domenica 30 novembre 2003

 


                                       GES


 


Ges si sveglia, discosta le coperte dal materasso, si alza e si stiracchia. Le coperte scivolano a terra disordinatamente. Ges, alzando le spalle, va a farsi un caffè. Riempie il filtro della caffettiera di zucchero, la mette sul fuoco. Poi si versa la bevanda nella tazza e aggiunge un cucchiaino di caffè macinato. Ne beve un sorso e versa il resto nel secchiaio.


Va a vestirsi. Si mette un pantalone azzurro, una camicia gialla, un gilè imbottito nero, un calzino giallo ed uno blu e un paio di scarpe di pelle nera senza lacci, un bastone con un pomo d’argento ed infine i suoi inseparabili occhiali da sole firmati. Esce.


Chiude a chiave la porta dopo un certo numero di tentativi. Si avvia verso il parco, giocherellando col bastone: lo fa risuonare sulle sbarre dei cancelli, rimescola le foglie secche, colpisce le ruote delle auto in sosta. Una di queste possiede un antifurto, che scatta facendo un sacco di baccano.


Entra nel parco. Si è portato da casa un sacchetto di briciole per dar da mangiare ai piccioni. Si siede su una panchina e butta le briciole per terra, senza curarsi del fatto che i piccioni non si facciano vedere. Un altro uomo lo raggiunge.


“Come va, vecchio mio?”


Ges si gira. Accanto a lui è seduta un’altra persona.


“Non male - risponde - Mi piace trascorrere un po' di tempo qui al parco, prima del lavoro”


“E il tuo lavoro di centralinista, come va?”


“Oggi ho il turno pomeridiano. Comunque, si sopravvive”


“Ormai è ora di pranzo. C’è un’osteria qui vicino: vieni a mangiare qualcosa?”


“Certamente” fa Ges, alzandosi.


I due si dirigono verso l’osteria. L’amico ordina un’insalata, Ges una minestra e una bottiglia di vino. Stappa la bottiglia, ne versa un po’ nella minestra. L’amico prende a sua volta la bottiglia e riempie i bicchieri di entrambi.


“Un brindisi?” domanda l’amico.


“Certo. Alla nostra...”


Ges porta il suo bicchiere contro quello dell’amico, ma lo scaglia di un centimetro.


“Prendi meglio la mira” suggerisce l’amico.


Ges traccia col dito la traiettoria nell’aria, poi fa avanzare il bicchiere troppo forte. Il suo bicchiere va a cozzare contro quello dell’amico, rompendosi.


“Acc...”


“Devi stare più attento”


“Già, ora mi tocca pagare”


“Non preoccuparti, sono sicuro che chiuderanno un occhio”


“Mi prendi in giro?”


“No, ehm, scusa, lo so che certe espressioni ti offendono. Scusa, m’è scappata”


“Non preoccuparti.”


“Problemi, eh?”


“Già. Ormai è passato più di un anno dall’incidente, eppure faccio fatica ad adattarmi. Anche oggi ho incasinato tutto”


“Non darti pena, sono sicuro che riuscirai ad abituarti, alla fine”


Ges sospira. Al ricordo dell’incidente gli vengono le lacrime agli occhi.


“Forza, devi fartene una ragione, me la sono fatta anch’io quando mia moglie mi ha piantato dopo due mesi di matrimonio”


“Non è la stessa cosa”


“Hai ragione anche tu, però sei sempre vivo e in buona salute. Hai corso molti rischi, ma alla fine te la sei cavata”


“Già, è vero, ma la vita è sempre dura, per un cieco...”


 


prestato da Alessandro che lo ha scritto due anni fa su commissione della prof di lettere la quale, per nulla soddisfatta, l'ha respinto con un drastico 4.

