lunedì 29 dicembre 2003

BUONE E CATTIVE NUOV...

BUONE E CATTIVE NUOVE


 


Vi aggiorno su quanto succede nel mio mondo piccolo.


Vedete, il fatto è che non ho molta voglia di scrivere e forse mi capirete.


 


Biagio, chiamiamolo così, ha un cancro al polmone veloce come un treno ed è ricoverato dal giorno prima di Natale. Ha una nipotina piccolissima con due occhi blù grandissimi, ha capito che sta per morire ed è in un certo senso in pace con il mondo. E’ sempre stato un omone forte come un bue, uno di quelli che sollevano un armadio da soli e te lo portano su per le scale al quarto piano. Il suo cancro ha preso da lui: l’ha colpito con la forza di, non so di cosa. Terribile.


 


Il Pescatore è terrorizzato. Come mi ha detto schiettamente se la sta facendo sotto dalla fifa. Domani fa la broncoscopia con la biopsia. Credo che sarà uno squamocellulare, dall’aspetto che aveva alla TAC. Probabilmente si farà una chemio al cisplatino. Sto pensando di contattare il nostro, anzi la nostra consulente psichiatra perchè, nonostante il suo coraggio, o forse proprio per quello, avrà bisogno di sostegno. Questa gente che non è capace di raccontarsi delle bugie soffre più dell’altra.


 


Hélène deve aver fatto la chemio oggi. Non mi ha chiamato, ma questo non vuol dire che vada tutto bene: lei chiama quando non ne può più, quindi abbiamo ampi margini per preoccuparci....


 


Ho visto due donne incinte, splendide e radiose. Che siano benedette le donne incinte! Una è all’inizio, l’altra partorisce fra due mesi. Nuovi clienti per la pediatra.


Mi sono fermata a casa di una ragazza ex- anoressica (ma le anoressiche diventano mai ex?)  per chiederle come sta. Bene, pare.


Sono passata dalla moglie di, come lo chiamiamo, Ermes? Ho visto gli esami, sono buoni, ma le ho detto forse qualcosa di sbagliato, perché andandomene ho visto che tratteneva malamente le lacrime. Lui ha un cancro al fegato. E’ uno degli uomini più buoni che io conosca. Una mia amica dice sempre: accidenti, io avrei una bella lista, lunga anche, di tutti quelli che secondo me dovrebbero morire ieri piuttosto che oggi. Possibile che Domineddio peschi sempre da una lista diversa dalla mia?


 


Ho cucinato e mangiato e poi mangiato e cucinato. E’ stato divertente, ma sono ingrassata ed ho paura di pesarmi. Dopo l’Epifania, classicamente, dieta!


Intanto domani viene da ma mia zia per avere istruzioni dettagliate e dimostrazione pratica sulla panificazione.  Proverò, ma non imparerà mai. La verità è che non gliene importa nulla del pane e lui si risente. Gli piace essere amato almeno quanto gli piace sognare.


Tanti sogni e tanto amore a tutti.


Vostra Capsicum

sabato 27 dicembre 2003

CERTAME

CERTAME


 



La gente usciva di casa prima dell’imbrunire nelle lunghe giornate d’estate, ognuno portando la propria sedia, per le strade spazzate accuratamente dalle massaie e innaffiate con l’acqua sparsa a manate dai secchi per impedire alla polvere di levarsi, e per rinfrescare il suolo.


Il sagrato della chiesa era un terrapieno pavimentato cinque gradini più alto della restante piazza, in mezzo alla quale torreggiava il palco quadrato, di legno, circondato da un corrimano.


I posti sul sagrato, in prima fila, erano i più ambiti e presto occupati. Ognuno saldamente assiso nel proprio quadrato di spazio, si ingannava il tempo con chiacchiere amabili ed infinite. Parecchie donne si portavano un lavoro da continuare, testimoni della propria convinzione che tenere le mani ferme in grembo fosse una pratica immorale.


Ah, l’invidia per quegli appassionati, sempre presenti ad ogni gara, disposti persino ad una trasferta! E l’insistenza con cui trattenevo gli adulti restii, ancora un minuto, ancora un poco, una strofa, un’altra! Ed i propositi: quando sarò grande non ne mancherò una. Senza sapere che tempo una decina d’anni neppure una ve ne sarebbe stata più, neanche un incontro, neanche un cantore!


