.


Versare a pioggia la semola nel brodo bollente e fare cuocere per dieci/quindici minuti. Aggiungere il formaggio tagliato a piccoli cubetti e rimescolare fino a che non si è sciolto. Spegnere il fuoco e incorporare lo yogurth e la menta tritata, servire.

venerdì 29 ottobre 2004

TELEFONATA


Qualche tempo fa, durante il telegiornale locale, mio marito ha esclamato: "Ah, ma quello non sarà mica parente dei tuoi pasienti Taldeitali?Quanti Taldeitali di X*** ci possono essere da queste parti?" "Può darsi, ho risposto,ma spero di no."


Invece qualche giorno fa sollevo il telefono e sento la signora Taldeitali che, con tono affranto, mi chiede due ricette e la data dei vaccni. Poi soggiunge: "Vorrei tanto parlare con lei, cara dottoressa, ma non posso perchè sto troppo male"


Singhiozza, sospira, è per via di mio fratello, dice. Lei ci u sape cosa successe a mio fratello? una cosa terribbili, una tragedia, che questo non ce lo doveva fare, nè a Lei nè a noi. Ora come ci spiego, non so da che parte incominciari, si sparau iddu e alla moglie sua, co fucili da caccia, aveva il fucile, un colpo per lei in mezzo al cuore e poi s'ammazzau.


Era stato  a riposaresi a X***, non stava bene, stava malato, faceva degli esami e disse a tutti, ora arriva l'esito degli esami e forse mi debbo operare, speriamo che vada tutto bene, u Signuruzzu ci aiuta, poi tornò su e giorno 14 aveva da fare una tacc, andò al Policlinico e volle andare solo, disse a so mugghieri che ci vieni a fare tu, basta che vado solo, i medici ci fecero sta tac e lui ci chiese allora come sto e loro ci u dissero, sti disgrazziati, non ti potemo operare, il male sta troppo avanti; neppure le cure ti potemu fari, perchè stai troppo avanti, questo lo seppero i figlioli dopo, dopo il fatto, così mio fratello torna a casa e nulla ci dice alla moglie, e a nessuno, e lo stesso giorno andò a trovare i figli, e anche i miei figli, e pure gli altri nipoti. Da tutti non disse nulla, solo ha giocato col cane, ha salutati i bambini, ma non disse nulla, nulla pareva. Me figlio ci chiese allora zio come va? male ci rispusi, male, vado male, ma poi non si volle spiegare, nun ne parliamo, non ne voglio parlare.


Giorno 14 fece l'esame al Policlinico, giorno 16 mentre la moglie stendeva i panni du picciriddu sul balcone, che ci lavava i panni al nipotino, per aiutare a sua nuora, lui da dietro pigliò il fucile  e  ci sparò in mezzo al cuore, poi s'è ammazzato. E dire che l'adorava, questa moglie, l'adorava. So figlio telefonau a me figlio e ci disse papà l'ha fatta finita. Papà l'ha fatta finita.


E va bene, lo posso capire, ma che c'entrava lei? Non ce lo doveva fare, a lei non ce lo doveva fare, e neppure a noi. La nostra famiglia è distrutta. L'abbiamo seppelliti lo stesso giorno, un funerale al mattino e l'altro al pomeriggio, e stavano tanto bene, la casa rimessa a posto, la macchina nuova, ora sti poveri figli, distrutti dal dolore, che pure se tutti tengono un buon lavoro e la famiglia e stanno bene, un dolore così e il resto non conta nenti. Ma pure la colpa non è tutta, non l'ave solo lui, perchè ci u dissero così, senza riguardo, senza un pensiero?

giovedì 28 ottobre 2004

ASSENZA


Forse non sono mai stata, nell'ultimo anno, per tanti giorni lontana dal blog. Purtroppo non è stato un bel periodo, ma dalle difficoltà spesso nascono dei cambiamenti positivi. Stasera è veramente tardi, per giunta sono le settimane dei vaccini per l'influenza che assorbono tutti i ritagli di tempo. Poi ho un nuovo studente tirocinante, libanese, e neppure a lui sto dedicando abbastanza tempo.


La mia analisi mi ha portato ad un cambiamento molto rilevante e, sinceramente, non riesco ancora ìbene a stabilirne la portata. Ma mi sento meglio, decisamtne meglio di quanto sia mai stata negli ultimi venti o trent'anni. Ho molte storie da raccontare nei prossimi giorni.


Buon mattino, ormai, a tutti.

giovedì 7 ottobre 2004

LOTTA AL PIDOCCHIO


A meno di un mese dall'inizio dell'anno scolastico sono alla prese con la seconda, dico seconda, bonifica dai pidocchi delle testolini dei miei eredi. Ho speso cento euro di PidoKiller, 28 di lavaggio coperte, non so più quante ore di lavaggio bianchieria da bagno, da letto e vestiti bimbici, e non ho ancora il conto del tappetaio per i tappeti.


Se becco quei genitori che continuano a mandare a scuola il figlio/a coi pidocchi anche dopo esserne stati informati, non so che gli faccio. Secondo voi potrei chiedere i danni?

domenica 19 settembre 2004

La psichiatria, la psicoanalisi, la psicofarmacologia, non hanno delle soluzioni vere.


Una mia amica psichiatra qualche settimana fa si è lasciata andare a confessare che non siamo in grado di curare i pazienti psichiatrici gravi: i borderline, gli psicotici, i deliranti, i disturbi di personalità. Possiamo a malapena curare i depressi e gli ansiosi, gli altri riusciamo a farli stare un po' meglio, un po' meno male, a traghettarli da una crisi all'altra. La mia amica diceva che bisogna rassegnarsi a questo.


Lo sospettavo, ma è stato duro sentirlo anche da lei. Pochissimi lo ammettono, preferiscono ammantarsi di potenza terapeutica, esaltare i risultati positivi, minimizzare tutto il resto. Paura, eh?


Ciò è molto triste, quasi insopportabile.


In compenso ho letto un breve aritcolo di un certo Duccio Demetrio che esalta le proprietà autoterapeutiche e autoanalitiche e curative dello scrivere di sè. Autobiografie, diari, blog: tutto fa bene. La risposta autarchica alla psichiatria?

venerdì 17 settembre 2004

Quando ero molto giovane e studiavo Medicina, il mio prof. di psichiatria dichiarò che il paziente psichiatrico grave è la persona più fragile in un gruppo ammalato, che cede e va in tilt. Affermava che per curarlo bisogna levarlo, estirparlo dal gruppo malato e permettergli di avere delle relazioni sane.


Sono passati ventidue anni e finalmente ho capito profondamente  cosa voleva dire e posso asserire con sicurezza che, con l' eccezione dei depressi e dei bipolari e degli ansiosi che secondo me hanno una malattia ad origine prevalentemente biochimica, aveva assolutamente e completamente ragione.


Peccato che la terapia proposta sia praticamente sempre impossibile da eseguire.

domenica 12 settembre 2004

IL CULTO DEI MORTI NEL VECCHIO BORGO


Il Pescatore m'ha mandato una bottiglia di crema di limoncello. Ora chi m'ha seguito negli ultimi mesi dirà: come ha fatto se è morto da due settimane? Ha dato la commissione da fare alla Figlia, è chiaro. Ieri era il mio compleanno, capite, e a me il "lemo" fatto in casa piace parecchio.


Abbiamo parlato di lui, va da sè. La Figlia, rientrata dal Marocco appena in tempo, gli ha messo accanto nella bara tutto quanto poteva essergli utile "di là": canna da pesca, l'ultima, la migliore, a fianco; licenza di pesca nel portafogli, debitamente rinnovata poco tempo fa; sacchetto dei bigattini a portata di mano. E poi foto delle sue donne: le due figlie e la nipotina. La moglie no: aveva raccomandato alla Figlia: "Non farla venire al funerale, lasciami andare in pace, senza quella lì". Fiori, un sacchetto di biscotti fatti in casa, quelli che gli piacevano, i documenti, era una persona seria e non andava in giro senza.