RISPOSTA ALLA DOMANDA DI REVERIE: PERCHE’ PARLO SPESSO DI PERSONE MORTE


 


Cara Reverie, se vai sulla Casa dell’Ozio, alla data del 31 ottobre troverai un post con l’autoritratto del pittore con la morte che suona il violino di Bocklin. Il giorno successivo ho scritto qualcosa su come la Morte definisce la Vita. Ma questo puoi andare a rileggerlo lì. Quel che vorrei raccontarti è la storia della Casa dell’Ozio. Comincia circa trentadue anni fa, quando ho letto Casa La Vita di Savinio. L’Ultimo racconto che dà il titolo al libro è un pezzo meraviglioso, tutto da leggere, credimi. Te lo riassumo in breve per estrarne due spunti. Aniceto, uno dei nomi alter ego di Savinio, entra in una casa e la percorre tutta alla ricerca dei suoi abitanti ed in ogni stanza sembra che ne siano appena usciti. Nell’ultima stanza:


“La camera è vuota. Vuota di tutti gli inquilini della casa. Vuota  di mobili. Vuota del ...


Un leggio di ferro, magrissimo, è in mezzo alla camera. Un quaderno di musica è aperto sul leggio; e davanti al leggio, all’altezza della spalla di un uomo che non c’è, un violino è sospeso in aria, sul quale l’archetto scende e risale, scende e risale, scende  e risale. Aniceto è di là dallo stupore, di là dalla paura. Solo questa stanchezza gli rimane”


Hai qualche dubbio che Savinio, grande pittore prima che e oltre che buon musicista e grande scrittore, avesse in mente il quadro di Bocklin?


Ha attraversato la Casa della sua Vita, inseguendo un futuro che attimo dopo attimo diventava passato – ricordo - , per giungere dinanzi alla “Morte che suona il violino” con solo questa grande stanchezza nelle sue mani.


Salto un po’ di pagine e vado alla Variante che continua: ...”Solo questa stanchezza gli rimane e, adagiato su di essa, un residuo di quel suo antico gusto di giocare con le parole. E pensa: La casa dello Zio, La casa dell’Ozio”


Ecco il titolo del mio vecchio blog.


E’ nato come un magazzino di storie che ero convinta di non sapere scrivere, storie che nessuno vuole raccontare e pochi vogliono conoscere, storie di gente normale, come te e me, che diventano eroi nell’affrontare un’esperienza assurdamente normale: quella di ammalarsi e morire o quella di vedere un loro caro ammalarsi e morire, o quella semplicemente di invecchiare e contemplare la vicinanza della propria morte.


 


Nella prefazione a Casa la Vita Savinio scrive un pezzo storico, per me, per la mia formazione.


Mi piacerebbe citarlo , ma temo che, essendo troppo lungo, non verrebbe letto. Ne cito spesso questa parte:


”Pensare è  una sineddoche. Pensare è la parte di un tutto. Pensare implica un sottinteso che si tace per pudore mentale. per quel medesimo eufemismo che di una persona morta ci fa dire che “essa non è più”. Quando si dice pensare  si intende pensare alla morte. E a che altro pensare? dirò di più: è possibile pensare e non pensare alla morte?...


.. nella vita degli uomini la cosa più importante è la morte. Morire è un problema Vari sono i problemi che ci tocca risolvere nel corso di questa avventura terrestre  nella quale non per volontà nostra ci siamo trovati implicati. problema di saper vivere, problema di saper invecchiare, problema di saper morire: il più importante di tutti perché è il problema ultimo e che dà il passaggio. Pochissimi sanno morire. Starei per dire: pochissimi muoiono; perché morire è un atto di energia che da pochissimi è compiuto come tale. I più arrivano alla morte esausti, allo stato di larve e passano di là come succhiati da un aspirapolvere. Prima che la morte la vecchiaia trova inermi costoro e già svuotati: già come morti e galleggianti sull’acqua stagna dell’esistenza. Si tratta invece di arrivare alla morte trionfalmente, come la capitana di un’armata vittoriosa che entra in porto a vele spiegate...”