 



De giardinu splendida venerada rosa


Sa prus chi a mei a fattu incantai


Po tui mi passu una vida penosa


Su sentidu fissu a considerai


Ses bella, distinta, cara, luminosa,


Atera no nd’appu poziu osservai


Comenti ses tui, serena, amurosa


Candu de sa menti mia nd’as’ andai?


 



Candu nd’as’andai de sa menti mia?


Ricca de grandesa e dignu colori


Po mei ses tui sa ver’allegria


Mandada de su Divinu Signori.


Cun su bell’odori mi donas cuntentu


Ses de follas centu cara verginella.


Cumment’una stella in giardinu risplendis


Saludi mi rendid su ti cuntemplai


 




( Splendida, venerata rosa di giardino


quella che più m’ha incantato:


a causa tua passo una vita penosa


con la mente assorta nel pensarti.


Sei bella, distinta, cara, luminosa,


come altra non ho veduto.


Per come sei, serena, amorosa,


Quando dalla mente mia te n’andrai?



Quando te n’andrai dai miei pensieri?


Ricca per grandezza e perfetto colore,


per me sei tu la vera felicità,


mandata dal Divino Signore.


Con il tuo profumo mi rallegri,


sei centifolia, cara verginella.


Come una stella splendi nel giardino,


mi risana il contemplarti)


 





Accompagnati dalla chitarra, al cospetto di una giuria, a turno cantavano la composizione preparata sul tema assegnato, facendo sfoggio di inventiva, rima, padronanza del piede, ossia della metrica, il che era la parte più difficile, su cui si incentravano le critiche degli ascoltatori: ha perso il piede, hai sentito?. no, non l’ha perso, ma ha azzoppato una parola per starci dentro! E’ come l’ averlo perso, che ti credi? Anzi peggio, che mica sta improvvisando, doveva cambiare tutta la tornata, si chiama pigrizia, oppure non è capace!


 



La Cantada poteva essere composta da una serie di strofe, in genere rimate e rigorosamente metriche così da potere essere cantate su accordi musicali e ritmi tradizionali; in genere si premetteva una dichiarazione iniziale (intrada) cui seguivano una serie di strofe o torradas, numerate in prima torrada, sigunda torrada, e via dicendo. La dichiarazione esplicitava il tema, spesso assegnato dalla giuria e talvolta correlato alla manifestazione o alla festività che dava occasione al certame. Le strofe potevano essere composte e cantate dallo stesso poeta oppure a turno dai concorrenti, una o più per ciascuno. Talora veniva fissato il vincolo di cominciare la prima delle proprie strofe con gli ultimi due versi cantati dal cantadori precedente: questo impediva al concorrente sleale di adattare poesie già memorizzate anziché attenersi rigorosamente all’improvvisazione, alla composizione estemporanea. Un certo repertorio veniva comunque usato e rimaneggiato, soprattutto dai meno talentosi.


 


Altre volte la gara prevedeva una serie di prove: prima la cantada su tema prestabilito in anticipo, quindi una su tema libero, scelto dai concorrenti. A queste due prove non improvvisate seguiva la cantada estemporanea vera e propria con interventi dei concorrenti a turno e ad eliminazione: chiaramente chi non era in grado di produrre una risposta veniva eliminato fino a giungere alla proclamazione di un vincitore.


 


Si vincevano dei grossi premi in denaro. Mio nonno Nostassiu cominciò a gareggiare a sedici anni e coi premi guadagnati due anni dopo acquistò il primo appalto del sughero in Barbagia e negli anni successivi diverse vigne. Era nato nel 1872, tanto per darvi un’idea dell’epoca di cui parliamo.


 



Un esempio di canzone costruita con introduzione e strofe : è il testamento della giovane che muore prima del ritorno del fidanzato dalla guerra.


 



No tengu prus coru bellu de ti scriri


A tanti patiri mi portad sa sorti


A pressi sa morti m’ad’a sepultai



 


De mi sepultai e’begna s’ora


Gesusu sa vida m’ad’abbreviau


Pregasiddu bellu a Nostra Signora


Pro chi mi perdonidi algunu peccau.


Candu cungedau benis de su rei


Suspirus po mei non bollu a ghettai.


 



Lassa su sospiru e ancora su prantu,


Lassa sa tristesa, bivi in allegria.


Una borta in s’annu beni a campusantu,


Ascurta una Missa po s’anima mia.


Un’Ave Maria arresa con coraggiu


E nara ta viaggiu chi deppemu fai


 



(Non ho più la gioia di scriverti,


tante sofferenze m’ha dato il destino:


fra poco la morte mi seppellirà.