L'hanno cremato di venerdì. Voleva essere cremato e poi finire nel fiume, il posto dove preferiva stare. La legge sulla dispersione delle ceneri non è ancora passata, quindi bisognava metterlo nell'urna, ma la Figlia ha tanto pianto e strillato e minacciato e pregato che i becchini, con l'intermediazione dell'impresario delle pompe funebri, hanno fatto una roba da six feet under: aperto il sigillo dell'urna, ne hanno asportato una buona parte delle ceneri e l'hanno richiuso. Le ceneri sono partite in macchina, chiuse in una scatola di cartone, con al Figlia e col compagno pescatore del Pescatore, dirette ad uno dei posti da lui preferiti, e laggiù sono finite dentro il fiume, a scorrere con lui, come voleva il nostro amico. L'urna semivuota riposa accanto al corpo del fratello, per la consolazione della Maggiore e della Nipotina che potranno portargli dei fiori.


La Nipotina piange di continuo. Continuava a cercare il nonno e pare ne abbia ereditato il caratteraccio, visto che strillava e faceva i capricci e rifiutava di mangiare se  non la portavano subito, dico subito, dal SUO nonno. La situazione in capo a pochi giorni era diventata insostenibile, era chiaro che non aveva alcuna intenzione di scordarsene o di lasciar pedere, così le hanno spiegato che gli angioletti sono venuti a prendere il nonno per portalo in Cielo. La spiegazione non l'ha placata, ha solo indirizzato altrove le sue proteste: che diritto hanno gli angioletti di portarsi via il mio nonno? non ce l'hanno un nonno, loro? io lo rivoglio, bisogna dirgli che me lo riportino, in Cielo è troppo lontano e non mi piace. In seconda battuta ha indagato sulla possibilità che quei disgraziati si portino via anche la mamma, o la zia, e le sorveglia attentamente: non si sa mai.


Io mi bevo la crema di limoncello, e aspetto il mio turno, come il resto del mondo. Ma intanto vivere è bello.

mercoledì 1 settembre 2004

LA VITA SCORRE. E IL PEPERONCINO MATURA.


Dal primo luglio scorso la gestione della Casa di riposo è passata di mano. A due "Infermieri Imprenditori". Non ci vado d'accordo con questi I.I., così ho dato le dimissioni il 21 luglio. Gli I.I. hanno precipitato le cose facendomi inca**are, hanno persino tentato di farmi imporre dall'Azienda di continuare ad assistere i Pazienti per forza.


Molta gente non sa che il Medico di Famiglia può in qualunque momento ricusare uno o più pazienti qualora venga a mancare il necessario rapporto di fiducia. In tal caso ha solo l'obbligo di continuare ad assisterlo per sedici giorni, dopo la comunicazione ufficiale, perché egli abbia il tempo di scegliere un nuovo medico. Gli I.I. pensavano di avermi in pugno, che il Medico fosse un arlecchino servo di tutti. Capisco che questo possa essere l'auspicio della nostra classe politica e di tanti altri, ma non è ancora così.


Il primo paziente che ho ricusato era follemente innamorato di me. Era anche profondamente intossicato d'alcol e completamente confuso. Gli ho trovato un medico maschio e l'ho pregato di non fare confusione tra medici, mamme e fidanzate.


Altri due pazienti li ho ricusati quando mi sono accorta che mi chiedevano un certificato di malattia alla settimana per ciascuno. Il medico fiscale dell'Inps, ad una cena di fine anno, mi disse ridendo che i miei due pazienti detenevano un record: avevano quasi raggiunto le duecento visite fiscali per ciascuno, se si pensa che avevano entrambi meno di trent'anni si tratta di una performance notevole. Ma siccome i conti dei certificati e delle visite non mi tornavano, ci sono andata a fondo: si facevano fare certificati anche dal medico dei genitori di lei e da quello dei genitori di lui. Vivevano sul filo del numero massimo di assenza per malattia consentito senza incorrere in un licenziamento. Si facevano i conti da bravi sindacalisti e appena "maturavano" una settimana o due di malattia se la "prendevano", come se avessero "maturato" delle ferie.


Una famiglia l'ho mandata via perché avevano dato dello "sciancato di merda" al mio collaboratore, una persona intelligentissima che da circa venticinque anni ha la parte sinistra del corpo paralizzata. Non ho mica alzao la voce: ho detto solo: trovatevi un altro medico, buonasera. Pensando che è ben più triste la sorte di chi è sciancato nel cervello....


Ora, bisogna tener presente che la dottoressa Capsicum mica si chiama così per niente! Come il Capsicum Annuum (volgarmente peperoncino rosso di Soverato) se la mordi avventatamente brucia. Ho anche ricusato della gente con cui potevo essere più accomodante. Due o tre. Gente che non ascoltava i miei consigli, che riteneva che io mi sbagliassi sempre, che non capissi nulla. Li ho esortati a trovarsi un medico in cui potessero riporre davvero la loro fiducia. Impeccabile formalmente, ma in realtà io ero offesa. E dispiaciuta. E ferita. Li ho ricusati per quello, mica per altro.


Come ho detto altre volte essere buoni non è una qualità importante del medico, che non ne ha pertanto l'obbligo.


Sul mio terrazzo i peperoncini stanno diventando rossi. Domattina ne colgo uno e lo mangio col pane, l'olio e il sale. Brucia, si, ma è il primo di quest'anno, e sono impaziente di sentirne il sapore.


Buonanotte a tutti gli ipocondriaci, i depressi, i fantasiosi, gli amici, i buoni, i cattivi, purchè amanti del magico ortaggio rosso.

domenica 29 agosto 2004

NOTIZIE


 


Il Pescatore è morto stanotte all’una e un quarto, verosimilmente per un infarto cardiaco, nel giro di poco più d’un’ora.


 


Nell’ultimo mese si era ulteriormente aggravato. S’era procurato una zanetta, un bastone fatto con un ramo scortecciato e lucidato, e vi si appoggiava per girare in casa ed anche quando era seduto sulla sedia. Un bastone da camminatore, da boscaglia, da prode del fiume. Un bastone per appoggiarsi tra i sassi, per scostare l’erba, per cercare funghi. Un bastone perfetto per lui, anche alla fine.


 


Ieri sera aveva giocato con la nipotina fino alle dieci di sera: lei faceva le capriole sul suo letto e lui la stuzzicava dispettoso. La piccola l’ha salutato: Ciao nonno, ci vediamo domani mattina. Aveva un gran mal di stomaco sin dal mattino, alle undici e mezzo si è svegliato ed è andato in bagno, ma gli è venuto un gran fiatone e non riusciva a riprendersi. Si è affacciato al terrazzo, poi gli sono mancate le forze. La moglie ha chiamato la figlia, quella maggiore (la Figlia è in Tunisia per una breve vacanza, spedita quasi a forza da tutti nella speranza di farla riprendere un po’: ultimamente è davvero crollata); la Maggiore appena è entrata m’ha chiamato subito: rantola, m’ha detto, cosa debbo fare? Vengo io, ho risposto.


Gli ho dato solo dei sedativi, è morto circa venti minuti dopo.


 


La Maggiore voleva mettergli i pantaloni che usava per andare a pescare, la moglie il vestito del matrimonio. Sono giunte ad un compromesso: pantaloni da città ed il suo golf preferito.


Il funerale sarà martedì alle quindici al Cimitero del nostro Borgo.

sabato 31 luglio 2004

Vado in ferie per un paio di settimane, ci si sente al mio ritorno. Buona estate a tutti.


Capsicum


P.S. che ne pensate del nuovo aspetto del blog?

CATEGORIA LETTURE ESTIVE


Ieri sono stata in biblioteca a restituire i libri presi a prestito dal mio figlio maggiore e ne sono uscita con un romanzetto trendy: Allison Pearson, "Ma come fa a far tutto?".


L'ho letto. All'inizio è straordinariamente realistico, poi non so come diventa assurdo.


Perché la mamma italiana che lavora alla fine riesce davvero a fare tutto, non come la protagoinista che lascia il lavoro per tenersi il marito che si è stufato di fare il mammo.


La mamma italiana che lavora rientra in tempo per mettere a letto i figli praticamente sempre, e anche per fare la cena, e per preparare la torta del compleanno, o per fare i panini al latte, o il ragù che mette in frezer in comode confezioni monoporzione per il figlio maggiore che si fa da mangiare a pranzo, o per portare il bambino dal pediatra, e tiene il diagramma di crescita dei propri figli aggiornato e non manca agli apppuntamenti con l'ortodonzista e si presenta immancabile alle assemblee di classe ed ai colloqui, dove la maggior parte della altre mamme lavorano anche loro, qualcuna con orari assurdi e altre con orari meno assurdi, e gestisce i suoi affari dal telefonino mentre sala l'arrosto nel forno, o mentre la polenta cuoce allegramente nel bimby o il kenwood impasta  gli scones mentre la crescente lievita (perchè sprecare il tempo in cui il forno si tempera? facciamo due scones, piacciono a tutti!).