 


Bene, sono ancora convinta di non sapere scrivere abbastanza bene da essere all’altezza delle mie intenzioni. Bisogna confrontarsi con i propri limiti, e vivere nonostante essi. Così ho deciso che, scritte bene o male, le storie che conosco dovevano essere raccontate, per vivere nella memoria anche di altri, oltre che nella mia. C’è un racconto che mi è caro di Connie Willis, intitolato La Guardia Antincendi, un racconto fantascientifico, con tanto di storici che viaggiano nel tempo per compiere le loro ricerche. Dice in sostanza che nulla può essere salvato per sempre, ma per un po’ può essere salvato nel ricordo.


 


Ho postato un sacco di storie nella Casa dell’Ozio, poi ho deciso che avevo da raccontare anche altre vite, altre vicende, alcune mie, alcune di persone che mi sono vicine, o che semplicemente mi hanno colpita, interessata, sono entrate a far parte delle mie radici. Così ho concretizzato questo cambiamento nel rito di un passaggio: dalla Casa dell’Ozio alle Radici dell’Ozio.


 


In questo nuovo blog non troverai  solo persone morte. Inevitabilmente, come diceva qualche tempo fa il carissimo Moroni, ogni volta che parliamo, parliamo di noi stessi, il signor Freud non è passato invano neppure da queste parti. Quindi scriverò in qualche modo di me anche quando parlerò di altri o d’altro, spero, in qualche modo, anche di voi, o comunque per voi.


 


 


 

venerdì 28 novembre 2003

Questa storia, come molte altre, parla di una persona che cerca d'essere buona, fin troppo. Ma credo che sia il momento giusto per raccontarne alcune sostanzialmente diverse. Cosa che farò presto. Daremo spazio ad un pochino di cattiveria, nella sanità e non.


Buona giornata da Capsicum

 


...”FOLLIE, FOLLIE!!!!”


 


Aveva un nome lirico, verdiano, e faceva il medico in un piccolo paese. Di famiglia ricca, non semplicemente benestante, aveva lo stesso cognome di una strada, di una piazza, dello stadio di calcio, dell’asilo infantile, di un cinema, se non ricordo male anche della biblioteca comunale.


Non aveva fatto carriera, niente titoli accademici, niente primariati, nonostante la potenza familiare. Forse non era una cima scientificamente parlando, o forse non era un ambizioso. Dicevano che fosse una schiappa soprattutto nel farsi pagare, che talvolta tornasse dal giro delle visite con meno denaro di quando era uscito di casa, che esplorasse le dispense dei suoi pazienti poveri prima di prescrivere la dieta ai convalescenti, e che pagasse di sua tasca per loro il conto del macellaio e del farmacista. (Erano altri tempi, molto prima del servizio sanitario nazionale, tempi ingrati che potrebbero anche ritornare).


 


Io non lo so se tutto quel che raccontavano era vero. Dicevano di averlo visto, quando un paziente grave era migliorato inaspettatamente, segnarsi e ringraziare Dio del suo aiuto. Dicevano di averlo visto piangere coi parenti al capezzale di più d’un morto, d’averlo visto disperarsi e maledire lo stesso dio davanti ad un bambino condannato. Ma le stesse persone chiamavano un altro medico a consulto nei casi più preoccupanti, uno laico e sbrigativo, scherzoso e autoritario, richiestissimo e ben pagato.


Come ho detto, sono tutte cose sentite dire, ve le vendo come le ho comprate. La gente ha bisogno di crearsi dei diavoli e dei santi e per ottenerli è incline ad esagerare o a minimizzare.