E’ giunta l’ora del mio funerale,


Gesù m’ha abbreviato la vita.


Prega, mio caro, Nostra Signora


Perché mi sia perdonato ogni peccato.


Quando sarai congedato dal re


Non voglio che per me tu pianga.



Lascia il sospiro, lascia il pianto,


lascia la tristezza, vivi in allegria.


Una volta l’anno vieni al camposanto,


ascolta una Messa per l’anima mia.


Un’Ave Maria recita con coraggio,


e racconta il viaggio che avrei dovuto fare)


 




Prosegue per dodici strofe ed è seguita dalla risposta dell’innamorato che ha saputo della morte dell’amata:




 


Ita di oscura po su coru meu


Appena appu biu su sigillu in nieddu.


Non prus a Casteddu giuru de torrai.


 



Non prus a Casteddu, non prus andu a biri,


a unu disterru mi ndi bollu andai!


Candu ritardasta bella de mi scriri


Cussu immi fiada prusu ita penzai


De telegrafai o luminosu sprigu,


I aicci sigu a prangi e a suspirai


 



Suspiru po tui colomba di oru


Fiasta cara stella po sa vista mia.


Ti ndi riscattammu de manus de moru


E ti coltivammu de sendi pippia.


Finzas mamma mia postu t’iad’affettu


Ca fiast’oggettu car’e preziai



 


(Oggi s’è fatto buio per il mio cuore


appena ho visto il sigillo nero.


Giuro di non tornare più a Cagliari.



Mai più a Cagliari, mai più ti vedrò,


me ne vorrò andare in esilio!


Quando tardavi, o bella, nello scrivermi,


Questo mi dava da pensare


Di telegrafarti, luminoso specchio,


E così continuo a piangere e a sospirare.



Sospiro per te, colomba d’oro,


eri una stella luminosa per la mia vita.


T’avrei riscattato dalla mano del moro,


e ti coltivavo da quand’eri bimba.


Anche la mia mamma t’amava


perch'eri oggetto caro da apprezzare)


 




E questo è un esempio di canzone su tema. Dopo un furto in Chiesa, si festeggiava il ripristino degli arredi sacri. La cantada riepiloga il fatto e descrive in dettaglio cosa venne asportato e come, a cura delle autorità e della cittadinanza, viene solennemente riparato al danno


 



S’annu ottantascincu milliotuscentus


Su quattru de gennaiu s’ad’arregordai.


Raccontu su fattu con tristus lamentus


Su coru non mi bastad a ddu recitai.


 


Miseru, Quartu, prenu de ispaventus


Su biri sa domu de Deus oltragiai.



Su biri sa dommu de Deus oltragiada


Già ti podis nai mundu ingannadori


Sa notti is ladronis de fidi ostinada


Intranta a sa parti de su gemitoriu


Tempus provisoriu nai tenta deppi


De Santu Giuseppi giustu in za cappella


Senz’e cautella depius abasciai


 



Senz’e cautella nci abascianta inguni


Is vilis infamis in za propria ora


Subitu in z’istanti si sega sa funi


S’appoggianta in coddus de Nostra Signora


Vera protettora de guardia santissima


Mamma preziosissima de su Suberanu


O sacra, o santa manu depia guastai



Depia guastai senz’e pietadi


Creu chi da tenganta sa paga sigura


Si no in gusta vida in z’eternidadi


Po simili oltragiu, po simili fura.


O Deus de s’altura e ita penzais


S’in casu donais a i’gustus vittoria


Inzadus sa gloria ita bolid nai?


 




(L’anno ottantacinque del milleottocento


si ricorderà il quattro gennaio.


Vi racconto il fatto con tristi lamenti


Non mi basta il cuore per recitarlo.


Misero, Quartu, pieno di spavento


Nel vedere oltraggiata la casa di Dio!



Nel vedere la casa di Dio oltraggiata,


Mondo puoi dirti ingannatore!


Nottetempo i ladri senza fede


Entrano dalla porta laterale


Dovevano aver poco tempo


Senza tanti riguardi scendono


dalla cappella di S. Giuseppe



Scendono da lì senza riguardi


I vili, gli infami in quel momento


La fune si rompe all’improvviso


Cadono addosso a Nostra Signora


Vera protettrice, santissima custode


Madre preziosa del Sovrano


O sacra, o santa mano rovinata.