La mamma italiana viene piantata dal suo compagno in genere perché lui ha trovato da far bene con una di venti anni più giovane, non perché si sia stufato di fare il mammo: tanto non lo fa, non c'è pericolo. Il babbo italiano, mediamente, non sposta neppure di cinque minuti i suoi impegni per andare a prendere i bambini a scuola ( ci sono rare eccezioni, rare, rarissime) e dopo cena deve guardare il calcio su sky, e zitti tutti!


La mamma italiana se ha il figlio che si è fatto male a scuola lo strilla a tutto l'ufficio e scappa via senza neppure prendere la borsa, spalleggiata dalle colleghe ed anche da i colleghi, grazie a Dio, altro che inventarsi scuse incredibili come la protagonista del libro. E non lo può lasciare il lavoro, no, perchè altrimenti il mutuo della casa non si riesce a pagarlo e ci si trova per strada tutti insieme appassionatamente.


Conclusioni: carino da leggere, ma con moolto, mooolto senso critico.

lunedì 26 luglio 2004

titolo

"SCIENZA: un modo di scoprire le cose e poi di farle funzionare. La scienza spiega cosa succede intorno a noi. Così fa anche la RELIGIONE, ma la scienza è meglio perché riesce a trovare scuse migliori quando ha torto. C'è molta più scienza di quanto si pensi." (T.Pratchett)

sabato 24 luglio 2004

Secondo IMBB.it ospitato da iaia con tema: sughi di verdure per la pasta.


Ora questa mi sembra l'occasione per proporre alla memoria di tutti la meravigliosa "pasta con le piante delle zucchine" della mia amica Maria Pia che non vedo da tanti anni ma che sento per telefono, e questo anche se abitiamo a pochi chilometri di distanza perchè anche lei è un medico di famiglia e, come me, vede praticamente solo i suoi pazienti.


PASTA CON LE PIANTE DELLE ZUCCHINE


La mamma di Maria Pia aveva l'orto e coltivava le zucchine, soprattutto per avere i fiori di zucchina freschissimi che preparava imbottiti nella maniera tradizionale con mozzarella e acciughe. Poi la stagione finisce e le piante delle zucchine vanno tolte perchè sono annuali. E si utilizzano così:


Tagliatele in pezzi lunghi circa 20 centimetri, levate tutte le foglie e tutti i "fili", cioè i filini legnosi. Mettete questi pezzi a bollire nell'acqua e dopo circa 4-5 minuti aggiungete il sale e la pasta. Scolare tutto insieme quando la pasta è cotta. A questo punto:


a- avete fretta, condite con olio crudo e una manciata di pecorino;


b- avete tempo e ripassate tutto in padella con olio e.v. , due spicchi d'aglio e qualche cucchiaiata di salsa di pomodoro.


Mettiamo che non abbiate a disposizione le piante delle zucchine. Ebbene, che fate? Prendete una decina di fiori di zucchina ogni due persone, levate i gambi che metterete acucere come precedentemente detto per le piante, solo tagliati in pezzi da tre o quattro centimetri. Quando la pasta è cotta, buttate dentro i fiori, contate sino a dieci, in fretta, scolate il tutto e ripassate in padella come descritto sopra, velocemente, con pomodorini tagliati a metà invece della salsa di pomodoro.

domenica 18 luglio 2004

SOS


Per un motivo personale mi occorrono citazioni aventi per argomento la tolleranza e l'intelligenza, questa ultima nel senso di capacità di comprensione. Chi mi legge potrebbe aiutarmi? Lasciatele pure nei commenti, grazie. Un abbraccio riconoscente dalla vostra


Capsicum

http://www.montag.it/comida/archives/002045.html    Qui trovate Ismyblogburning.it ospitato da Comida.


e io partecipo con:


LA ZUCCA GIALLA AL FORNO CON CIPOLLE DI TROPEA IN AGRODOLCE AL MIELE DI CASTAGNO ED ACETO BALSAMICO


Per 400 grammi di zucca gialla già cotta al forno una grossa cipolla di tropea, olio evo, aceto di vino bianco due cucchiai, miele di castagno un cucchiaio, sale, pepe, aceto balsamico "vero" qualche cucchiaino.


Affettare a velo la cipolla e farla appassire in poco olio e.v. a fuoco lento. Salare, pepare. A fine cottura bagnare con due cucchiai d'acedto e aggiungere la zucca tagliata a piccoli dadini. Rimescolare delicatamente, unirvi un cucchiaio di miele di castagno e amalgamare bene sul fuoco. Versare nella sperlonga e finire con qualche cucchiaino di aceto balsamico. In mancanza di aceto balsamico autentico farne a meno.


La ricetta non è nouvelle cuisine: la base è calabrese doc, io l'ho un pochino rivisitata, trasformandola da secondo vegetariano a intingolo buono per antipasti su crostini, contorno a carni rosse, arrosti, secondo me sta bene persino con la polenta, anzi sulla polenta.


 

 Continuano le spigolature da Vai a te stesso:


 


 


“Noi non potremo entrare in una nuova epoca di libertà finché non attiveremo un processo di vaccinazione mentale contro il peggiore virus di ogni tempo: il pregiudizio”


 


“Dove l’ideologia cede il passo all’umanità, si apre un piccolo spiraglio perché la guerra dei morti ceda il passo alla guerra delle idee che fertilizza il terreno della comune convivenza”


 


“Fin quando non sapremo ripensare i conflitti in termini di centralità dell’uomo e della giustizia dovuta alla sua dignità ricadremo nel fallimento sanguinoso della relazione fra i primi due esseri umani che si chiamavano Abele e Caino”


 


“E’ difficile stabilire se nell’uomo sia più corta la memoria o la sensibilità”


 


 

mercoledì 14 luglio 2004

 


Ancora Moni Ovadia  -  "Vai a te stesso"


 


  Ho visto questo libro nelle scansie di una libreria d’un centro commerciale, mentre aspettavo l’ora di inizio di un film per bambini nella vicina multisala. Perché le mamme questo fanno:  rubano il tempo qui e là tra il lavoro e l’orario d’uscita da scuola di un figlio, o la riunione della madri scout, o l’inizio di un film per bambini nella multisala, o durante una festa per bimbi, quando affidi il tuo al bailamme del piccolo branco ed alla custodia di altre madri, come una gattara, e ti prendi un’ora per passeggiare, leggere un libro, scrivere una pagina.


 


  Mi piace il titolo, ho pensato, eppure non mi piace anche, per via dell’assonanza con quel parto di Susanna Tamaro, Va dove ti porta il cuore, dal sentimentalismo così facile da parere falso, annacquato. Poi mi sono detta: mica è colpa sua, di Ovadia,  se la Tamaro ha scritto vai dove ti porta il cuore. Io vado invece dove la mia mente travagliata mi conduce, e a volte, molto spesso, non vado in nessun luogo, ma rimango a sprofondare in me stessa. Vado a me stessa, appunto.


 


  Ho letto quasi tutto il libro sdraiata su un lettino sulla splendida spiaggia di Morcone, avvolta in una brezza tesa e profumata, di quando in quando con un bimbo o l’altro appoggiato alle mie ginocchia, concentrata dal rumore ritmico delle onde e rinfrescata di quando in quando da un candido spruzzo.


 


  Non tratto male i libri, salvo per una vecchia e deprecabile abitudine. Ogni volta che leggo qualcosa che mi colpisce veramente, segno il punto con una piccola orecchia nella pagina, nell’angolo superiore o inferiore, a seconda della parte del foglio in cui il passo interessante è contenuto. Non è un gran danno: vi sono libri con una sola orecchia, altri con sei, sette. A pagina 125, prima di lasciare la spiaggia, ho notato qualcosa, e mi sono fermata a contare i miei segnalibro: ventitre.