 


Questo invece lo posso testimoniare personalmente. Era il 73 o il 74, lo incontravo in autobus e mi chiedevo perché non girasse con la sua auto. Era molto magro, molto scuro in viso, di un’abbronzatura giallognola e malsana, e tossiva con insistenza nonostante si fosse nel mezzo dell’estate. Studiavo a casa d’una compagna e lui venne a visitare la sorellina con non so più quale esantema. La mamma della mia amica gli serviva il caffè allo stesso tavolo a cui noi si studiava, mentre stilava una ricetta con la bella mano sottile armata d’una stilografica elegante. Aveva una grafia alta, nitida, ordinata, un po’ inclinata, usava un inchiostro azzurro piuttosto chiaro.


Dottore, lei ha una bella tosse, dovrebbe curarsi meglio, sa?


Non mi posso curare, ho un cancro al polmone.


E, voltatosi verso noi ragazze: Ho fumato troppo, vedete di non imitarmi, bambine.


Il silenzio sembrò esplodere tra noi, lasciandoci immobili a cercare di capire, di realizzare, è uno scherzo? Perché come può essere vero?


La mamma della malatina si riscosse, con tono di rimprovero esclamò: Se è malato, se ha poco tempo da vivere, cosa ci fa qui a lavorare, a visitare gli altri?


Sto facendo esattamente quel che ho sempre fatto, e cioè quel mi sembra più importante da fare. Ho cercato fino ad oggi di impiegare il mio tempo nel modo che ritengo migliore, perché non dovrei farlo più adesso che me ne rimane poco?


Si alzò e partì tossendo senza darci il tempo di replicare.


 


Ha lavorato ancora sei mesi, dopo quel giorno, è vissuto forse una manciata di settimane in più.


Forse non era un luminare, davvero; in quanto all’essere ambizioso, non lo so.


Tutto sta nel decidere l’ambizione più sfrenata, più folle e sfrenata,  cosa vuole, qual è, dove vuole andare.


 

giovedì 27 novembre 2003


 


IN NOME DELL'AMICIZIA



 


Di tanto in tanto faccio il medico di sala. Io non sono il medico di sala ufficiale, ma una volta facevo le guardie col medico di sala e da allora quando lui non può mi chiede di sostituirlo, a gratis s’intende, e siccome io sono sempre disponibile e ben contenta di prestarmi ad un simile incarico, almeno due o tre volte l’anno tocca anche a me.


Cosa fa un medico di sala?


Ecco, esce di casa munito della regolamentare valigetta di cuio in cui trovano posto: siringhe, butterfly, lacci emostatici, vasto assortimento di farmaci in fiale per tutti gli usi, piccolo ma intenso assortimento di farmaci sub linguali per svariati usi, magico prontuario, taumaturgico apparecchietto per la pressione e carismatico fonendo cardiologico Littman, assortimento di penne, assortimento di timbri, assortimento di ricettari. Affronta intrepido il parcheggio sotterraneo della Montagnola dove paga sottomesso il pedaggio dovuto, si presenta, con uno o due minuti di ritardo e seguito da un accompagnatore/trice, allo sportello dichiarando la propria identità / ruolo di medico di sala e viene affidato al cerimoniere di turno che lo accompagna alla sua postazione, strategicamente scelta in modo da essere raggiungibile facilmente da ogni punto della sala in questione. Finalmente deposita la propria valigetta al suolo, siede nello scranno assegnato, apre il programma e dice all’accompagnatore: stasera ci vediamo qualcosa di buono, eh? Era ora che Ivan si ammalasse in occasione di uno spettacolo pregevole: Moni Ovadia nell’Armata a Cavallo, in prima nazionale!


Tutto questo per dire che domenica c’è “I bambini sono di sinistra” con testi di Michele Serra e musiche di De Andrè (dalla Storia di un impiegato, chi se la ricorda? Io si) e con una masnada capitanata da Bisio, ed Ivan, questa settimana, sta benone.

Ho avuto il piacere di leggere la storia di un amico di Toni, raccontata da Toni. La regalo a tutti col suo permesso. E' la storia di un mio collega. Me ne ha ricordate delle altre. Ve le posterò domani.