Rovinata senza pietà


Credo che abbiano sicura ricompensa


Se non in questa vita nell’eternità


Per un simile oltraggio, per un simile furto


O Dio dall’alto che fate?


Se date a questi la vittoria


allora la gloria che significa?


 



Questo infine è il dialogo tra una donna che accusa il fidanzato d’averla lasciata, mentre lui risponde giustificandosi:


 



Femina, intrada:


Aicci tottu ind’una tindi ses pentiu


E non as cumpriu su votu giurau


De sa voluntadi t’anti proibiu


Po essi postu menti a chi t’a cunzillau.


Su coru mi lassas de luttu bistiu


Po m’essi cun tui sposa nomenau


Su tempu chi as’ essi tui bagadiu


No istimu prusu un ateru amorau.



 


1 Torrada, femina:


No istimu prusu un ateru amanti


Finas chi s’amori ddu biu de foras.


Immoi no ses prusu su chi fiast’innantis


Nau ca t’anti postu in sa conca violeras


Sa stimazini e’bennia mancanti


Mancai poicciocca canosciu maneras


Mali mi operas puita m’ingannas


Mancanzias mannas no tind’appu fattu



 


2° torrada, omini


Nemancu un ratu abbandonau m’asi


‘Scurta e poni menti su chi nau deu


In su copru miu continu ci stasi


Chi tui ses giusta cumenti ti creu.


Sa stimazioni d’app’a perdi crasi


Si chi via ‘ a ‘ primu scisi ancora seu.


Sempiri narendi ca mi sesi sposa


De genti ìgelosa no nd’appu ascurtau.



 


3° torr. femina:


De genti gelosa na’ chi non d’ascurtas:


Ti creis chi tanti ndi seu sigura?


Mira no ti prandas de linguas bruttas


Ca cussas ti poninti fogu e calentura.


Sunti di e notti sempiri in seduttas


Contrarias a mei dogna impostura


E deu sa scura, trista i affligia


Prangendi sa mia sorti


I abbandonada de chini m’ad’amau



 


4° torr omini


Chini t’ad’amau mai t’abandonada


Aicci ti cunzillu, poni menti a mei.


Ita bolis fai sa genti arrexonada?


No siasta tanti facili a ddu crei.


Su mundu permitti meda e pagu donada


Ma chi s’inganneus proibi sa lei.


Po icussu in sei sempiri ci sesi


E non passa mesi, ne ora, ne di


Cunfirmu in su si chi si seus donaus.



 


(Così di colpo ti sei pentito


e non adempi al voto giurato.


Hanno cambiato la tua decisione


Ed hai ascoltato chi t’ha consigliato.


Mi lasci il cuore vestito a lutto


Io che sono stata tua fidanzata.


Ora che tu sarai signorino


Io non vorrò un altro innamorato

segue..

segue..


 



Non vorrò più un altro amante,


dell’amore sarò solo spettatrice.


Non sei più quel ch’eri prima


Dico che t’hanno raccontato menzogne.


L’amore è venuto a mancare,


anche se donna capisco i tuoi modi.


Mi fai del male poiché m’inganni


Non t’ho fatto gravi torti


E neppure per un po’ t’ho abbandonato.



 


Neppure un momento m’hai abbandonato,


Ascolta e credi a quel che dico io.


Nel cuore mio sei sempre.


Se tu sei giusta come io credo


L’amore non lo perderò mai.


Sappi che sono sempre lo stesso.


Impiego il tempo a pensare


E sempre a dire che mi sei promessa.


La gente gelosa non l’ho ascoltata.



 


Dici che non ascolti la gente gelosa,


ma credi ch’io ne sia così sicura?


Attento, non cibarti di malelingue


Perché ti faranno venire la febbre alta.


Sono giorno e notte sempre impegnate


A dir di me ogni impostura


Ed io, la misera, triste ed afflitta,


sto piangendo il mio destino


e abbandonata da chi m’ha amata.



 


Chi ti ha amata mai non t’abbandona,


questo ti dico e questo credi.


Cosa vuoi fare coi discorsi della gente?


Non essere così credulona:


il mondo promette molto e poco rende


ma la legge proibisce che c’inganniamo:


perciò sei sempre nei miei pensieri


e non passa mese, né ora, né giorno


ch'io non confermi il si che ci scambiammo)


 




Il mondo è cambiato, vedete? Il progresso ci ha donato la televisione....