Ora, come una golosa vecchia signora che rientri dal giro del buffet con un piatto stracolmo d’assaggi allettanti, destinati a stratificarlesi sui fianchi oltre che nella memoria gaudente, dispongo le mie frasi preferite sulla pagina davanti a me:


 


 


-         “Se queste parole dunque le dico, conviene anche che le scriva, soprattutto perché qualcuno che ritenga giusto farlo possa servirsene per rimproverarmele”


-          


-         “Il secolo che è alle nostre spalle ha sviluppato con inaudita violenza una peste idolatrica che ha preso il nome di totalitarismo. Il virus che l’ha generato è l’idea di un bene assoluto contrapposto ad un male assoluto”


-          


-         “... il peccato imperdonabile fu pensare di poter acquisire la conoscenza mangiando un frutto. Quella criminosa stupidaggine spezzò la condizione edenica. La conoscenza non può essere inghiottita, non può essere comprata, la conoscenza deve essere conquistata attraverso il travaglio dell’interiorità che conduce all’ ecce homo. “


-          


-         “non a caso i Maestri dell’ebraismo dicono che un uomo il quale ripudi radicalmente l’idolatria è già ebreo, ivrì: colui che traghetta il ben-adam, il figlio dell’uomo dallo status di suddito allo stato di soggetto del proprio agire, dalle tenebre dell’idolatria alla luce dell’umanesimo”


-          


-         “La violenza porta con sé l’idea che farsi carnefice redima la propria pregressa condizione di vittima”


-          


-         “Essere in relazione positiva con la propria sessualità significa essere in relazione creativa con la propria natura di essere umano e con colei che rappresenta la prima matrice di confronto: la donna che ci è stata messa non a fianco, ma contro, affinché noi intendessimo la vita come una relazione dialettica di alterità e non di subordinazione. Perché la donna è “l’altro” per l’uomo e l’uomo è l’altro per la donna”


-         “Uno degli errori più gravidi di conseguenze nefaste nella storia dell’umanità è che vaste categorie di esseri umani senzienti, dotati di possibilità di scelta, abbiano lasciato i grandi pensieri etici – Cristianesimo, Islam, Ebraismo, ma anche altri pensieri sublimi – a professionisti della spiritualità. Che abbiano trasformato questi pensieri in strumenti di dominio, di pregiudizio, di pèrocessi di pietrificazione e di necrosi di quegli stessi pensieri”


 


  Il resto a domani, per evitare indigestione!...

martedì 13 luglio 2004

OGGI AL PARLAMENTO


Il Pescatore segue con attenzione il dibattito sulla possibilità di disperdere le ceneri di un morto nel luogo da lui scelto. Ha fretta, spera ardentemente che questa nuova legge passi in tempo per lui.


Mi ha raccontato di quando andava a pescare nel Panaro, in primavera, e attraversava distese di ciliegi in fiore, così fitti, e se tirava una buona folata di vento sembrava venisse la neve, neve rosea e profumata. Vuole tornare per sempre nel fiume, lasciarsi portare e disperdere dalla brezza, posarsi sull'acqua, affondare leggermente e lentamente, seguire per un po' la corrente ed infine tornare a far parte, per sempre, del mondo che ama.

sabato 10 luglio 2004

Raymond Carver – Il mestiere di scrivere


 


Non mantiene quel che il titolo promette. Si tratta semplicemente di una raccolta di prefazioni, brevi discorsi a convegni e a conferenze varie, una sola registrazione di un seminario (che rende l’idea di come Carver intendesse l’insegnamento della scrittura creativa) e alla fine una posticcia serie di cosiddetti esercizi inventati da qualcuno dopo la morte di Carver, e attaccati lì. Il tutto relativamente interessante, la sincerità e la semplicità ricercata di Carver rendono qualunque suo scritto interessante, ma lontano da quel che lascia intendere il titolo,  che è preso dal primo pezzo dell’antologia, molto bello.


Da questo la citazione che ho scelto:


 


“Ogni grande scrittore ed anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni.


   E’ qualcosa di simile allo stile, ma non è solo questione di stile. E’ il tipo di inconfondibile ed unica firma che lo scrittore lascia su qualunque cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e nient’altro. E’ una delle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà per un pezzo.


   Isak Dinesen diceva che lei scriveva un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione. Un giorno o l’altro metterò questa frase su una scheda sei-per-dodici e l’attaccherò alla parete vicino alla mia scrivania. Già ne ho attaccate diverse di schede del genere. “una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Ezra Pound. Non che questo basti, per carità, ma se uno scrittore ha la fortuna di possedere “una fondamentale accuratezza d’espressione”, bè, perlomeno è sulla strada giusta”


 


Spero che vi piaccia anche Carver. Domani tocca di nuovo ad Ovadia, con "Vai a te stesso".


E un pezzo al giorno sto leggendo Montanelli e il Cavaliere, di Travaglio.


Buona estate a tutti.


 


 

giovedì 8 luglio 2004

 


Sono in vacanza, e leggo. Cosa? Di tutto un po'. A cominciare da:


 


Moni Ovadia – L’ebreo che ride


 


Una gradevolissima sorpresa, per me.  Nel senso che naturalmente mi aspettavo un libro intelligente e godibile da Ovadia, ma questo è ancora di più: è imperdibile.


 


Cosa potete trovare in questo libro:


-         una breve storia degli ebrei in Europa negli ultimi due secoli, ivi compreso lo scorcio della rivoluzione russa, sotto le mentite spoglie di un libro sull’umorismo ebraico;


-         un profondo saggio sulla spiritualità ebraica camuffato da raccolta di barezellette;


-         uno scorcio illuminante sulle radici dell’umorismo americano  moderno cinematografico e letterario, contrabbandato come sopra;


-         un inno indomito alla discussione, all’interpretazione, alla diversità ( “... quando mai gli ebrei hanno temuto le contraddizioni? Alcuni ebrei ultra ortodossi, ma anche laici, sembrano averlo dimenticato. Non ascoltano più l’altro, sono ebbri di sè, sono solo preoccupati di assassinare l’opinione che non coincide con la loro. Hanno dimenticato il versetto 12 del salmo 62 di Davide: ‘Una cosa ha detto l’Eterno, due ne abbiamo udite!’. Hanno dimenticato che se una parola della Scrittura non dà luogo a molteplici interpretazioni non è la parola del Dio vivente, ma la parola di un dio morto e mortifero.”)


-         una amara riflessione sul nuovo Israele, ma non disperata (La capacità di ascolto reciproco sembra atrofizzata, ma non bisogna generalizzare. Si alzano con sobrietà voci che parlano il linguaggio della pace e pace forse significa, come insegna il grande Rabbi Nachman di Brezlav, far convivere gli opposti, non omologarli);


-         un punto di vista vecchio e contemporaneamente innovativo sulla psicanalisi;


-         otto lezioni sull’umorismo ebraico e duecento storielle;


-         molte altre cose che ognuno elencherà da sè.


 


Domani  è un altro libro.


 

venerdì 2 luglio 2004

il mio amico Pescatore oggi mi ha mostrato un nodulo duro e legnoso tra il collo ed il torace, che si nasconde dietro la clavicola. Ecco, mi ha detto, adesso posso anche fare a meno di perder tempo con la tac della settimana prossima. Poi abbiamo parlato a lungo e non vi racconto nulla di quel che ci siamo detti, perchè sono faccende mie e sue, non servono a nessun altro. Solo questa cosa: mi ha chiesto semplicemente una mano per tagliare via l'ultimo tratto della corsa, quello peggiore. Non vuole soffrire, ormai si tratta solo di arrivare al traguardo prima possibile, meglio possibile, con maggiore dignità. L'infermiera era presente e gli ha detto, testuali parole: no, tesoro, non glielo puoi chiedere questo. Strana cosa, quell'infermiera lì che chiama qualcuno tesoro, ed io le ho risposto che non è come dice lei. lui può chiedere tutto quel che crede opportuno, solo che io non posso sempre rispondergli di sì.


Più tardi, in studio, ne ho parlato con la giovane collega che mi sostituirà la settimana prossima, e con il mio collaboratore/manager di studio. Ho detto che mi dispiace che la legge non ci lasci liberi di disporre di noi stessi, ho detto che sono convinta che la vita sia un bene disponibile, che se potessi farei quel che il Pescatore mi chiede. Invece so che posso solo offrirgli una sedazione terminale, per risparmiargli la dispnea col rantolo degli ultimi giorni, lui respira già male, il larigneo ricorrente è già fottuto e così non ha più voce, di tanto in tanto si infila in bagno, poi è tornato e m'ha detto di nascosto che sputa sempre più sangue, ridacchiava e voleva sapere se poteva funzionare da scorciatoia, questa.