 

STORIA DI GIULIO

 

Questo è l'anno delle storie e, al momento, io una storia, piccola piccola ce l'avrei: una "storia vera", con qualche particolare verosimile messo qua e là che possa completare dei tasselli a me sconosciuti, e qualche particolare in meno, ma sostanzialmente irrilevante, per una questione di privacy.
Questa storia fa parte della vita di un tipo che chiameremo Giulio.
Giulio, il mio grande amico dell'università, quello con cui ho condiviso molte emozioni, più o meno belle, che ormai stanno dentro di me.
I fatti di cui sto per narrare risalgono a giugno scorso: sì, il solito mese con il caldo, le ferie ancora lontane, la tv più melenza del solito e i film importanti già in vacanza.
Ma prima di iniziare la narrazione dovete sapere che Giulio sta in una bella città toscana, è specialista in una branca medica, è molto bravo nel suo lavoro, e pare che le emozioni gli scivolino sopra, senza attraversarlo, ma, nonostante questo, è anche molto generoso e altruista, e il suo senso dell'humor non è affatto male.
Ma per quanto riguarda le emozioni, dicevo, è sempre stato per me e per altri un mistero: a volte sembra un blocco di ghiaccio.
Magistrali erano i suoi esami: dava il libretto al professore, lo guardava negli occhi senza volgere lo sguardo, si sedeva nel modo più naturale possibile, come se stesse per assistere ad un film di cui avesse sentito parlar bene.
Il professore di turno, in genere ammorbato da ascelle maleodoranti, specie durante la sessione estiva, circondato da respiri mozzati, voci e mani tremolanti, rassegnato a vivere periodicamente quelle situazioni in un clima da "The day after"- e anche quello "before"-, era a sua volta colpito da quella calma piatta, da quel tipo che sembrava, mentre rispondeva con bell'eloquio alla prima domanda, riferisse ai suoi amici di una partita di calcio a cui lui aveva assistito; non poteva, poi, non cedere alla tentazione di sbirciare nel libretto, e vedere quella sfilza di lodi emanate dai suoi precedenti illustri colleghi.
A quel punto era il professore che cercava di fare bella figura, pensando alle domande più appropriate e cercando di non essere colto in castagna; sì, insomma, alla fine, sotto sotto, qualcuno di quei professori si sentiva sotto esame.
E così, durante la vita di questo mio grande amico, si susseguirono eventi del tutto prevedibili: la laurea, l' apertura dello studio professionale, il matrimonio, i figli, e tutto filava liscio.
Almeno fino a giugno scorso.
tuuu...tuuu
-Pronto..-
-Ciao babbo, allora, la mamma?-
-Ciao Giulio..sta benino, anche se continua ad avere quei vuoti di memoria, ieri sera gli è tornato il mal di testa, ma ora..sta bene. Ho ritirato la risposta,l'ho letta ma non ci ho capito nulla, e non ho trovato nemmeno un dottore per chiedere spiegazioni, se passi per pranzo..
-Va bene, ma non so di preciso a che ora finisco..-
-Prima di uscire chiama, che si butta giù le paste..-
-A dopo!-
tu-tu-tu
Nel susseguirsi degli appuntamenti, quella mattina Giulio ripensò, nei rari spazi bianchi, al cambiamento della mamma negli ultimi tempi: un deterioramento rapido, un susseguirsi di malori e frasi sconnesse, pronunciate paradossalmente da una persona che nel corso della vita aveva sempre dato sfoggio di memoria inossidabile e presenza; lei era presente, ma discreta. Quella presenza era confortante nelle varie situazioni della vita.
E quella presenza era mancata in una modalità troppo repentina.