 

giovedì 25 dicembre 2003

AUGURI!! E' NATALE,...

AUGURI!!


E' NATALE, PASSATELO FELICEMENTE E IN COMPAGNIA!


Con tutti i miei auguri. Vs Capsicum

domenica 21 dicembre 2003

PANE Mi...

PANE


 


Mi  piace il pane. La vetrina delle panetterie, con i pezzi appena sfornati nei canestri; lo scaffale a ripiani con le teglie infilate una sopra l’altra e, ancora bollenti, i biscotti, le offelle, le streghe, la crescente; le teglie con i bignè ancora da riempire; i pani infuocati ancora, da prendere con i guanti imbottiti ed infilare nella busta di carta, da aprire immediatamente appena tornati a casa per permettere alla pagnotta, quasi fosse viva, di “respirare”.


 


Mi piace tagliarlo a fette, metterlo nei cestini per portarlo in tavola e coprirlo pudicamente con un tovagliolo. Tagliare a quadrati la crescente e sistemarla intorno ed in mezzo alle fette di pane, infilare sotto un cornetto di ferrarese, che sporga come fosse un gambo di sedano croccante, che faccia capolino dal telo, occhieggiando: sono qui, vedete? Fresco e dorato.


 


Mi piace soprattutto fare il pane, lavoro ristoratore dei miei giorni di vacanza. Preparare la biga col lievito, poi rinfrescarla, infine impastarle attorno la massa di farina ed acqua, il sale per ultimo, nella sua casetta di lato alla fontana. E poi lavorare a lungo, meccanicamente, rilassata, con davanti a me mezz’ora libera da distrazioni, buona per pensare, ricordare, con questa cosa bianco avorio, tiepida sotto le mie mani, e sempre più elastica, sempre più liscia. Ad un certo punto sembra risponderti mentre la lavori, restituirti la pressione che le imprimi, sembra impastare lei le tue mani, farsi rotonda, farsi levigata: è pronta. Ora la sistemi nel suo lettino, la involgi accuratamente nella sua coperta, le trovi un cantuccio tiepido e la collochi a dormire. Lei dorme e sogna e mentre sogna lievita, cresce, cresce: i sogni fanno bene alla gente e fanno bene al pane.


La giornata avanza, piena di lavori, di uscite, di parole. Prepari la cena mentre il pane sogna nel suo letto, rigoverni, infine torni a cercarlo. S’è montato la testa: è una palla soffice con una lieve crosta sottile. Lo rimetti sul tagliere impolverato appena, lo sgonfi, lo lavori delicatamente e cominci ad arrotolarlo con le dita una, due, cinque volte, fino a che il filone non ti soddisfa. Pieghi le punte sotto e sistemi le pagnotte nella teglia per la notte. Lo metti un po’ in caldana, giusto per conciliargli il sonno, poi a letto anche tu, sperando nel miracolo dell’indomani quando, scaldato e temperato il forno, potrai regalargli il tuo figlio immaturo per estrarne un pane fragrante.


 


Sarà buono? Chissà.


Se bastassero l’impegno e le buone intenzioni ....

venerdì 19 dicembre 2003

LE MIGLIORI BATTAGLI...

LE MIGLIORI BATTAGLIE SONO QUELLE PERSE


 


Mi sono assentata qualche giorno dallo studio e al mio ritorno ho trovato un paziente, che è anche un amico, ad aspettarmi in sala d’attesa. Lo fa spesso. E’ un impaziente, uno frenetico. Spiccio, intelligente, simpatico, infelice ma disposto ad accontentarsi. Un pescatore. Sta fermo in mezzo all’acqua del fiume per giornate intere a far la posta al pesce, ma si lascia prendere dall’angoscia quando deve aspettare il medico.


Entra e mi porge una busta di radiografie. Apro e guardo.  Polmoni. Che schifo, penso, un focolaio. Poi guardo meglio. Cazzo, non è un focolaio. Guardo in faccia lui, mi tira fuori un fazzoletto insanguinato. Ecco, dice. Lo vedi? Me la sto facendo sotto dalla paura. Devi dirmi che non è niente, se non è niente. Altrimenti dimmi cos’è. Il tuo collega mi ha dato questo – e mi porge un antibiotico.


Lo guardo fisso. Mica gli posso raccontare balle.


C’è una voragine tra me  e lui, d’improvviso, solo la verità può farci da ponte.


Non lo so cos’è, ma lo scopriamo presto. Ti faccio fare una Tac. Urgente. Vai al Cup, prenotala e torna qui.