Ho passato due ore a cercare di non piangere, e lui a volte pure, e sua moglie intanto ha messo bene in chiaro che neppure se si tratta di fargli compagnia durante una flebo non ci sogniamo di contare su di lei, che ha le sue cose cui badare.


Così uno dei miei amici muore, mentre io ne scrivo mio marito scalpita perchè vuole essere aiutato a portare giù la carta della raccolta differenziata, questo blog è una vera perdita di tempo, irritante, ecco.


Comunicare è come una vincita al superenalotto: una cosa quasi impossibile che comunque talvolta inspiegabilmente succede.

lunedì 28 giugno 2004

APPUNTI


Sono stata a trovare il Pescatore. Vomito da oppiacei. M'ha detto: "Sai che ho cominciato ad andare in Chiesa?. Prendo il fresco. Obbedisco al tuo Principale, il Ministro. Noi vecchi dobbiamo prendere il fresco, eh?"


 

mercoledì 23 giugno 2004

NOIA?


Forse è arrivato il momento in cui le mie storie cominciano ad essere ripetitive.Le persone malate si somigliano tutte, i vecchietti in casa di riposo hanno tutti le stesse manine sottili e scarne, gli stessi due o tre tipi di tremori, le dentiere che si spostano mentre parlano e strati su strati di vestiti anche in estate. Ti scambiano tutti per una vicina di casa o per la loro mamma o per la nipote che non viene mai a trovarli, ed hanno l'identica aria smarrita e confusa di chi non capisce bene dove sta  e cosa succede e cerca di imbastire  due frasi di circostanza per non darlo a vedere.


Ad un certo punto ti accorgi che da due settimane non hai notizia di una malata grave che vive da sola e la cerchi dappertutto, nei reparti dei vicini ospedali, nell'Hospice del paese vicino, nei necrologi, e poi ti rendi conto che è una poveraccia sola, nei necrologi non ce la metterebbe nessuno. Il telefono squilla a vuoto, il campanello di casa pure, prima o poi ti arriva la comunicazione dell'Azienda USL con scritto Revoca per Morte, con la data, ed eccoti accontentata: qualcuno ti ha notiziata, come diceva quel mio paziente ex questurino.


Gli infermieri si assomigliano tutti, lavorano, soffrono, prima o poi scoppiano, non ne possono più, e allora cambiano reparto oppure ospedale, oppure passano dall'ospedale al servizio domiciliare o viceversa, gli viene l'ernia del disco a furia di sollevare pazienti che pesano dai 50 ai 180 chili, a volte addormentati dall'anestesia, a volte in coma, altre volte troppo deboli per muoversi da soli. E' vero che ci sono gli OTA ( o OSA o OSSB), cioè i vecchi infermieri generici, a fare il lavoro pesante, ma non dappertutto: in sala operatoria no, per esempio, e neanche in terapia intensiva. Oggi ho parlato con un infermiere che lavora in un reparto chirurgico specializzato in grandi obesi: se ne vuole andare, i pazienti più magri pesano 130 chili, i colleghi continuano a mettersi in malattia per lombalgie, strappi eccetera, per giunta i grassoni sono pure antipatici chè uno pensa accidentei tu brutto stronzo mangi  per decenni da far vomitare a guardarti e poi io mi debbo ammazzare per spostare i tuoi duecentodieci chili che tu stesso non riesci a portare dal letto alla poltrona? I grassi sono antipatici quando li devi assistere e farti carico dei loro pesanti problemi, letteralmente.


I pazienti si assomigliano tutti, gentili e leccac*** quando ti stanno seduti davanti e vogliono qualcosa da te, velenosi che seminano maldicenze fuori dalla porta mentre aspettano il loro turno e dicono: ecco, come si fa, questa non c'è mai e quando c'è ti tocca aspettare delle mezze ore e poi guarda, mi tiene la pressione così bassa che ho le vertigini, insomma questa fissazione della pressione bassa, io sono stufo, ci ammazzerà tutti, e l'altra seduta vicinoa lui che con la sua voce musicale aggiunge, e poi per farsi scrivere un'urgenza bisogna chiederglielo di persona, manco le costasse dei soldi, non capisco cosa le costa o che ci guadagna a dirti di no e poi vuole sapere perchè e per come, anche se le chiedi una ricetta ti fa tante domande e tante storie e chi gliel'ha prescritta e perchè la vuole, e anche se magari una signora interolquisce timidamente ma allora, scusi, perchè lei non cambia medico, così noialtri facciamo prima a farci visitare, che tanto la dottoressa è piena ed io ho dovuto fare la posta un mese, andando tutti i giorni a chiedere se si libera un posto? magari se lei cambiava medico io non avevo bisogno di aspettare un mese il posto dalla dottoressa. Ma non vuol dire nulla, anche lei la prima volta che avrà un piccolo motivo di scontentezza scrollerà la testa unendosi al coro delle lamentele....


Ma quando stanno male, davvero male, allora sono quelli delle mie storie, collaborano, ti seguono, ti ascoltano, come si segue la guida nella giungla mentre il leone ruggisce nel folto e tu hai paura e ti stringi alle spalle del cacciatore che ti precede col fucilone. Non debbo farmi infgannare dai loro atteggiamenti nel momento del pericolo, la fiducia è temporanea, e poi ti associano al momento della sofferenza, passata quella non ci vogliono nemmeno pensare a te, perchè gli ricordi cose che vorrebbero dimenticare.


Ma quello che veramente mi fa saltare la mosca al naso sono quelli che alla fine ti dicono che fare il medico, comunque, è una missione.


Lo dicono anche agli insegnanti, come racconta Lia qui.


Io non faccio nessuna missione, faccio una onesta e onorabile professione, quando finisco me ne torno a casa e faccio altre cose, compreso occuparmi dei miei figli, leggere, scrivere, stare con mio marito (troppo poco) e via dicendo. E smetterei immediatamente di farla se smettessero di pagarmi, visto che ho bisogno di mangiare (poco) e di mantenere la mia famiglia in una città vergognosamente cara come la mia.


E nel frattempo vivo. E mentre vivo imparo delle cose sulla gente, e talvolta desidero raccontarle, come farei se fossi un'insegnante, cosa che ero fino al 93 del resto, o una cuoca o altro. Essere un medico, in un certo senso, è un fatto contingente, una delle molte occupazioni con cui potrei mantenermi mentre faccio la cosa veramente essenziale: vivo.


Noia?


Qualcche volta bisogna, come diceva Mina, cercare un altro argomento di conversazione.


Mi faccio un giro sui blog.


Prometto, solennemente, che a fine settimana aggiorno i link, corredati di note esplicative ed aggiornati!!

domenica 20 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - FINE


 


Il sabato pomeriggio Milla accusa una fortissima cefalea. Prende un Optalidon, e non conta. Ne prende ancora uno, poi,  in preda ad un dolore lancinante, chiama la Nipote, raccoglie la borsa sempre pronta per l’Ospedale e si fa portare in Pronto Soccorso.


 


I miei Colleghi minimizzano. Non è niente. La Nipote chiede una TAC. Macché, macché, vorrà scherzare? La TAC ci serve per robe serie, per cose urgenti! Mettono una flebo, la situazione non migliora. Nel pomeriggio Milla non riesce ad alzarsi dal letto per andare in bagno. Usa la padella con fatica. Verso le diciannove e trenta la Nipota la lascia addolorata e angosciata. Due ore dopo le telefonano a casa: Milla è in coma.


 


Salta fuori che la TAC è disponibile, viene fatta, c’è una massiccia emorragia cerebrale, va trasferita in un altro Ospedale dove c’è la Neurochirurgia. Nel cuore della notte la Nipote segue l’ambulanza che porta Milla, ormai per sempre inconsapevole, su una ridente collina in vista dei monti su cui è nata.


 


Il neurochirurgo parla con la Nipote. “Deve firmarmi il consenso. Dobbiamo operarla, dice, l’emorragia è gravissima”.


La Nipote sembra una donnina di campagna, ma è una professionista affermata. Vuole sapere, prima di firmare. Sapere cosa si può ottenere con questo intervento: guarirà? Parlerà? Camminerà?