Era un pensiero che andava e veniva e, come le vecchie pompe a mano che tirano su acqua dal pozzo in modo irregolare e intermittente, insieme a questi motivi dominanti zampillavano all'improvviso le consolatorie convenzioni ricche di:" Certo, a sessantanove anni, una persona è ancora giovane, ma la sua vita l'ha fatta, almeno..." "Menomale che crede in Dio.." "Se andasse via la mamma, avrei la certezza che se ne vanno le persone migliori..".
La Tac aveva mostrato inspiegabili e numerosi spazi vuoti nell'encefalo, esiti permanenti di numerosissimi ictus, ma anche il suo amico neurologo non aveva capito l'esatto motivo: era una persona seria, e richiese ulteriori esami diagnostici per vagliare dei sospetti su cui, però, non si era sbilanciato nemmeno con Giulio.
E dopo un'attesa di settimane, quel giorno, il suo babbo gli diede un foglio proveniente dall' ospedale. La mamma era di là, stava finendo di preparare il pranzo.
-Non so, babbo, è arabo anche per me, quando esco telefono a Stefano, poi ti dico..-
tuuu...tuuu
-Pronto..-
-Ciao Stefano, sono Giulio, scusa se ti disturbo a quest'ora, puoi parlare?-
-Vai tranquillo, Giulio, come stai?-
-Abbastanza bene, anche se non vedo l'ora di andare in ferie..-
-Eh, a chi lo dici..i miei pazzerelli risentono del caldo, e lo sto diventando anch'io..-
..risatine e gorgoglii..
-Senti, Stefano, ho qui la risposta dell'esame che richiedesti un mese fa per mia mamma.. parla di Cadasil ..-
...
-Stefano, mi senti?-
-Sì, Giulio, ..non c'è niente da fare.. purtroppo gli ictus, le ischemie e le necrosi tissutali  andranno avanti ..ha un andamento invalidante, prognosi infausta, e a seconda delle zone che colpisce porterà a deficit motori e cognitivi, purtroppo..e..senti, c'è un'altra cosa.. se poi passi stasera dallo studio, ti dico..è autosomica dominante..-
...
-Giulio, mi senti?-
...
-Sì..Stefano, passerò stasera..ti ritelefono, ciao..-
tu-tu-tu-tu
"autosomica dominante...autosomica dominante..."
Due parole avevano cominciato a produrre, indipendentemente dalla sua volontà, pensieri cupi che si avviluppavano come serpenti uno sull'altro, togliendo spazio a tutto il resto.
Due parole stavano rimbalzando nel suo cervello e producevano schianti fragorosi.
Due parole stavano elaborando il peggio del peggio nella sua testa, la sua calma imperturbabile
se ne stava andando a quel paese..
Fece annullare tutti gli appuntamenti dalla segretaria, si rinchiuse nello studio privato, e cominciò a spulciare su Internet.
Cadasil:Cerebral Autosonal Dominant Arteriopathy with Subcortical Infarcts and Leukoencephalopathy.
Le cose stavano in questi termini: se in quel "bastoncino" trasmesso dalla mamma, all'alba del suo concepimento,  ci fosse stato questo gene, la malattia si sarebbe sicuramente manifestata in lui, perchè quel "bastoncino" avrebbe vinto su quello sano del babbo.
Una specie di bomba ad orologeria con il timer fissato sui 40-50 anni. Quante probabilità di avere in sè il "cromosoma 19" con il gene responsabile della malattia? Visto che i bastoncini della mamma responsabili di quel carattere(malattia sì o malattia no) sono due, uno sano e uno malato, c'era una probabilità su due di averlo, il cinquanta per cento.
Testa o croce.
Pari o dispari.
Una roulette russa con quattro proiettili in un tamburo da otto colpi.
La mamma era arrivata a 69 anni, per fortuna, ma nella maggior parte dei casi i primi sintomi si manifestano a 40-45.
Poteva già essere all'inizio della malattia. Cominciò mentalmente a ripassare le radici quadrate e le potenze, era sempre stato forte in matematica, fino ad allora tutto ok.
tuuu tuuu
-Istituto di analisi, buonasera..-