Mentre lui esegue, mi consulto con una collega, telefono ad un altro collega, prendo accordi per una visita pneumo, una broncoscopia.


Su quelle lastre c’è, al 98 per cento, un cancro.


Torna, gli comunico il piano d’azione.


Ho una paura matta dice. Ma è una sfida. Vada come vada, l’uomo è tutto qui: una sfida. Certo che, cazzo, bella fregatura questa vita: vai in pensione, cominci a pescare, ti compri una canna nuova, e quando hai il tempo di guardare il cielo, il fiume, di spadroneggiare sul tuo tempo, scopri che il tuo tempo non c’è più.


Bene, dico, qualunque cosa sia la aggrediremo.


Si, risponde, non c’è dubbio, vada come vada.


Ci stringiamo la mano, a me viene in mente Pantera, alla fine di Antracite di Evangelisti, quando parte da solo contro i nemici a cavallo e dice alla ragazza: sei sicura di voler venire? Questa è una battaglia persa, e lei risponde: sono le battaglie migliori.


Tutto falso, caro Evangelisti, tutto falso.


Non sono mica le battaglie migliori. Sono le uniche battaglie. Il resto non sono battaglie, è ragioneria.


Il Pescatore è Don Chisciotte, io sono un irriducibile Sancho.

martedì 16 dicembre 2003

ANTONIANO


ANTONIANO



 



Continuammo a remare finché l’isola non fu in vista. A quel punto smisi di remare e presi due pesanti cappotti azzurri e due maglie di lana a maniche lunghe, sempre azzurre, dalla barca.



“Togliti il cappotto e la maglia che hai indosso e metti questi”.



Lui si cambiò maglia e cappotto, in fretta per non rimanere congelato. Pareva un po’ perplesso. “Dopo ti spiegherò” lo rassicurai.



Trasportata dalle onde, la barca raggiunse la riva e si fermò.



“Fa abbastanza freddino” mi disse, scendendo sulla spiaggia.



“Direi di sì” risposi, “D’altronde, siamo abbastanza vicini al circolo polare”.



Mi guardai attorno: il paesaggio, nel suo insieme, aveva qualcosa di suggestivo. La spiaggia era composta di una sabbia bianca, molto fine. Oltre la spiaggia il terreno era di colore scuro, liscio e quasi privo di vegetazione, eccetto alcuni arbusti e qualche conifera isolata; in alcuni tratti era coperto di neve o nevischio. Al centro dell’isola si alzava una collina dai pendii non troppo ripidi, inclinati circa di 45 gradi; a prima vista giudicai che fosse alta un paio di centinaia di metri, forse un po’ di più. Oltre la cima della collina, però, una leggera foschia rendeva più difficile distinguere i dettagli.



“Dunque mi dicevi che su quest’isola abita la famiglia dei Duchi di ***, giusto?”



“Precisamente” ribattei, “La loro residenza è sul lato opposto della collina; se non ci fosse questa dannata nebbia, la vedremmo di sicuro.” Feci una pausa per prendere fiato, poi continuai: “Si riesce ad entrare comodamente sai? Basta che dici di essere un addetto alle pulizie e ti lasciano stare.”



“Sul serio?”. Non sembrava disposto a credermi.



“La villa si estende per un lungo tratto sotto il livello del suolo, quindi è molto più ampia di quanto ci si possa immaginare; di conseguenza gli inservienti sono così tanti che nessuno li conosce proprio tutti, e nessuno ci fa tanto caso.” Mentre parlavamo cominciavamo ad incamminarc verso al cima della collina.



“E se la cavano così? Con tutte le ricchezze che hanno, la tentazione di rubare verrà...”



Lo interruppi con un cenno. “Nessuno ruba niente per il semplice motivo che nessuno se ne fa niente. Gli inservienti che accettano il lavoro sanno che devono rimanere qui per il resto dei loro giorni. Esistono solo due modi per andarsene: il primo è a nuoto, il secondo è usando l’aereo privato dei Duchi. Dato che l’acqua è ad una temperatura di quattro gradi sopra lo zero, e l’hangar ha un sistema di apertura basato sulle impronte digitali, nessuno ha la possibilità di andarcene. Di conseguenza a questo, non ci sono nemmeno guardie sull’isola.” Mi fermai un attimo, poi ripresi. “La nostra barca, in questo momento, rappresenta l’unica via per andarcene.”