No, risponde il chirurgo, ormai il danno è fatto. Resterà paralizzata, del tutto. Difficilmente parlerà. L’intervento serve a ripulire, a limitare, forse, la paralisi, a farla, forse, sopravvivere.


 


“Allora, mi racconta la Nipote, ho pensato al terrore della zia Milla di restare su una sedia a rotelle, all’umiliazione, tremenda per lei, d’essere di peso, dipendente dalla carità di una assistenza altrui, e gli ho detto: no, nessun consenso, non si opera. Almeno, mi ha proposto, facciamo una TAC col contrasto. E’ venuto su il radiologo, anche lui voleva un consenso, e gli ho chiesto a che serviva l’esame. M’ha spiegato che era  necessario per preparare un eventuale intervento. Forse non m’ero spiegata bene, ho detto. La zia non si opera. Lei non voleva, non avrebbe mai voluto. Cosa dice, dottoressa, ho fatto bene?”


“La signora Milla avrebbe certo deciso così. Lei ha fatto la cosa giusta”


“Ora, dottoressa, potrei chiederle una cosa? Ha detto anche a lei come voleva essere sepolta? Perché, vede, sembra che potrebbero esserci problemi, per via di un fratello che vive lontano e che dovrebbe, sembra, firmare il consenso alla cremazione. Nel caso, posso disturbarla per confermare i desideri della zia?”


 


Parliamo ancora un poco di urne e di fedi nunziali, e d’altro. Infatti non è tutto. La Nipote mi dice d’aver saputo solo oggi dalla vicina che venerdì sera l’Assemblea Condominiale aveva lungamente discusso, e infine unanimemente votato, d’impedirle di dar da mangiare agli uccellini. “Le portavano via i suoi uccellini, ci pensa? E la zia non m’ha detto mica niente!” Il sabato mattina uno zelante e soddisfatto Amministratore aveva affrontato i cinque ripidi piani di scale per andarglielo a comunicare.


 


L’altro giorno m’è giunta la comunicazione ufficiale dell’Azienda Usl: Signora Milla, 7/5/04, revoca per morte.


Non ho ancora avuto il coraggio di telefonare al Boss.


 


 

sabato 19 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 5


 


 



Le visite alla signora Milla erano, del resto, sempre a domicilio. Cinque piani di scale ripide e due ginocchia minate dall’artrite reumatoide la rendevano prigioniera della sua piccola casa.


Ma parlava agli uccellini.


 


Nei primi tempi, dopo il suo rientro a Bologna, aveva affrontato e risolto preliminarmente il problema della dissuasione dei piccioni. Prepotenti, voraci, invadenti, si impadronivano del cibo destinato a passeri e merli. La signora Milla con una combinazione di sacchetti di plastica, nastri argentati ed assidua personale vigilanza, aveva insegnato ai piccioni a starsene lontani e contemporaneamente aveva attirato i loro più piccoli cugini. Sull’inizio dell’estate ho visto coi miei occhi madri uccelline imboccare i propri piccoli, cresciutelli ma non autonomi, sul davanzale della cucina della signora Milla. Molte volte, mentre sedevo al tavolo intenta aleggere referti dopo aver preso il caffè, alzando gli occhi incontravo quelli di un intrepido passero intento a spazzolare le briciole del biscottino. Venivano spudorati a pretendere il cibo dalla loro governante e se non la trovavano in cucina si inoltravano a cercarla in camera da letto, svolazzando impavidi e cinguettando.


 


Avevano ciascuno il proprio nome. I più anziani erano Collolungo, passero snello e aggraziato, e Cicciobello, grasso e impudente. Un merlo dallo sguardo torvo era Alberto, come il suo terzo marito.


 


Poi aveva, come ho detto, il telefono che usava senza parsimonia, e parlava quasi ogni giorno con la signora del piano di sotto che le faceva la spesa. E c’era la Nipote. Naturalmente con lei discuteva di continuo e contemporaneamente le era legata, un po’ per affetto e un po’ per forza. A volte la Nipote veniva apartecipare alle mie rituali visite, per parlare di esami, controlli, cure, diete e via dicendo.


 


Erano una via di mezzo tra una visita medica ed una di cortesia, inframmezzate da caffè, racconti, pianti, risate e ricordi.


Il primo matrimonio, per esempio: era finito dopo la morte del loro figlio appena nato. “Avevo una suocera cattiva, diceva, e fu contenta d’aver perso quel nipotino. Così le girai l’assegno che il Duce ci dava per la nascita di un figlio: che sia contenta fino in fondo, pensai.” Poi chiese l’annullamento dichiarandosi infedele e chiamando a testimone come corresponsabile dell’adulterio il Boss. “Un vero amico, confermò tutto, e mi sostenne, anche se non era vero. Ma io dovevo essere libera, non c’era altro modo allora”


 


Aveva conosciuto il suo secondo marito in Calabria, dove si era recata per lavoro su invito di una conoscente; non sono note alla scrivente le circostanze, forse dolorose, della separazione o della vedovanza.


 


Il terzo compagno l’aveva portata a Roma, quarantenne ma ancora bellissima, bionda e levigata, con un fisico sottile da pin up. Tra una cosa e l’altra aveva fatto la giornalista sportiva seguendo un Giro d’Italia (unica donna allora, ricordava), l’impegata, la moglie, la baby sitter, l’infermiera. Aveva imparato dialetti del Sud, del Centro, del Nord, e li parlava fluentemente. E “sentiva” le cose.


 


Assorbiva, così si esprimeva, i pensieri, i dolori, le preoccupazioni di chi le stava intorno. Quando andava in ospedale le ci volevano due o tre giorni per riaversi dalla sofferenza.


E presagiva gli eventi. L’undici settembre, per esempio, era stata male sin dal giorno prima, lamentando una terribile cefalea. Sin qui posso fare da testimone. Mi aveva chiamato per chiedere un farmaco. Durante la notte, disse, dormì male e sognò fumo e fiamme. Al mattino mi chiamò di nuovo dicendo che “stava male, male, molto male”. Più tardi, nel pomeriggio, mi disse che la notizia del crollo delle torri era stata quasi liberatoria, dopo quella lunga angoscia.


Come dice Pratchett: sono superstizioni, ma non è detto che siano false. In ogni modo sono certa che era molto sensibile alle emozioni altrui.


Ed era infelice.


Ed era sola.


Ed era certa d’esser prossima a morire.


 



Una domenica sera d’inizio maggio la Nipote mi telefona. “Mi scuso per il giorno e per l’orario, ma ho ritenuto importante farle sapere che la zia Milla è in coma. E’ gravissima, dice, non ce la farà”


 



(Continua, e finisce, domani)

sabato 12 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS  - 4


 


Eppure una visita a domicilio alla signora Milla era per me fonte di grande angoscia.


 


Le cose andavano così. Lei telefonava, gentile, con quella voce da bambina arrochita, cominciando con un buongiorno o buonasera, dottoressa come va? E poi aggiungeva, con tono pacato e quasi soddisfatto”io sto male. Male male male” E continuava sempre discorsiva elencando dolori, febbri, tumefazioni delle ginocchia, crisi ipertensive, soffocamenti, svenimenti, cadute. Poi cominciava il pressing “allora cosa si fa? Lei cosa dice? Come debbo fare? Che cosa prendo? E si ricorda l’ultima pillola che mi ha dato, andrà ancora bene o no?” mentre io non mi ricordavo quale fosse l’ultima pillola, e senza neppure sapere se alludeva all’ultima della settimana scorsa o all’ultima di un mese fa, all’ultima prescrizione nuova o all’ultima ripetizione di ricetta, o all’ultima riesumazione di una terapia precedente. Poi, ottenuta una disposizione, cominciava un lunghissimo torrenziale discorso che comprendeva ricordi di gioventù, barzellettine stantie, resoconti di incomprensioni, resoconti di presagi, intuizioni, barlumi precognitivi e telepatici. Nel frattempo avevo imparato a continuare la visita al paziente che avevo davanti, col telefono tra spalla ed orecchio, comunicando a cenni col poveretto, o a bigliettini, palpandolo, auscultandolo con l’orecchio libero, implorandone la comprensione con sguardi eloquenti. Quindici minuti, poi venti, infine “Debbo lasciarla signora Milla, ho un paziente davanti a me” ed ecco la stoccata finale “allora quando la vedo? Domani? Giovedì? (il giovedì è la mia mattina delle domiciliari)” e neppure stabilire un appuntamento era sufficiente, perché rimaneva il capitolo del “come stanno i suoi bambini? E il marito, eh?” Mi lasciava stremata. E angosciata al pensiero del bis domiciliare.