-Buonasera, sono il dottor Belli , dovrei prenotare un appuntamento urgente per fare un mappaggio cromosomico per una sospetta diagnosi di cadasil.
-Per il prelievo va bene per domattina alle 9,15?-
-Benissimo.-
-Il nome del suo paziente?-
-No..è per me..-
-..Ah..d'accordo, allora la aspettiamo, dottore..-
-Mi scusi, quanto tempo occorrerà per la risposta?-
-Circa tre settimane, dottore...-
-...Più presto non è possibile?-
-Credo di.. no, dottore.-
-... Ah...grazie, buonasera...-
tu tu tu
Tre settimane, erano già passate tre ore interminabili, ne rimanevano 501..
Si era preparato al peggio per la mamma, ma non lo era affatto per se stesso.
All'improvviso, un altro pensiero orrendo lo attraversò interamente.
I suoi due figli: nel caso in cui Giulio fosse risultato malato, poi si sarebbe dovuto lanciare la moneta in aria anche per loro.
All'improvviso era piombato in un incubo, uno dei peggiori da vivere; sicuramente sarebbe durato tre settimane, forse una vita, e comprendendo quelle di Matteo e Virginia, forse due, forse tre vite.
C'era solo da aspettare.
Non c'era alcun modo di proteggere se stesso e i suoi figli.
Tutto dipendeva da un ovulo di 40 anni fa, e ancor prima, un ovulo o uno spermatozoo di 70 anni fa.
Una staffetta maledetta che durava forse da secoli, con un bastoncino che passava di madre(o padre) in figlio.
50 possibilità su cento: nei film d'azione viene comunemente espressa questa percentuale per illustrare una missione ad alto rischio; avrebbe desiderato essere un Rambo o un Indiana Jones per tirar fuori da un posto inesplorato della terra il bastoncino sano, contro nemici spietati, pensando che lo stava facendo anche per i suoi figli.
Invece era costretto, come un pensionato di fronte alla tv, ad assistere all'estrazione del lotto e incrociare le dita.
E a sua moglie, dirlo o no?
Non glielo disse.
Continuò a lavorare, ma dimagrì visibilmente, in casa era taciturno, la sera non voleva mai uscire.
E dormiva male.
tuu tuu
-Pronto?-
-Antonio, ciao, posso parlare?-
-Eccerto che puoi!Come va?-
-Senti.. hai cinque minuti? Dovrei parlarti..-
-..Sicuro..un attimo che cambio stanza..-
Mi raccontò tutto, e me lo raccontò in un modo che non conoscevo di lui, con pause frequenti, voce rotta di pianto, e tornava di continuo a ciò che sarebbe potuto accadere ai suoi figli, e al fatto che se avesse aspettato di fare Virginia, nata da poco, almeno avrebbe avuto un rischio dimezzato, cazzo. E ad un certo punto  perse il filo, e io non sapevo che dire, ma non volevo riattaccare.
-Se ti va, vengo da te stasera..-
-No, ti ringrazio Antonio, non è proprio il caso, Monica non lo sa, non so nemmeno perchè ti..ti farò sapere, ciao..-
tu tu tu
Si era aperto uno squarcio in lui, e da lì erano uscite un sacco di emozioni, nel bene e nel male, ma direi male,viste le circostanze.
Alfine, tutte le restanti 500 ore alternate a lavoro, famiglia, stress, se ne andarono, seppur molto lentamente, e la signorina nella reception gli consegnò la busta.
Scese una rampa di scale, poi arrivò al portone di ingresso del condominio.
Aprì la busta e lesse rapidamente: aveva pescato il bastoncino sano.
Come nel film di Woody Allen "Hannah e le sue sorelle" cominciò a correre e piangere e urlare per la strada,che gli sembrava maledettamente bella, bello l'asfalto, bello il cestino della spazzatura di un verde brillante, bello il cielo, bella la vita.
Tutto bello.
E sani i suoi figli.
Molto probabilmente, però, in qualche altra parte del mondo, qualcuno nello stesso momento ha pescato il bastoncino malato.
Ma questa è un'altra storia, non quella di Giulio, il mio grande amico.