 



Le macchie di terreno innevato andavano aumentando di numero e dimensioni man mano che salivamo sulla collina, così come le conifere lasciavano spazio ai piccoli arbusti senza foglie.



“È ancora lontana la cima?” Mi chiese.



“Siamo quasi arrivati. Ancora qulche metro e ci siamo.”



 



Indicai la grossa torre color cenere. “Quella lì è la Villa dei Duchi.”



“Non sembra poi così grande” mi rispose.



Eravamo seduti sopra un grosso macigno in cima alla collina. Davanti a noi, a parte la grossa torre, il paesaggio era identico a quello che appariva alle nostre spalle.



“Te l’ho già detto, la maggior parte della villa è sotterranea. Quello che vedi è poco più della punta di un iceberg.”



Mi alzai in piedi sul macigno e mi guardai attorno. La foschia si era un po’ diradata, quindi la visibilità era decisamente migliore. A poca distanza da noi scorsi un sentiero che portava dritto dritto alla villa.



“Da quella parte” dissi.



 



“Senti una cosa.”



Camminando sul sentiero, eravamo giunti in vista dell’ingresso principale.



“Dimmi tutto” dissi io.



“Mi hai detto poco fa che non c’è modo di lasciare l’isola”



“Infatti, è proprio quello che ho detto”



“Allora come diavolo mangia questa gente?”



“Credo ci sia una serra idroponica o qualcosa di simile, nei sotterranei - risposi - E comunque, il mare in questa zona pullula di pesci di varie specie. Inoltre una volta alla settimana vengono paracadutati altri prodotti alimentari e non, oltre alla posta.”



Fece per incamminarsi verso il portone principale, ma io lo fermai.



“Se entrassimo dal portone principale potrebbero sospettare qualcosa. Lasciando la barca fuori dalla loro vista non abbiamo destato sospetti, ma per continuare così dobbiamo entrare da un ingresso ausiliario, di quelli usati dai pescatori. Per questo ti ho fatto mettere quei vestiti azzurri: è la divisa d’ordinanza dei pescatori.”



“Pescatori... Ma allora ci sono altre barche?”



“No. C’è un sistema speciale per attirare i pesci a riva, di cui non ricordo il funzionamento. Comunque, stanno sulla riva.”



Aggirammo l’ingresso e svoltammo sul lato destro, quello rivolto verso il mare. A circa venti metri da noi stava l’ingresso dei pescatori.



“Di qua” gli ordinai. Mi seguì fino a che arrivammo davanti al portone di metallo. Girai una maniglia sul portone (ero già entrato altre volte nella torre usando quell’ingresso) ed entrammo.



 



Seguimmo il labirinto di corridoi scale e ascensori fino ad una balconata, posta sopra quella che doveva essere la sala da pranzo, ovvero una stanza enorme, tappezzata di blu, con al centro un’ampia tavolata. La balconata, era qualcosa come trenta metri sopra la sala, e il soffitto era posto un paio di metri sopra di essa.



“Come ti dicevo, non abbiamo avuto problemi.”



“Già...”



Camminammo lungo la balconata finché non ci imbattemmo in un cagnetto bianco enormemente piccolo. Presi il cagnolino nel palmo della mano (e ci stava tutto) e lo accarezzai delicatamente con un dito.



“Ti presento Antoniano, il cagnolino dei Duchi.”



Sembrava uscito dai cartoni animati. Binaco, dal pelo e dalle orecchie lunghi (relativamente alle dimensioni del cane, ovviamente), stava nel palmo di una mano. Mentre lo accarezzavo uggiolava tutto contento: già mi aveva conosciuto in diverse occasioni.



“So a cosa stai pensando: ‘ma guarda questo cane, sembra uscito dai cartoni animati’. Ora ti spiego una cosa che forse non ti piacerà: questi cani minuscoli sono ottenuti per via genetica, e di solito non superano gli otto anni di vita. Antoniano è giovane, credo che adesso abbia otto o nove mesi, quindi al momento nessuno se ne preoccupa.”



“Che cosa orribile...” Mi rispose indignato.



“Vero eh? Però questi batuffolini vanno di moda fra le famiglie nobili del pianeta, e non importa a nessuno il fatto che sia una crudeltà nei loro confronti, tranne al WWF ovviamente, ma quelli non li si ascolta quasi mai.”