 


Ora sono qui a chiedermi da quale fonte scaturisse tutta la mia ansia. Intanto la consapevolezza di non avere una soluzione ai suoi mali, la solitudine in primo piano. Poi quella di non avere neppure una soluzione “accettabile” ai suoi dolori. Lei non accettava le cure. Aveva la convinzione incrollabile d’esser morente, pertanto non gradiva essere smentita. C’erano tre problemi: una tiroide ammalata, le articolazioni infiammate e un aneurisma dell’aorta ascendente e dell’arco, vicinissimo al cuore, che sembrava stabile, ma in grado comunque di rompersi a sorpresa. Così non era possibile rifiutare una domiciliare. Ma, una volta lì, non c’era altro da fare che ascoltare, lasciare scorrere la piena alluvionale delle parole sino a vederle smagrirsi in rivoli sempre più sottili. Infine guadare il torrente così sfogato traghettando un nuovo assetto farmacologico, una nuova tappa di consulenze ed esami.


E sono qui a parlare di lei. Non è facile, davvero.


 

venerdì 11 giugno 2004

Voce disincarnata


Priva di forma


Timbro forza odore


 


E mi traduce


Dice quasi la stessa cosa


 


Un’eco viva


Che ripetendo


Cambia, aggiunge, leva.


 


Su un altro suolo


Percorre quasi la stessa strada.


 


Non posso.


Crederla.


Reale.

giovedì 10 giugno 2004

domenica 6 giugno 2004



Mi sto smarrendo


Tra chiedere aiuto


E dichiarare resa.



 


Non mi raggiunge


Nessun tocco.



 


La nebbia


Del dolore


A me noto


M'avvolge.



 


La signora vestita di nulla


Troppo si fa aspettare


 

sabato 5 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 3


 


La signora Milla era sempre civettuola ed elegante. Come facesse ad essere così elegante io non lo so. Soprattutto se si pensa che indossava generalmente delle camicine da notte accorciate davanti con le forbici per evitare che l’orlo battesse sulle ginocchia spesso gonfiate violentemente dall’artrite reumatoide, e  con sopra, in inverno,  dei vecchissimi giacchini di lana, liseuses come si chiamavano, a colori pastello, sottili, consunti, che si avvolgeva addosso con gesti da ragazzina. E ciabatte. Sapeva di talco, di sapone; ondeggiava leggermente per via, sempre, delle sue ginocchia molto malandate, e si appoggiava senza parere a muri, mobili, maniglia delle porte. Elegantissima.


 


   Era ancora alta, quasi quanto me, con le mani piccole e candide, unghie corte e pulite, alito sempre profumato. Mi aspettava con la caffettiera pronta e la tazzina capovolta sul piattino, al centro di un piccolo vassoio sul tavolo di cucina. Mi chiedeva sempre se volevo un caffè prima di accendere il fornello, e non mancavano convenevoli di rito: “la tazzina è scompagnata, ma lei l’accetterà ugualmente, non è vero? E’ venuto buono, dottoressa? O è una ciofeca, come dicono a Napoli?” e poi un raccontino, una barzelletta, vecchia a volte, altre volte così vecchia da risultarmi nuova.


Quella per esempio dei vecchietti al sole nel cortile del condominio, la sapete? Uno si lamenta: “ a me mi frega lo stomaco, ché per il resto starei benissimo, ma mannaggia, non posso digerire più nulla, altro che semolini e semolini”. La sua vicina protesta per l’artrosi: “debbo solo stare a sedere, appena mi muovo vedo le stelle, a me mi frega questa maledetta artrosi”; e il terzo afferma che andrebbe tutto bene se non fosse per il fiatone che compare ad ogni minimo sforzo “dice il medico che è colpa del cuore, ecco, a me mi frega il cuore”


L’ultimo si volta verso la moglie e le dice sottovoce “Annina, me so’ stufato di questi carri rotti, sempre a parlà de tutti sti mali. Annamoce de sopra a farce ‘na scopatina”.


E lei “Marce’, non sarà neppure un’ora che l’abbiamo fatto!”


“Ecco, vedi, a me me frega la memoria!”


 


Ed io me la vedevo, maliziosa e candida, ridacchiare nel ruolo dell’Annina, in una vita diversa, in un diverso destino.


 


   La signora Milla veniva, ultimamente, da Roma, dove aveva abitato negli ultimi venti o trent’anni, col suo ultimo marito, e poi, dopo essersene separata, da sola. Si dichiarava appassionatamente romana, perché una città si sceglie, diceva, e s’ama più di quella dove casualmente s’è nati. Mi descriveva le strade, i condomini, il pizzaiolo, il fruttarolo, i tre ospedali che la facevano sentire tanto sicura (ecco, quando si è vecchi com’è bello vivere accanto ad un buon ospedale!) e i suoi gatti. Erano gatti condominiali, cosa assai particolare, per lei naturalissima: dormivano fuori, o da lei, o da un altra padrona, e mangiavano dappertutto. Aveva le foto appese in cucina: il gatto tigrato che cerca di acchiappare la pallina, quello bianco e nero stravaccato sul termosifone. Me li indicava e ne raccontava le prodezze. Poi mi raccontava dei suoi bambini. Dopo essersi separata aveva fatto la baby sitter per i bimbi dei dintorni, e due soprattutto ne aveva amati. Le telefonavano ancora, o forse era lei che li chiamava, per informarsi sui loro studi, e mi riportava ogni nuova, ogni esame sostenuto, ogni trenta, ogni prodezza, ogni saluto.


Circa venti anni prima aveva avuto un cancro all’intestino. Era stata operata e si era convinta di essere ormai destinata ad una fine sgradevole. Così aveva deciso di separarsi dal marito. Una roba del tipo Sweet november, se l’avete visto. Solo che lei, da non crederci, era guarita. Ed era rimasta sola.


 


Da Roma, ho poi capito, era partita perché sfrattata. Ma soprattutto perché era convinta di avere molto poco da vivere, aveva avuto un presagio, sapeva, mi disse, che era questione al massimo di un paio d’anni, e voleva morire a Bologna per essere sepolta con sua madre.


Si chiamano disposizioni anticipate, nel gergo corrente. Lei voleva essere cremata; che le togliessero la fede nunziale e poi la rimettessero nell’urna con le ceneri, un’urna piccola e senza orpelli, perché non è dignitoso l’uso di queste scatole ridicole accostato alle ceneri d’un morto, e l’urna nella tomba perpetua della mamma. Tutto molto semplice, così.


Ma lei non credeva nella morte, credeva nella vita.


 


 

martedì 1 giugno 2004

NICK E TROLL


Ci sono alcuni bloggers che firmano col proprio nome e cognome. Lo farei io stessa se non avessi da difendere altre privacy oltre la mia. Sono persone limpide, coraggiose, prive di infingimenti. Fa piacere leggerli e fa piacere sapere che esistono.


Ne potrei fare un elenco, ma viste le ultime vicende forse non è opportuno.


Io capisco che si possa essere in disaccordo, ma quello che ha fatto Luna di carta è veramente troppo. Oltre che illegale. Non si pubblica l'indirizzo e il numero di telefono di casa di un blogger, per giunta con tale leggerezza da coinvolgerne anche la mamma. Non senza il suo permesso, acquisito nei modi e nelle forme previste dalla legge, non senza averlo informato e non senza essere in grado di cancellare i dati sensibili dalla rete qualora il titolare di essi dovesse ritirare il consenso.


La signora in questione non ha seguito alcuna di queste regole. Non c'è nulla che giustifichi la trasgressione della legge.


Nessuno di noi che scriviamo in rete, sia firmandoci col nostro nome, sia con un nick, tollereremmo un comportamento simile nei nostri confronti. Basta ricordare quel che è accaduto quando, per uno stupido errore di Clarence, sono stati messi in chiaro i nomi dei titolari dei blog.


Posso aggiungere che ci sono un sacco di Trolls in giro, alcuni dei quali intelligenti e simpaticissimi. La signora in questione non merita neppure di essere inclusa nella categoria.


Tanto andava scritto per correttezza e solidarietà nei confronti dei bloggers de L'indignato.