lunedì 24 novembre 2003

LITURGIE


E' finito il Ramadan, ma ieri era l'ultima domenica fra l'anno, la trentaquattresima, e domenica prossima è la Prima d'Avvento.


Penso che metterò sulla tavola il cesto con le quattro candele nei quattro toni di viola. Segni. La forma non è la sostanza, ma l'accompagna.


Una signora molisana che ricordo con  molto affetto, sorella di un magistrato, citava sempre: è la forma che salva la sostanza. Allora ero giovane e mi sembrava un'assurdità. Dopo una trentina d'anni ho imparato a non sottovalutare la forma. Un teologo inglese che lessi da ragazza, Carrol (non quello di Alice), scriveva che, siccome siamo dotati di un corpo fisico, dobbiamo rassegnarci ad esserne influenzati. Perciò la forma che assumiamo si riflette in parte sul nostro sentire spirituale. I gesti, i riti, la postura, non sono ininfluenti.


Buon inizio d'Avvento.

domenica 23 novembre 2003

 


 


CERCANDO IL GATTO


 


Una volta lavoravo in Val Tidone. L’Oltrepò è un posto molto bello, con campagne in dolce salita verso l’Appennino. In autunno l’aria è particolarmente gradevole, umida, ma non freddissima, sarei tentata di definirla dolce. La campagna arata e scura si alterna a zone d’erba ancora verdeggiante sparsa d’alberi e arbusti, non tutti spogli. Il verde si addensa in strisce serpeggianti sotto le quali stanno i fossi, col rigagnolo dentro e le radici e le fronde che s’incurvano a coprirlo, a bervi. Dentro questi sieponi vivono lepri e fagiani, oltre ad altra selvaggina minuta, non numerosa come dovrebbe, ormai, e scorazzano i gatti.


Era uscito a cercare il gatto, quella sera. Il gatto di casa che, ormai fattosi tardi, non tornava a cenare. L’ha visto andar fuori la vicina, ehi, dove vai a quest’ora, si fa notte. Vado a riprendermi il gatto, non è rientrato. Cosa sarà successo al gatto? Poi non è rientrato neppure lui.


Viveva solo, ma la mattina dopo la figlia, entrando in casa con la spesa, ha trovato il camino spento ed il letto intatto. Ha chiamato il Maresciallo. I marescialli non si perdono, loro, mandano in giro gli appuntati, l’hanno trovato. Poi il maresciallo ha chiamato me.


Bisogna che venga, dottoressa, c’è dell’acqua, se lo gradisce le prestiamo un paio di stivaloni.


Li ho messi, m’arrivavano a metà coscia, chissà che acqua m’aspettavo, il fosso era praticamente vuoto, appena due dita stagnanti sul fondo, tra l’erba umida ed alta.


Giaceva disteso, leggermente voltato sul fianco destro, la gamba sinistra piegata, il ginocchio flesso. Aveva perso una scarpa. Il braccio destro era disteso, il sinistro raccolto, la mano stringeva il bordo della giacca, come a raccogliersela addosso. Le macchie ipostatiche evidenti, il rigor si scioglieva già alle estremità. Ora della morte: verosimilmente ieri sera, poco dopo la scomparsa.


Compilo il certificato nell’ufficio del maresciallo, mi dice, con tanto garbo, “se potesse evitare di fare difficoltà, le assicuro non ci sono motivi di dubitare, la famiglia è già abbastanza scossa, la figlia è molto provata”.


Niente difficoltà. Cause naturali.


Il gatto, poi, al mattino era rientrato.

sabato 22 novembre 2003

mercoledì 19 novembre 2003

SABATO 22 NOVEMBRE SI PARTE.


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