Ci sedemmo per terra e ci appoggiammo ad una parete. Continuammo a coccolare Antoniano, che ne era felicissimo, fino a che una voce stridula non mi riportò nel mondo reale dalle mie fantasticherie.



“Chi siete voi due?”



Mi alzai. La voce era di una donna, sulla cinquantina forse, volto bianco e allungato, capelli biondi (ma si vedeva che erano tinti), cestita elegantemente in un modo che a prima vista mi fece venire in mente un abito da sposa, però di color rosa anziché bianco.



Mi alzai in piedi e risposi con la voce più gentile che la mia ipocrisia potesse produrre: “Pescatori, signora duchessa. Stavamo ritornando ai nostri alloggi e ci siamo fermati ad accarezzare il piccolo Antoniano. Ad ogni modo stavamo per lasciarlo andare e tornare alle nostre stanze.”



“Voi due tornerete immediatamente ai vostri alloggi.”



“Certamente, signora duchessa.”



Mi piegai in segno di rispetto. La duchessa, senza nemmeno guardarmi, si era incamminata nella direzione che avevamo seguito prima di incontrare la bestiola. Ci affrettammo nella direzione opposta, seguiti dall’uggiolante aniamletto che reclamava un’altra dose di carezze. Arrivati alla porta da cui eravamo venuti, però, mi chinai verso Antoniano e gli sussurrai:



“Vai, piccolo Antoniano. Il tuo posto è qui, fra i nobili, mentre il mio è a morire di fame fra i plebei della mia razza...”



Il povero cagnetto sembrò capire quello che dicevo. Buono buono si voltò e si incamminò lentamente lontano da noi.



 



Uscimmo da un piccolo ascensore di servizio, sbucando in una sala in cui pareti, pavimento e soffitto erano ricoperti di metallo.



“Ecco, questa è la sala delle turbine.”



La sala era bassa ed ampia; le pareti ed il soffitto in metallo; in un angolo del pavimento erano ammucchiati attrezzi di vario genere: cesoie, chiavi inglesi, cacciaviti e tutto quello che poteva servire per la manutenzione. Alle pareti svariati marchingegni, in gran parte accumulatori. Sul lato destro un pannello pieno di bottoni e luci, probabilmente il centro di controllo.



“Veramente di turbine non ne vedo qui...”



“Infatti non ce ne sono. Viene chiamata ‘sala turbine’ perché da qui vengono controllate le turbine vere e proprie che forniscono energia all’impianto. È una centrale elettrica autonoma. Le turbine vere e proprie sono sott’acqua; sfruttano una corrente sottomarina che è molto forte in queste zone. Ci si può accedere da un portello da qualche parte in questa stanza, se hai uno scafandro...”



Mi avvicinai ad un accumulatore all’angolo sinistro, un semplice cubo metallico con un interruttore sulla facciata superiore per attivarlo o disattivarlo.



“L’energia in eccesso viene immagazzinata in questi accumulatori, pronti ad entrare in funzione nel caso qualcosa non andasse.”



Poi mi girai e camminai versoil quadro comandi. Rapidamente un bieco progetto prese forma nella mia mente...



“Pensa... Così isolati, così sicuri di loro... Eppure così vulnerabili...”



L’impulso prese il sopravvento. Muovendo agilmente le dita sulla tastiera disattivai prima i sistemi di allarme, poi i sistemi subacquei per la produzione di energia. Prima che potessi fare di peggio, il mio compagno mi trascinò via dal quadro comandi.



“Che ti salta in testa!? Vuoi che ci scoprano?”



Scossi la testa.



“Non ci scopriranno. Nessuno può sospettare nulla.”



Detto questo, mi incamminai ancora verso l’ascensore, ridendo istericamente.



 



“Una volta esaurita l’energia degli accumulatori, gli impianti di riscaldamento, le cucine, le serre, l’illuminazione, tutto si spegnerà, e i Duchi rimarranno al buio...”



Ci dirigevamo frettolosamente verso l’uscita.



“Ma perché tutto questo? Moriranno tutti...”



“Gente così stolta dovrebbe essere già sparita per selezione naturale, e comunque la loro stupidità mi irrita.”



“Non hai nemmeno un rimorso? Nemmeno per il cagnolino?”



Una testolina pelosa bianca fece capolino dalla tasca del mio giaccone.



“Nessun rimorso in assoluto.” Guardai il piccolo cagnolino geneticamente modificato. “Tu hai rimorsi, Antoniano?”



....



 



Concesso da Alex, che s'inchina e ringrazia