 

venerdì 28 maggio 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS  -  2


 


Tutto quel che so di lei lo so da lei.


per quel che mi riguarda è tutto vero, Infatti corrisponde alla vera percezione che lei aveva  di se stessa e che desiderava farmi conoscere, per farsi conoscere da me.


 


Sono nata, mi disse, a Villa D. La famiglia di mio padre viveva a Villa D., era la nostra casa. Lei deve immaginarsi, dottoressa, quella casa grandissima ed il bellissimo parco, il laghetto, le case della servitù, le stalle. Mia madre aveva già due figli da un altro padre quando incontrò il mio. Per tutta la vita disse sempre “E’ stata colpa mia, io sapevo esattamente cosa facevo, e l’ho fatto. Sapevo che era tanto più giovane di me, sapevo che era un donnaiolo, amante della caccia e del vino, sapevo ch’era un incostante.” Sa, dottoressa, noi donne facciamo cose terribili per amore, senza pentircene, mia madre non s’è mai pentita. Mai. E sono nata io. Sarà stato un bene, dottoressa? Non lo sarà stato?Io non lo so, io non lo so.


 


Avevo tutto, dottoressa, eppure non avevo nulla, ed avevo anche troppo. I miei fratelli non avevano i vestiti belli come i miei, e la catenina d’oro col cammeo, e non erano i figli del padrone. Non sono stata accettata. Neppure dopo tanti anni, neppure da grandi, non m’hanno mai accettata. Questa dove ci troviamo ora era la casa di mia madre, sono stata tanto infelice qui. E sono tornata. Sono tornata a Bologna perché so che sto per morire.


 


(Ho abboccato a questo amo, fatto su misura per me. L’ho rivoltata come un guanto. Ci ho messo un anno, forse anche di più, l’ho frugata organo per organo, apparato per apparato, e non aveva nessuna malattia mortale. Neppure una.)


 


Non m’ha raccontato nei particolari come da Villa D., sull’Appennino,  fossero venuti a Bologna. La relazione tra suo padre e sua madre finì. La madre rifiutò qualunque assistenza economica, sia per sè che per la figlia, andò via come era venuta, ma con la sua bambina. E con gli altri figli. Molti anni dopo, lei viveva a Roma, o in Calabria, non ricordo, vennero a cercarla per consegnarle la sua parte d’eredità. La sorella disse “non so dove sia, non ne abbiamo traccia da tanti anni”. Non era vero. La signora Milla lo seppe dopo la morte della sorella, da una nipote cui la madre l’aveva confidato, spiegandole perché la casa materna dovesse restare a disposizione di Milla. A mo’ di risarcimento? Non mi pare che Milla lo intendesse così. Sembrava pensare amaramente ad una specie di vendetta sororale, un modo per non lasciarla mai libera dalla colpa di non essere del tutto una sorella.


 


 (continua)

martedì 25 maggio 2004

 


Intermezzo in cucina


 


GALLINA LESSA AL MIRTO


 


E’ estate, tempo dei cibi freddi e profumati, da preparare il giorno prima e magari da portarsi dietro per un pic nic o un pranzo da amici.


E’ estate, tempo di vacanze in Sardegna: il posto migliore per procurarsi il mirto. Il posto migliore per viverci, anche.


Quando ero piccola vivevo in un paese della Sardegna vicino al Flumendosa. Si chiama San Vito. Non c’era l’acqua corrente nelle case e per lavare il bucato grosso ci si recava una volta alla settimana al fiume. Erano spedizioni in comitiva; sulla testa alcune portavano i grandi cesti di fieno pieni dei panni da lavare, altre i bigonci di metallo con dentro la cenere e il carbon coke.


Una volta giunte per prima cosa si accendeva il fuoco col carbone e con la legna portata da casa; nelle vicinanze tutta la legna raccoglibile era già stata raccolta dalle altre lavandaie. Il carbone faceva un bel fuoco caldo, su cui veniva posto il bigoncio pieno d’acqua. A bollore vi si scioglieva il sapone ridotto in scaglie col coltellino, e la cenere. Questa mistura serviva per lavare i panni più sporchi. Mentre l’acqua bolliva si cominciava a lavare la roba più delicata o meno sporca, per mettersi avanti. Poi era la volta di lenzuoli, tovaglie, teli, insomma il vero bucato grosso. Si sciacquava nell’acqua corrente, si sbatteva su alcune rocce adatte, in due si torcevano i panni, tenendoli ognuna per una estremità. Poi si stendevano sull’erba o, meglio ancora, su corde stese tra gli alberi appositamente. Da bagnati erano troppo pesanti da portare a casa. Mentre la roba asciugava, si mangiava qualcosa, pane e ricotta salata, oppure pane e pomodoro, e poi si lasciava la più giovane o la più vecchia a sorvegliare il bucato e si partiva per spedizioni di raccolta: funghi, fichi d’india, asparagi, cardi selvatici, misticanze di cicoria, bietoline, nasturzi, tarassaco, grandi fasci di mirto, bacche dello stesso, corbezzoli (ah, i corbezzoli!) a seconda della stagione.


Al ritorno i cesti di fieno erano pieni dei panni, ed il bigoncio del bottino delle raccoglitrici.


 Il mirto si tiene per molti giorni in un vaso con dell’acqua e più a lungo ancora se lo appendete a seccare o lo mettete nel congelatore.


 


La gallina, o il pollo, va messo a bollire nell’acqua salata. Mia madre si asteneva dal metterci odori: solo acqua bollente e sale. Appena la carne è tenera, si scola la bestiola e si lascia intiepidire, indi si mette in una ciotola fonda capace su un letto abbondante di mirto. Altri rami vanno inseriti all’interno ed ancora una bella copertura sopra. Si chiude con un piatto, si avvolge in una tovaglia e si lascia raffreddare, meglio se nella parte bassa del frigo. Il brodo si rifinisce con gli odori preferiti e si utilizza come si vuole.


Qualcuno mette degli odori  a lessare col pollo, ma solo cipolla, prezzemolo e sedano. Io preferisco di no.


Il pollo va mangiato il giorno dopo, freddo, appena levato dal suo lettino aromatico.


 Attenzione: se mettete il pollo bollente sul mirto le foglie si cuociono, diventano scure e perdono una parte del loro profumo.


 

domenica 23 maggio 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS


 


Cinque o sei anni fa mi chiama al telefono la segretaria del Boss.


“ Dottoressa, le passo il Dottore.”


“Cara Capsicum, Lei non si fa più vedere. Debbo dedurne che lavora troppo o che si è dimenticata di questo vecchio?”


Nego con veemenza la seconda ipotesi ed esterno la mia contentezza nel sentirlo. “Posso esserLe utile, Dottore?” “Ahimè, si! Vede, mi ha appena chiamato una vecchia amica. Una cara amica d’un tempo, che è tornata a Bologna dopo anni di assenza. Mi ha chiesto di seguire la sua salute ormai malandata, ma, cara Capsicum, mia moglie sarebbe assai contrariata da una simile iniziativa. Così, conoscendo la Sua pazienza, ed anche la Sua competenza si intende (e lo dice con un tono che lascia capire come la pazienza si, può andare, mentre per competenza.. sono “quasi” affidabile. Per il Boss è già un gran complimento), dunque, mi sono permesso di fornire alla mia cara vecchia amica il suo numero di telefono. Mi farebbe un grande favore se potesse occuparsene al meglio. Una donna con un carattere particolare, come tutte le belle donne del resto”. E aggiunge, in tono sincero e rammaricato: “Pare che abbia un gran bel ricordo di me, sarebbe assai delusa nel vedermi con la pancia e senza capelli ... Ma mi tenga al corrente, mi raccomando”


 


Così pochi giorni dopo mi accingo a visitare per la prima volta quella vecchia, cara e bella amica del Boss...


 


Io odio fare le scale. Odio le scale ripide. Cinque piani di scale ripide in una vecchia palazzina bolognese, mi dico, accidenti se non me l’avesse chiesto il Boss....


In cima ai cinque piani di scale, proprio sull’ultimo pianerottolo, in mezzo a vasi di piante un cancelletto chiuso. Dietro, una porta chiusa. Cortese contrattazione, presentazione, referenze, infine s’apre l’uscio e compare il candido volto interrogativo, circondato da riccioli bianchi, e illuminato da due azzurrissimi occhi azzurri.


La signora Milla.


 


(continua)